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“IN PRINCIPIO” … L’eternità della Parola

di Giuseppe Guarino

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Mi trovo a scrivere articoli come questo per necessità più che per stimoli personali. Riconosco che vi è un bisogno e quando mi viene posta una domanda, i miei studi hanno un senso se riesco ad aiutare a capire gli altri credenti.

Un mio contatto facebook mi ha informato che un Testimone di Geova le ha spiegato che in Giovanni 1:1 è scritto che “Nel principio la Parola era” e che quindi se “era” IN PRINCIPIO, la Parola, Gesù prima di incarnarsi, ha un inizio, è stato creato, e non può essere Dio, che è eterno.

Non so se le parole della conversazione come le riporto io rispecchino la posizione ufficiale della Torre di Guardia su questo argomento. Ma rimane il fatto che mi si sono state chieste delucidazioni in merito a questa affermazione e vorrei darle qui per iscritto.

La parola “eterno/a/e/i” esprime un concetto astratto. L’eternità la possiamo immaginare o descrivere solo quando possediamo un linguaggio evoluto ed una mente elastica. La parola “eterno” implica qualcosa che non ha fine. Dio ci dà la vita eterna in Cristo, ad esempio. È una vita che non ha fine. Ha un inizio, ma non ha fine. Quindi se la Scrittura dicesse che il Figlio di Dio è “eterno” non avrebbe comunque affermato che Egli non abbia avuto un inizio, non sia stato creato, perché anche noi che abbiamo avuto un inizio abbiamo vita eterna.

“Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna.” (Giovanni 3:16)

Il termine “eterno” in sé, quindi, non basterebbe definire l’eternità in senso assoluto, l’assenza di principio, perché si concentra sulla durata indefinita, e non chiarisce se vi è o meno un inizio.

In parole povere, anche se il testo biblico dicesse “il Figlio di Dio è eterno”, i testimoni di Geova potrebbero facilmente dimostrare che ciò non implica necessariamente che la sua esistenza non abbia avuto un inizio.

La Scrittura usa un linguaggio che non lascia spazio a fraintendimenti.

Una delle espressioni è proprio in Giovanni 1:1, “In principio era la Parola”.

Perché “In principio”? Perché il brano di Giovanni ci porta alla creazione che in Genesi viene descritta proprio con “In principio Dio creò il cielo e la terra” (Genesi 1:1). È quello il momento più lontano dove può arrivare la nostra mente, e prima di quel momento il tempo stesso non esisteva. In Ebrei 1:2 c’è una frase molto difficile da tradurre, che le versioni bibliche rendono in vari modi:

– per mezzo del quale (il Figlio) ha anche fatto l’universo (Nuova Diodati)

– mediante il quale ha pure creato i mondi (Nuova Riveduta)

– per mezzo del quale ha fatto anche il mondo (C.E.I.)

– per lo quale ha ancora fatti i secoli (Diodati)

– mediante il quale ha fatto i sistemi di cose (Traduzione del Nuovo Mondo, 2013)

Il testo originale legge: δι᾿ οὗ καὶ τοὺς αἰῶνας ἐποίησεν (di u kai tus aionas epoiesen)

“αἰῶνας” (che qui è tradotto: sistemi di cose, mondo, universo; meglio ancora: secoli) è in greco la stessa parola usata per descrivere l’eternità. In parole povere il Figlio di Dio esisteva prima che il tempo fosse creato perché egli stesso lo ha creato quando, per mezzo di lui, Dio ha creato l’universo in cui viviamo.

Quindi il riferimento “in principio” in Giovanni è alla creazione di tutte le cose. Prima di quel momento vi era solo l’eternità, ma già allora “la Parola”, Gesù prima che diventasse uomo, era! Non viene detto: “In principio Dio creò la Parola e tramite la Parola poi creò ogni altra cosa”. Il testo non dice così. Al contrario dice la Parola esisteva quando il tempo stesso venne creato, cioè “in principio”, e che tramite la Parola tutte le cose – tutte le cose! – sono state create.

L’italiano “era” di Giovanni 1:1 è nell’originale greco il verbo εἰμί (eimì) al tempo imperfetto, “era”, che corrisponde in greco ad “ἦν” (en), anch’esso imperfetto – anche se la valenza dei verbi greci non è sempre esattamente uguale a quella dei nostri.

Poco più in avanti, troviamo un’espressione che va naturalmente ad interfacciarsi con questa prima.

πάντα δι᾿ αὐτοῦ ἐγένετο (panta di autu egheneto)

che in italiano sarebbe: “tutte le cose furono per mezzo di lei.”

Giovanni – chiaramente di proposito! – utilizza due verbi, entrambi atti a descrivere l’“essere”, per chiarire che la Parola è in modo diverso da come è la Creazione. “La Parola era in principio”, cioè esisteva già quando, appunto “in principio” (Genesi 1:1), Dio, attraverso di lei, ha creato ogni cosa che è stata creata.

“Tutte le cose sono state fatte per mezzo di lei”, quindi, per mezzo della Parola. La frase “Tutte le cose”, tradotta anche “ogni cosa”, implica che non vi è una cosa creata che non sia stata creata per mezzo di lei. Come se non bastasse, con un gusto tutto ebraico di bilanciare una frase affermativa con una frase seguente che esprime uno stesso concetto in maniera negativa, l’apostolo aggiunge:

“e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta.”

Vi sono due modi per discutere un argomento relativo ad un problema di traduzione. Quello adottato dai Testimoni di Geova è il più banale, sebbene impressioni chi non ha dimestichezza con lo studio delle lingue e, nel caso particolare, chi non conosca il greco biblico e, quindi, non lo legga con regolarità, non gli è familiare. Essi infatti citano dizionari e grammatiche, trascurando il fatto che chi ha scritto quelle opere non condivida le proprie idee. Li citano fuori contesto, proprio come fa chi non sa o chi vuol portare fuori strada chi non sa. Li citano quando non si rendono, o preferiscono non rendersi conto che l’interezza ed il contesto delle citazioni che propongono sono persino contro le loro posizioni.

Un metodo più efficace – restando comunque proficuo l’uso di grammatiche e dizionari all’inizio dello studio di una lingua – è quello di verificare la valenza di un vocabolo all’interno del testo biblico. Meglio ancora se all’interno di scritti del medesimo autore sacro.

Esaminiamo “ἦν” (en) ed “ἐγένετο” (egheneto) di Giovanni 1.

(1)  Nel principio era (ἦν)la Parola, la Parola era (ἦν) con Dio, e la Parola era (ἦν) Dio.

(2)  Essa era (ἦν) nel principio con Dio.

(3)  Ogni cosa è stata fatta (ἐγένετο) per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte (ἐγένετο) è stata fatta.

(4)  In lei era (ἦν) la vita

(10)  Egli era (ἦν) nel mondo, e il mondo fu fatto (ἐγένετο)  per mezzo di lui …

(14)  E la Parola è diventata (ἐγένετο) carne …

La grammatica viene scritta osservando il fenomeno linguistico, l’uso dei vocaboli. Non avviene il contrario. Giovanni non aveva una grammatica a sua disposizione da consultare per scrivere il suo vangelo, ma utilizzava le parole secondo l’uso comune per dare un senso il più intellegibile possibile a chi leggeva. Le grammatiche di greco che utilizziamo oggi sono fatte da chi ha studiato i testi antichi ed ha da lì estrapolato regole grammaticali osservando la lingua ed i vocaboli.

Nel brano che stiamo considerando è intuitivo capire perché Giovanni usi un modo per definire l’“essere” con un verbo ed un altro per sottolineare “l’essere-divenire”. Egli dice apertamente che “la Parola” non è mai stata creata, è in senso assoluto, al contrario di tutto ciò che è venuto all’esistenza, che prima non era ed adesso, per mezzo suo, è.

So per esperienza che i Testimoni di Geova non sono inclini a credere a nessuno se non a quelli della loro stessa cerchia. Ma una lingua ha delle regole, una grammatica. In Italia il greco è insegnato nelle scuole pubbliche. Chi vuole può benissimo approfondire e scoprire come stanno davvero le cose  – se ha davvero voglia di farlo – trovando un buono professore di greco.

Altrove nello stesso vangelo di Giovanni l’apostolo sottolinea l’eternità di Gesù utilizzando il verbo essere εἰμί (eimì), in Giovanni 8:58.

εἶπεν αὐτοῖς ᾿Ιησοῦς· ἀμὴν ἀμὴν λέγω ὑμῖν, πρὶν ᾿Αβραὰμ γενέσθαι ἐγὼ εἰμί.

“Disse loro Gesù: In verità, in verità vi dico: prima che Abraamo fosse (γενέσθαι, stessa radice verbale – γινομαι – che da origine ad ἐγένετο ) io sono (ἐγὼ εἰμί)”.

Sono al corrente di come traduce la Traduzione del Nuovo Mondo in inglese e di come, per coerenza, traduce la versione italiana della Bibbia dei Testimoni di Geova, commettendo un doppio errore di traduzione: dal greco e dall’inglese. Perdendo di vista, o cercando di far perdere di vista l’ovvio: al di là di ogni possibile traduzione l’affermazione di Gesù in greco è comunque  “ἐγὼ εἰμί” ed attesta la sua eternità, anche grazie a quel contrasto fra i due verbi “essere” visti in Giovanni 1.

Del resto l’eternità di Dio non è perfettamente descritta nell’espressione: “colui che è, che era (ἦν) e che viene”? (Rivelazione 1:8)

Altri articoli sullo stesso argomento li trovi fra gli Studi della pagina

studi biblici

 

Libri per approfondimenti:

 

Sicura c’è solo la morte… No, neanche quella. Il “rapimento” della Chiesa

di Giuseppe Guarino

 

Continuo i miei articoli escatologici. Sono il preludio al mio nuovo libro sul ritorno di Gesù, che credo sia un argomento di particolare importanza e che riguarda ognuno di noi che ci professiamo cristiani, qualunque sia la nostra confessione di fede.

Anche il prete durante la messa recita la liturgia che parla del ritorno di Cristo: “Annunciamo la tua morteSignore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta. ”

Cosa accadrà al ritorno di Gesù è detto nella Parola di Dio con estrema chiarezza. Ed è una parte della nostra fede cristiana che ci dà gioia, conforto, speranza.

Ho iniziato a leggere la Bibbia a quattordici anni circa. E il ritorno di Gesù mi è sempre stato un argomento particolarmente caro – insomma, per quale cristiano non lo è!

Dalle mie parti si dice: “solo alla morte non c’è rimedio”. Un detto sfatato dalla Parola di Dio che ci dice che Cristo è risorto dai morti e che quindi un rimedio alla morte!

C’è anche un altro detto: “sicura è solo la morte”. Alla luce della Parola di Dio anche questa cosa non è esattamente vera.

Esaminiamo cosa ci dice la Parola di Dio nella prima epistola di Paolo ai Tessalonicesi. Il messaggio qui è così semplice. Basta leggere verso per verso e ringraziare Dio per una così stupenda speranza in Cristo.

1 Tess 4:13  Fratelli, non vogliamo che siate nell’ignoranza riguardo a quelli che dormono, affinché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza.

Alla morte non vi è rimedio, è questo il sentimento popolare.  Ed è questa menzogna diabolica che fa degli uomini dei disperati che vivono la loro vita come una corsa forsennata al piacere ed al benessere per poterne accumulare il più possibile prima che sopraggiunga l’inevitabile. Il mondo è senza speranza.  E se l’uomo è folle nei suoi comportamenti è proprio perché non capisce il senso della sua esistenza e immagina che la morte porrà fine a tutto.  A Catania vi è un altro detto davvero brutto: “è tutto perso”. La Parola di Dio ci assicura che non è tutto perso, che c’è speranza e che questa speranza deve dare gioia e forza ai nostri cuori per proseguire il nostro cammino di fede in Gesù, nostro Signore e Salvatore.

1 Tess 4:14  Infatti, se crediamo che Gesù morì e risuscitò, crediamo pure che Dio, per mezzo di Gesù, ricondurrà con lui quelli che si sono addormentati.

Noi che crediamo che Gesù è resuscitato dai morti, non possiamo non credere nella resurrezione. Come Cristo è resuscitato anche coloro che moriranno in Cristo un giorno verranno da Dio resuscitati. Quando accadrà ciò?

1 Tess 4:15  Poiché questo vi diciamo mediante la parola del Signore: che noi viventi, i quali saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo quelli che si sono addormentati;

Questo è uno dei miei versi preferiti. Notate cosa scrive Paolo: “noi viventi”. Paolo non attendeva la morte, ma il ritorno di Gesù. Noi cristiani non siamo in attesa della nostra morte, ma del ritorno di Gesù che può aver luogo da un momento all’altro! E’ questa la nostra speranza, che la morte non avrà comunque la meglio su di noi.

Gesù diceva: “Vegliate, dunque, perché non sapete in quale giorno il vostro Signore verrà.” (Matteo 24:42)  Questa frase è sì un monito. Però ha per me avuto sempre insita una promessa: Gesù potrebbe tornare mentre io sono  ancora in vita. E allora quel detto: “sicura c’è solo la morte” non risponde a verità. Sicuro c’è solo che Gesù tornerà e che chi sarà in vita non morirà. Ecco cosa accadrà.

1Tess 4:16  perché il Signore stesso, con un ordine, con voce d’arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo, e prima risusciteranno i morti in Cristo;

Il ritorno di Gesù è stato previsto in molti brani della Scrittura. Nell’Antico Testamento: “Io guardavo, nelle visioni notturne, ed ecco venire sulle nuvole del cielo uno simile a un figlio d’uomo […] gli furono dati dominio, gloria e regno, perché le genti di ogni popolo, nazione e lingua lo servissero. Il suo dominio è un dominio eterno che non passerà, e il suo regno è un regno che non sarà distrutto. ” (Daniele 7:13-14)

Il Signore Gesù stesso predisse il suo ritorno: “Allora apparirà nel cielo il segno del Figlio dell’uomo; e allora tutte le tribù della terra faranno cordoglio e vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nuvole del cielo con gran potenza e gloria. E manderà i suoi angeli con gran suono di tromba per riunire i suoi eletti dai quattro venti, da un capo all’altro dei cieli. 

Gli angeli lo hanno confermato alla sua ascensione in cielo. “Dette queste cose, mentre essi guardavano, fu elevato; e una nuvola, accogliendolo, lo sottrasse ai loro sguardi. “E come essi avevano gli occhi fissi al cielo, mentre egli se ne andava, due uomini in vesti bianche si presentarono a loro e dissero: “Uomini di Galilea, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù, che vi è stato tolto, ed è stato elevato in cielo, ritornerà nella medesima maniera in cui lo avete visto andare in cielo”. ” (Atti 1:9-10)

L’attesa di Gesù che torna ci dà forza, vigore, voglia di combattere la vita quotidianamente, sapendo che ha senso.

Se posso dare la mia testimonianza… Sono credente da oltre trentacinque anni. Ed è da trentacinque anni che vedo Dio che mi guida, spiana il mio cammino, blocca percorsi che non devo fare, apre vie che devo percorrere, in ogni cosa è presente. E’ Lui che dà senso a questa vita che altrimenti non ha senso. Io non ho meriti, io non sono speciale. Io semplicemente credo in Lui e a Lui mi affido in ogni cosa. Sbaglio, sbaglio sempre. Ma il mio pensiero e la mia preghiera costante si rivolgono a Lui e il Suo Amore mi sostiene e mi dà forza.

Ecco che questo verso, il 16, ci dice che al ritorno di Gesù i morti in Cristo resusciteranno. Sarà questa la prima cosa che accadrà.

1Tess 4:17  poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti insieme con loro, sulle nuvole, a incontrare il Signore nell’aria; e così saremo sempre con il Signore.

Ecco di nuovo quel meraviglioso “noi“.  Nostra deve essere l’aspettativa di Paolo. Se il Signore può tornare in qualsiasi momento, chi gli impedisce di tornare fra un’ora, un giorno, un mese, ecc., mentre te o io siamo ancora in vita?

La nostra vita non quindi è vissuta nella triste attesa di un fato inevitabile, della morte, ma nella viva speranza che il nostro percorso sarà arrestato dalla voce del Signore che ritorna e che ci rapirà da questo mondo  per porterci alla Sua presenza, per stare per sempre con Lui.

1 Tess 4:18  Consolatevi dunque gli uni gli altri con queste parole.

Queste cose dobbiamo ricordarcele continuamente. Accendiamo la tv e sentiamo parlare di stupidaggini o di cattive notizie. Siamo bombardati da pubblicità che ci vuole far spendere soldi. Quindi non possiamo relegare il nostro compito di consolarci gli uni gli altri a nessuno. Noi credenti dobbiamo ricordare agli altri credenti continuamente che il Signore sta tornando, che la nostra fatica non è vana, che non è la morte che ci attende ma la vita eterna.

Fai tua questa speranza!

The Christian Counter

 

Il libro del profeta Daniele

Daniele Cover 6 x 9 bianca con testo ebraico

Qui sopra la copertina dell’edizione 2016 del libro

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INTRODUZIONE (dal libro)

Un affetto particolare mi lega al libro biblico di Daniele. Si tratta di una delle prove più straordinarie dell’ispirazione della Bibbia. Se il lettore avrà la pazienza di esaminare il mio lavoro, spero di convincere di questo anche lui.Purtroppo non tutti sono della mia stessa opinione. Credo che non sia nemmeno difficile comprendere il perché. Parliamo, infatti, di un libro che ha percorso un tragitto di oltre 2500 anni per giungere sino a noi. Ciò non può non facilitare le divergenze di vedute sull’attendibilità del suo testo o la affidabilità di alcune informazioni che contiene. Personalmente, però, lo dico subito, non ho riscontrato contraddizioni o errori nel libro di Daniele. Difficoltà certamente; diverse. Sarebbe impensabile aspettarsi il contrario. Ma dopo un attento esame di queste difficoltà, trasmetto con tutta onestà al lettore medio della Bibbia la mia convinzione sull’attendibilità dei contenuti del libro di Daniele, sia dal punto di vista storico che profetico.
Le difficoltà che sorgono con le informazioni storiche vengono con troppa premura liquidate, da una certa scuola di pensiero piuttosto in voga oggi, come errori ed incongruenze. Ma credo sia soltanto un errore di prospettiva, di atteggiamento. Perché se diamo per assodato che ogni informazione fornita dal libro di Daniele senza un adeguato e pronto riscontro nelle cronache extrabibliche sia un errore, guarderemo tutto dall’angolazione sbagliata. Se abbiamo il coraggio di cambiare prospettiva e, senza preconcetti, proviamo ad immaginare le narrazioni di Daniele come il risultato di un’esperienza diretta vissuta in prima persona, quando non troviamo riscontri nelle nostri fonti storiche profane, possiamo semplicemente immaginare che Daniele riferisce – in quanto testimone oculare e protagonista in prima persona dei fatti descritti nel suo libro – informazioni che, altrimenti sarebbero andati perdute.
Nel III secolo il filosofo pagano Porfirio, acerrimo nemico del cristianesimo, sostenne che l’entusiasmo dei cristiani per le profezie di Daniele era immotivato. Egli si prodiga per dimostrare che questo libro è soltanto una frode prodotta nel periodo dei Maccabei, nel II secolo a.C., quindi dopo che le profezie – spacciate solo per tali dall’ignoto autore di questo clamoroso plagio – si erano avverate. E’ comprensibile, logico e persino inevitabile, che un pagano, nemico della Fede, ritenga che le Sacre Scritture altro non siano che un falso e la nostra speranza in Cristo solo un’illusione. Ma mi chiedo come possa accadere che qualcuno che si definisce cristiano abbandoni così drasticamente la fede tradizionale della Chiesa (e della comunità ebraica), che affonda le proprie convinzioni nella testimonianza degli apostoli e del Signore Gesù Cristo stesso, a favore di un’“irrazionale” parvenza di razionalismo avente la sostanza dello scetticismo e dell’incredulità? E’ drammatico trincerarsi dietro una supposta “verità storica”, riconosciuta come tale solo nelle fonti extrabibliche e in ossequio ai risultati (soggettivi) degli studiosi, o meglio di certi studiosi, essere pronti a svuotare la Parola di Dio della sua autorità e definirsi comunque cristiani o pretendere di prodigarsi per un approfondendo della Verità.
La cosa più triste è che, senza preconcetti, senza preferire delle comode conclusioni affrettate, che originano solo da un cieco desiderio di dimostrare un’idea che precede l’attenta imparziale ricerca della verità, Daniele si rivela essere quello che pretende di essere: un meraviglioso documento giunto fino a noi dopo un lungo tragitto di ben 2500 anni, per testimoniarci la fedeltà di Dio.
Il colpo di grazia, auto infertosi da chi vuole svuotare Daniele della sua autorità storica e profetica, lo troverà il lettore attento nell’assoluta incongruenza delle conclusioni raggiunte dall’interpretazione di chi non lo considera una raccolta di autentiche profezie, nelle vere e proprie capriole esegetiche e vistose forzature storiche che fanno leva sulle difficoltà oggettive a cui accennavo prima, aventi come unico fine l’impossibile tentativo di racchiudere le profezie contenute in Daniele al periodo, il II a.C., in cui certi studiosi suppongono questa “frode” o “pia frode” sia stata prodotta.
Avvicinandoci a Daniele, con la semplicità di stupirsi di un bambino e con la conoscenza che ci comunica il Nuovo Testamento, troviamo qui delle stupende conferme e delle autentiche profezie che guardano dritte alla nostra “beata speranza”, al ritorno del Signore Gesù. E sono d’accordo con Sir Robert Anderson: “se la conoscenza del passato è importante, una conoscenza del futuro deve esserlo ancora di più, perché apre la mente e la fa elevare al di sopra della pochezza prodotta da una ristretta e non illuminata contemplazione del presente”.
Sarebbe più follia che presunzione dire che tutto è chiaro. Ma sono convinto che il lettore serio, con la guida insostituibile dello Spirito Santo, riconoscerà che le linee principali dell’interpretazione che presento, sono tracciate con sufficiente chiarezza nella stessa Scrittura.
Vi sono dei dettagli che meritano una breve ma fondamentale precisazione iniziale.
Quasi tutti i nomi dei principali protagonisti di questo studio non hanno una maniera univoca di scriversi. E’ qualcosa di molto comune nell’antichità; e, nello studio della storia, è una costante con la quale non può non doversi confrontare. Le divergenze, ad esempio, nel nome di un re a seconda del monumento, dell’iscrizione o del documento dove è trascritto, spesso ne rende incerta l’identificazione fra le diverse fonti. Il nome del principale re della rinascita babilonese lo troviamo di solito nei libri di scuola e nei testi storici italiani come Nabucodonosor, come ci viene tramandato dalle fonti storiche in lingua greca. Nelle varie versioni della Bibbia, il nome di questo re ha dato origine a diverse varianti. La Diodati lo chiama Nebucadnesar. La Riveduta Luzzi lo chiama Nebucadnetsar. La Nuova Riveduta in un certo senso si allontana dal testo ebraico della Bibbia scegliendo la lettura oggi adottata nei libri di storia, chiamandolo Nabucodonosor. La Nuova Diodati cerca di rimanere il più fedele possibile alla traslitterazione ebraica del testo della Bibbia e legge Nebukadnetsar, sfruttando l’ampliamento del nostro alfabeto tradizionale italiano. Nell’inglese “The Cambridge Ancient History” ci viene ricordato che il nome originale di questo re è Nabu-kudurri-usur, che significa “Nabu proteggi la mia stirpe”.
Non se ne stupisca il lettore. Non è forse vero che al nostro Cristoforo Colombo, per noi scopritore dell’America, viene dedicata una festa negli USA, chiamata il Columbus Day? Non è forse vero che la città di London diventa nella nostra lingua Londra? Paris non è per noi Parigi? La nostra Firenze non è conosciuta come Florence nel mondo anglosassone? Immaginiamo il fenomeno proiettato nel passato e fra lingue non così relativamente imparentate come le nostre lingue occidentali e le difficoltà degli storici ci appariranno subito chiare. Immaginiamo quale compito non semplice sia identificare il nome di un re fenicio scritto in accadico negli archivi della corrispondenza di un faraone egiziano!
Più complessa ancora è la questione legata alle datazioni.
Nell’antichità i calendari erano locali e gli anni di solito venivano riferiti a quelli del re al potere. Ne abbiamo diversi esempi nella Bibbia, quindi non c’è nemmeno bisogno di guardare altrove. Lo stesso libro di Daniele comincia così “Nel terzo anno del regno di Jehoiakim, re di Giuda, Nebukadnetsar, re di Babilonia, venne contro Gerusalemme e la cinse d’assedio.”
Visto che una datazione di questo genere è piuttosto relativa, a volte sorge il bisogno di raffrontare le datazioni di due nazioni diverse per potere avere una maggiore precisazione temporale. “Ecco la parola che fu rivolta a Geremia riguardo a tutto il popolo di Giuda, nel quarto anno di Ioiachim, figlio di Giosia, re di Giuda (era il primo anno di Nabucodonosor, re di Babilonia)”. Geremia 25:1.
E’ ovvio che non è sempre un compito facile riuscire a tramutare le datazioni dell’antichità, così oggettivamente relative, in una data certa del nostro calendario. Più andiamo a ritroso nel tempo più questa operazione è difficile. Anche perché il nostro stesso calendario non è perfetto. Esso è diviso in due parti principali, avendo come punto di riferimento la nascita di Gesù. Gli anni che precedono la nascita del Cristo sono detti appunto “avanti Cristo”, abbreviato a.C. Quelli che seguono sono anni “dopo Cristo”, d.C. Solo per citare il più evidente paradosso del nostro calendario basterà ricordare che a causa di un errore di calcolo iniziale, secondo alcuni studiosi, la nascita di Gesù è avvenuta nel 4 a.C.; secondo altri addirittura nel 6 a.C. Altre imprecisioni hanno portato, nei secoli passati, alla soppressione di interi giorni o settimane.
Un altro esempio biblico di antica datazione comparata la rinveniamo in Genesi 14:1, “Avvenne al tempo di Amrafel re di Scinear, di Arioc re di Ellasar, di Chedorlaomer re di Elam e di Tideal re dei Goim, che essi mossero guerra a Bera re di Sodoma, a Birsa re di Gomorra, a Sineab re di Adma, a Semeber re di Seboim e al re di Bela, cioè Soar”. Mentre l’uomo moderno può sentirsi indignato dal fatto che l’autore sacro non gli faccia comprendere in un modo a lui più familiare il periodo in cui si verificano questi eventi, d’altra parte l’uomo di quegli anni avrebbe più motivo di reputare incredibile il fatto che oggi si sia persa la memoria di re tanto famosi nella loro epoca. Ironia a parte, l’indicazione temporale della Genesi deve essere stata molto dettagliata, ma ci risulta impossibile oggi riferirla con altrettanta esattezza al nostro calendario. Né, ricollegandoci all’argomento legato ai nomi degli antichi re, siamo in grado di essere certi sull’identità di questi sovrani in base alle informazioni extrabibliche. Alcuni sostengono che uno di questi sia il famoso Hammurabi, re di Babilonia. Ma certezze non ve ne sono, non allo stato delle scoperte pubblicate. Sembra impossibile? Non lo è. Sabatino Moscati, professore ordinario all’Università di Roma ed archeologo, nel suo bel libro Antichi imperi d’Oriente, pag. 70, afferma che il regno di Hammurabi risale al XVIII secolo a.C. David Rohl, archeologo ed egittologo, è invece convinto, come afferma in vari punti del suo stupendo libro Il Testamento Perduto, che Hammurabi regnò nel XVI secolo a.C.
Un ultimo esempio di datazione antica che voglio proporre è quella che rinveniamo nel vangelo di Luca. “Or nell’anno quindicesimo del regno di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea. Erode tetrarca della Galilea, suo fratello Filippo tetrarca dell’Iturea e della regione della Traconitide e Lisania tetrarca dell’Abilene,2 sotto i sommi sacerdoti Anna e Caiafa, la parola di Dio fu indirizzata a Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto”. (Luca 3:1-2)
Qui l’evangelista tiene fede alla parola data all’inizio, cioè che avrebbe con ogni diligenza indagato sugli eventi dei quali stava narrando. Ovviamente le sue affermazioni devono avere avuto per i cristiani del primo secolo senso quali indicazioni temporali per comprendere bene quando si sono verificati gli eventi oggetto della narrazione evangelica. Invece di scuotere il capo in senso di disapprovazione, l’uomo del XXI secolo dovrebbe guadagnarne in umiltà (a me accade così) perché spesso la nostra cultura storica non è sufficiente da permetterci di rapportare in maniera soddisfacente i tempi degli eventi biblici nel nostro calendario.
Ma non finisce qui, vi sono altri tipi di difficoltà.
Nei testi di storia si troverà l’inizio del regno di Nabucodonosor riferito all’anno 605 a.C. del nostro calendario. Ciò secondo il nostro metodo di datazione. Ma per i babilonesi il primo anno di regno di un re non iniziava alla morte del predecessore, bensì dal capodanno dell’anno seguente, che nel calendario babilonese era nel mese di Nisan, che corrisponde al nostro Marzo – Aprile.
Questa lunga premessa sulle datazioni è importante perché il lettore comprenda che non si può essere dogmatici sull’esattezza delle date riferite al passato che sono, tanto più remote, quanto più soltanto indicative.
La differenza di uno o anche due anni tra un libro di storia o un commentario e l’altro non ci debbono sconvolgere quindi più di tanto e non possono nemmeno essere metro di giudizio per l’attendibilità di questo o quel libro.
Di norma, tutto ciò che ha un valore richiede fatica. Nonostante io abbia trascorso anni a studiare quanto qui presento allo studente volenteroso della Parola di Dio nella maniera più semplice che mi riesce, sarebbe irrealistico pensare che la lettura e lo studio del mio libro sarà facile. Ma ho messo tutto il mio impegno affinché possa riuscire di benedizione per chi ama il Signore e la Sua Parola.
La traduzione biblica che ho commentato è la Nuova Diodati. I motivi di questa scelta saranno particolarmente evidenti nel commento al capitolo 9 di Daniele. Ho, però, tratto molte citazioni anche dalla Nuova Riveduta.
Un lavoro di riferimento è stato il libro di Robert Dick Wilson, Studies in the book of Daniel. La testimonianza di Wilson è molto importante. Conoscendo oltre quaranta lingue, questo studioso riusciva ad attingere personalmente ai documenti storici originali, dai quali traeva le sue informazioni. Come dimostreranno le citazioni che ho tratto dal suo lavoro, ritengo il suo contributo all’approfondimento e difesa sul libro di Daniele di valore inestimabile.
Ho consultato i libri di Giuseppe Flavio, storico giudaico del I secolo d.C. E’ un riferimento molto importante la cui lettura, per chi studia la Bibbia, in particolare l’Antico Testamento, è molto istruttiva. Egli parla in più punti degli eventi che riguardano Daniele e lo chiamerò in causa più di una volta.
Ireneo (120-202) fu vescovo nella città di Lione. Nella sua monumentale opera “Contro le Eresie” accenna al libro di Daniele. Vedremo più avanti cosa ha da dire in proposito.
Dall’antichità cristiana ci arrivano due importanti libri che parlano approfonditamente delle profezie di Daniele: il commentario di Girolamo del IV secolo e gli scritti di Ippolito sull’Anticristo del III secolo. Sono dei testi che ritengo fondamentali perché testimoniano la continuità con l’insegnamento della Chiesa primitiva nelle linee principali dell’interpretazione che propongo. Li citerò più volte.
Lo scopo del mio lavoro è produrre un commentario che si concentri sull’esegesi del brano e che dipinga il più nitidamente possibile lo sfondo storico degli eventi narrati. Questo renderà il mio libro uno strumento più adatto alla consultazione ed allo studio che alla semplice lettura. Mi sono concentrato sull’interpretazione, lasciando l’applicazione della Scrittura al lettore. L’interpretazione della Parola di Dio credo sia un dato oggettivo. Per potere appieno percepire il significato di un brano, bisogna cercare di considerare il maggior numero di dettagli possibile, quali la lingua originale, il periodo di composizione, il destinatario o destinatari immediati dello scritto, ecc …, fattori che debbono concorrere tutti alla ricerca dell’autentico significato del brano considerato. Questa ricerca è stata il mio obiettivo primario.
L’applicazione, invece, non meno importante, comunque, rende viva la Parola, attualizzandola, dando un significato personale e particolare a chi legge o ascolta il brano biblico. Potremmo quindi dire che un brano biblico ha una sola interpretazione, ma è possibile anche ricavarne diverse applicazioni. Sono convinto che l’applicazione sia personale, legata alle circostanze che riguardano chi medita la Sacra Scrittura ed è parte del ministero dello Spirito Santo. Qua e là, però, mi lascerò lo stesso andare e proporrò qualche considerazione personale lo ritengo un privilegio da autore al quale non voglio rinunciare.
Un’ultima precisazione che faccio riguarda il mio metodo di scrittura. So di avere ripetuto certe cose più d’una volta nelle diverse parti del libro. Lo faccio di proposito e lo scopo è rendere il più possibile indipendenti i diversi capitoli, per permettere una più efficace consultazione o la lettura dei capitoli che interessano soltanto.

Il ritorno di Gesù – contro chi ne predice la data sul nostro calendario

di Giuseppe Guarino

Ma quanto a quel giorno e a quell’ora nessuno li sa, neppure gli angeli del cielo, neppure il Figlio, ma il Padre solo”. Matteo 24:36.

Con questa frase così forte Gesù insegna ai suoi discepoli che nessuno conosce o potrà con esattezza predire il giorno del suo ritorno. E’, quindi, incredibile che aprendo internet, fra le notizie in prima pagina di yahoo – il famoso motore di ricerca – mi tocca scoprire che all’inizio di quest’anno un predicatore “evangelico” ha predetto il giorno del ritorno di Cristo nel 2011.

Non importa dietro quale aggettivo o titolo si nasconda un individuo del genere: pretendere di potere calcolare, Bibbia alla mano, la data del ritorno di Cristo è contro il Vangelo, contro l’insegnamento di Gesù e della Parola di Dio!

Brevissimamente sento il bisogno di trattare questo argomento in difesa della Verità e delle chiese che possono veramente fregiarsi del titolo di “evangeliche”.

Vi sono precedenti di altri “studiosi” che hanno avuto la pretesa di credere di essere riusciti a calcolare la data del ritorno di Cristo. Fra questi Russell, il fondatore del movimento oggi conosciuto come “Testimoni di Geova”. Egli era certo di avere calcolato che il ritorno di Cristo avrebbe avuto luogo nel 1914. Quasi 100 anni fa, ormai! Il tempo ha abbondantemente dimostrato che i calcoli di Russell erano disastrosamente errati.

Di recente sono state rispolverate anche antiche profezie Maya, secondo le quali il mondo dovrebbe finire nel 2012. Ho trovato il film “2012” molto bello e ricco di effetti speciali, visto che a me personalmente piace molto la fantascienza; ma non riesco ad immaginare che nessuno lo veda come più che un semplice film. I libri ed i programmi televisivi che sostengono l’attendibilità di questa “profezia” si sono rivelati delle ottime operazioni commerciali, dimostrando che oggi anche la fine del mondo può vendersi, facendone un vero e proprio prodotto commerciale.

Gesù aveva predetto, mettendoci in guardia: “Molti falsi profeti sorgeranno e sedurranno molti.” Matteo 24:11.

Aggiunge lo stesso Gesù: “Vegliate, dunque, perché non sapete in quale giorno il vostro Signore verrà. Ma sappiate questo, che se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte il ladro deve venire, veglierebbe e non lascerebbe scassinare la sua casa. Perciò, anche voi siate pronti; perché, nell’ora che non pensate, il Figlio dell’uomo verrà”. Matteo 24:42-44.

Difficilmente la Scrittura potrebbe essere più chiara: non sappiamo il giorno del ritorno di Gesù. E’ per questo che la Bibbia ci esorta ad essere pronti in qualsiasi momento.

IL RITORNO DI GESU’

Quando il Signore fu elevato alla destra del Padre, dopo la sua resurrezione, venne predetto ai discepoli che un giorno egli sarebbe ritornato. “Dette queste cose, mentre essi guardavano, fu elevato; e una nuvola, accogliendolo, lo sottrasse ai loro sguardi. E come essi avevano gli occhi fissi al cielo, mentre egli se ne andava, due uomini in vesti bianche si presentarono a loro e dissero: “Uomini di Galilea, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù, che vi è stato tolto, ed è stato elevato in cielo, ritornerà nella medesima maniera in cui lo avete visto andare in cielo“. Atti 1:9-11.

Gesù stesso aveva promesso ai suoi discepoli il suo ritorno: “Il vostro cuore non sia turbato; abbiate fede in Dio, e abbiate fede anche in me! Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che io vado a prepararvi un luogo? Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi”. Giovanni 14:1-3.

E’ questa la speranza del cristiano: non l’attesa della morte, bensì del ritorno del nostro Signore e della vita eterna. Scrivendo a Tito, Paolo chiama questa attesa “… la beata speranza e l’apparizione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore, Cristo Gesù”. Tito 2:13.

E’ questa la “consolazione” che abbiamo nella Parola di Dio: dopo essere stato obbediente fino alla croce, Gesù ha vinto la morte con la sua gloriosa resurrezione ed un giorno tornerà per la sua Chiesa.

Scrive Paolo alla chiesa di Tessalonica: “Fratelli, non vogliamo che siate nell’ignoranza riguardo a quelli che dormono (Paolo chiama così i cristiani defunti), affinché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Infatti, se crediamo che Gesù morì e risuscitò, crediamo pure che Dio, per mezzo di Gesù, ricondurrà con lui quelli che si sono addormentati. Poiché questo vi diciamo mediante la parola del Signore: che noi viventi, i quali saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo quelli che si sono addormentati; perché il Signore stesso, con un ordine, con voce d’arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo, e prima risusciteranno i morti in Cristo; poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti insieme con loro, sulle nuvole, a incontrare il Signore nell’aria; e così saremo sempre con il Signore. Consolatevi dunque gli uni gli altri con queste parole.” 1 Tessalonicesi 4:13-18.

Questo brano della Scrittura è meraviglioso e raccoglie la sostanza della nostra fede: la certezza della vita eterna in Cristo e con Cristo. L’affermazione che più mi sorprende ed allo stesso tempo mi fa capire quale deve essere la prospettiva di vita del cristiano, è quella frase detta in modo così naturale da Paolo: “noi viventi, i quali saremo rimasti…” Pur essendo un apostolo, Paolo stesso non sapeva quando il Signore sarebbe tornato. Ma il fatto che includa se stesso, che speri egli stesso in prima persona di essere in vita al ritorno di Cristo, ci insegna quale deve essere il nostro atteggiamento. Se non sappiamo quando Cristo tornerà, dobbiamo vivere ogni giorno come se il suo ritorno fosse domani o persino oggi stesso. Ciò ci fortifica e ci dona gioia; ed avendo anche cura di essere sempre pronti, essendo sempre impegnati nelle buone opere che testimoniano la nostra vita in Lui.

E’ questo il senso dell’esortazione di Cristo, del suo: “vegliate”, che produce nel cristiano una speranza viva ed una fede attiva ed operante. Infatti, nella parabola dei talenti, il Signore ci insegna a mettere a frutto quello che ci ha donato, a farlo crescere, ad utilizzarlo per il bene nostro e del nostro prossimo. L’attesa del ritorno di Cristo nel cristiano non è, quindi, passiva, un fatalismo contemplativo della sorte umana; al contrario, è stimolo per il credente ad operare proprio in attesa della piena e definitiva manifestazione di quella speranza.

Chi predice con date esatte, calendario alla mano, il ritorno di Cristo, finisce solo per confondere chi crede e dare possibilità a chi non crede di ridicolizzare la nostra Fede. Chi agisce in questo modo, l’abbiamo visto esaminando la Sacra Scrittura, rinnega l’autentico insegnamento della Chiesa di Cristo. Il tempo ha già dimostrato la falsità di previsioni simili e lo farà ancora.

COSA PRECEDERA’ IL RITORNO DI CRISTO ?

La Bibbia non ci dice quando Gesù verrà, in maniera che possiamo individuare sul nostro calendario la data del nostro suo ritorno. Ma ci dice cosa accadrà nell’imminenza del suo ritorno, quali eventi ci faranno comprendere che Gesù è vicino.

I discepoli interrogarono Gesù, dimostrando come l’animo umano avverta l’ansia per il futuro che l’attende. E la Parola di Dio non ci lascia senza risposte. “Mentre egli era seduto sul monte degli Ulivi, i discepoli gli si avvicinarono in disparte, dicendo: “Dicci, quando avverranno queste cose e quale sarà il segno della tua venuta e della fine dell’età presente?”. Matteo 24:3. E’ vero Gesù disse ai discepoli che il suo ritorno sarebbe stato preceduto da falsi cristi e falsi profeti, da guerre e rumori di guerre e che quando l’evangelo sarebbe stato predicato in tutto il mondo, allora sarebbe arrivata la fine, come è scritto nel sermone profetico di Matteo 24. E’, quindi, lecito, visto che cose simili accadono oggi sotto i nostri occhi, supporre che il ritorno di Cristo sia vicino. Ma di certo non possiamo predirne la data!

Possiamo senz’altro anche aggiungere che vi sono delle cose che debbono ancora succedere. Il Nuovo Testamento è molto chiaro. Vediamo cosa scrive in proposito Paolo ai tessalonicesi.

Ora, fratelli, circa la venuta del Signore nostro Gesù Cristo e il nostro incontro con lui, vi preghiamo di non lasciarvi così presto sconvolgere la mente, né turbare sia da pretese ispirazioni, sia da discorsi, sia da qualche lettera data come nostra, come se il giorno del Signore fosse già presente. Nessuno vi inganni in alcun modo; poiché quel giorno non verrà se prima non sia venuta l’apostasia e non sia stato manifestato l’uomo del peccato, il figlio della perdizione, l’avversario, colui che s’innalza sopra tutto ciò che è chiamato Dio od oggetto di culto; fino al punto da porsi a sedere nel tempio di Dio, mostrando sé stesso e proclamandosi Dio. Non vi ricordate che quand’ero ancora con voi vi dicevo queste cose? Ora voi sapete ciò che lo trattiene affinché sia manifestato a suo tempo. Infatti il mistero dell’empietà è già in atto, soltanto c’è chi ora lo trattiene, finché sia tolto di mezzo. E allora sarà manifestato l’empio, che il Signore Gesù distruggerà con il soffio della sua bocca, e annienterà con l’apparizione della sua venuta”. 2 Tessalonicesi 2:1-8

La chiesa della città di Tessalonica era stata turbata da chi diceva che Cristo era già ritornato. Questi individui erano probabilmente arrivati al punto di scrivere delle epistole spacciandole per opere dell’apostolo Paolo. Quest’ultimo quindi con forza ricorda il suo insegnamento che aveva impartito anche di persona alla chiesa destinataria della sua lettera. Quindi precisa l’apostolo, quel giorno non verrà se non prima:

– sia venuta l’apostasia.

– sia comparso l’anticristo.

Cos’è l’apostasia?

Scrive Paolo a Timoteo: “Ma lo Spirito dice esplicitamente che nei tempi futuri alcuni apostateranno dalla fede, dando retta a spiriti seduttori e a dottrine di demòni, sviati dall’ipocrisia di uomini bugiardi,” 1 Timoteo 4:1-2. L’apostasia è un allontanamento dall’insegnamento apostolico. Se è vero che da una parte vediamo il nascere di movimenti religiosi che si allontanano dalla vera fede, dall’altra vi è un autentico risveglio, una ricerca di Cristo davvero significativa. Mi riferisco ovviamente alla crescita delle chiese evangeliche in molte parti del mondo. In Brasile, ad esempio. In Sud Corea, in Africa. Ma il risveglio non è solo nell’ambito evangelico. Cresce anche nella chiesa cattolica – parlo da italiano che osserva la realtà che mi circonda – il bisogno dei fedeli di un maggiore contatto con la Parola di Dio vissuta in maniera meno distaccata rispetto a come è sempre avvenuto tradizionalmente con la messa cattolica ed il distacco storico fra clero e laici. Diversi movimenti all’interno della chiesa cattolica sono l’espressione di un sincero e crescente interesse per Cristo e la Sua Parola.

Alla luce di quanto sopra sono convinto che non abbiamo ancora sperimentato l’apostasia di cui parla Paolo.

Mi sono convinto leggendo l’Apocalisse che le lettere alle sette chiese (capitoli 2 e 3) narrano il tragitto della Chiesa nella storia, dalla sua nascita fino al ritorno di Gesù. A conferma di quanto ha predetto lo Spirito Santo per bocca dell’apostolo Paolo, l’apostasia si impossesserà della chiesa immediatamente prima del ritorno di Cristo. E’ Infatti all’ultima delle sette chiese dell’Apocalisse che Gesù dice: “All’angelo della chiesa di Laodicea scrivi: Queste cose dice l’Amen, il testimone fedele e veritiero, il principio della creazione di Dio: Io conosco le tue opere: tu non sei né freddo né fervente. Oh, fossi tu pur freddo o fervente! Così, perché sei tiepido e non sei né freddo né fervente io ti vomiterò dalla mia bocca. Tu dici: “Sono ricco, mi sono arricchito e non ho bisogno di niente!” Tu non sai, invece, che sei infelice fra tutti, miserabile, povero, cieco e nudo.” (Apocalisse 3:14-17).

Evento ancora più significativo che precederà il ritorno di Gesù sarà la comparsa dell’anticristo, di colui che qui Paolo chiama “l’uomo del peccato, il figlio della perdizione, l’avversario, colui che s’innalza sopra tutto ciò che è chiamato Dio od oggetto di culto”. Nella follia dell’esaltazione di se stesso, quest’individuo arriverà a “porsi a sedere nel tempio di Dio, mostrando sé stesso e proclamandosi Dio”. Nessuno può dire che ciò sia mai accaduto. Quindi Cristo non è ancora tornato, come suppongono alcuni. Né credo che pochi mesi siano sufficienti perché eventi come quelli descritti dall’apostolo si avverino.

Le parole dell’apostolo valgono anche per la Chiesa di oggi quando ha a confrontarsi con certe affermazioni che vanno contro l’insegnamento del vangelo: “vi preghiamo di non lasciarvi così presto sconvolgere la mente, né turbare”.

COME AVVERRA’ IL RITORNO DI GESU’ CRISTO

Gesù mise in guardia i suoi discepoli: “Allora, se qualcuno vi dice: “Il Cristo è qui”, oppure: “È là”, non lo credete; perché sorgeranno falsi cristi e falsi profeti, e faranno grandi segni e prodigi da sedurre, se fosse possibile, anche gli eletti. Ecco, ve l’ho predetto. Se dunque vi dicono: “Eccolo, è nel deserto”, non v’andate; “eccolo, è nelle stanze interne”, non lo credete; infatti, come il lampo esce da levante e si vede fino a ponente, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo.” Matteo 24:23-27.

Quando il Signore Gesù ritornerà, nessuno rimarrà lì a chiedersi se è quello il vero ritorno di Cristo. Prima che ciò avvenga, compariranno molti, ci predice il Signore, che pretenderanno loro di essere il Cristo. Ma quando egli tornerà, ci dice la Scrittura, il mondo intero ed in maniera inequivocabile se ne renderà conto.

Ecco, egli viene con le nuvole e ogni occhio lo vedrà; lo vedranno anche quelli che lo trafissero, e tutte le tribù della terra faranno lamenti per lui. Sì, amen”. Apocalisse 1:7.

Non credo di peccare di presunzione se dico che brani della Scrittura di questo genere sono di una semplicità elementare e basta conoscerli per non essere più autorizzati a farsi ingannare di alcuno.

CONCLUSIONE

Ho intenzionalmente scritto uno studio breve ed il più semplice possibile, per meglio ribadire la Verità della Parola di Dio, della vera fede evangelica, che è SOLO quella che rinveniamo nella Bibbia.

Chiunque si produca in rocamboleschi calcoli per propinare la data del ritorno di Gesù Cristo, secondo il metro della Bibbia possiamo annoverarlo fra i “falsi profeti” ed i “seduttori”. A questi individui i credenti non hanno alcun motivo di dare alcun credito.

—— 26 Maggio 2011.

Nel mio studio non ho volontariamente citato il nome del predicatore che aveva previsto il ritorno di Cristo per quest’anno, né specificato il giorno per il quale l’aveva previsto. Ebbene il giorno era il 21 Maggio 2011, passato ormai da qualche giorno. La notizia è riportata da Yahoo in un articolo che rattrista per l’abuso della credulità popolare da parte di alcuni. Lo stesso predicatore sembra abbia spostato la fine del mondo ad altra data… Ma come dico a mio figlio quando deve indovinare qualcosa e cerca di barare: eh no, così non vale!

Confermo tutto quanto ho già detto nel mio studio.

Perché i vangeli sono stati scritti così?

di Giuseppe Guarino

Dr. Who è il titolo di una fortunata serie televisiva di fantascienza cominciata nei lontani anni ’60 ed ancora oggi prodotta dalla BBC. La seguivo, poco più che bambino, negli anni ’70, quando la RAI – allora c’era solo quella! – ne trasmise alcuni episodi. Ho visto con piacere gli episodi più recenti (dalla quinta all’ottava stagione) e devo dire che il progresso della serie e dei personaggi è notevole – sono ancora oggi un cultore di fantascienza, sebbene non abbia più da dedicarvi molto tempo.

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La cosa che più mi affascinava in Dr. Who era la sua astronave che serviva al protagonista per viaggiare nello spazio e nel tempo, il Tardis. Sebbene apparisse come una comune cabina telefonica inglese, il Tardis si rivelava al suo interno come un ambiente molto spazioso, come del ci si aspetterebbe da un mezzo capace di fungere da astronave e da macchina del tempo.

A vederlo da fuori chi l’avrebbe detto che un oggetto tanto comune potesse nascondere al suo interno simili fantastiche potenzialità?

Questa premessa perché qualche giorno fa mi sono trovato a discutere sullo stile di composizione dei vangeli con un mio amico, Riccardo, come me appassionato di fantascienza ed anche di fantascienza datata (ricordate Spazio 1999? Star Trek? Ufo?). Riccardo si lamentava dello stile scarno, troppo essenziale a suo avviso, delle narrazioni evangeliche e mi chiedeva apertamente: Perché la Bibbia riporta così pochi dettagli sulla vita di Gesù?

Non è che anche io non mi sia posto questa domanda. Ma credo di aver trovato delle spiegazioni sufficientemente soddisfacenti.

Doctor Who, A Breach in the Vortex

Marco è davvero essenziale nello stile e nei contenuti, ma è un’opera perfettamente in sintonia con gli altri scritti suoi contemporanei. In parole povere, era quello il metodo corrente di scrittura nel periodo in cui quel vangelo fu scritto. Come è logico, ogni autore deve adottare uno stile accettabile dai propri contemporanei, per senso di praticità, ma anche per risultare più chiaro ed efficace possibile.

Se consideriamo che un film o telefilm appena degli anni ’70 ci appare oggi rozzo ed ingenuo, dobbiamo tenere conto che il risultato dei Vangeli, dal punta di vista squisitamente letterario, è più che buono.

Se Matteo propone una cronologia diversa degli eventi rispetto a Marco, è perché il suo intento narrativo tende più a sottolineare il senso di ciò che accade piuttosto che il loro ordine cronologico – che invece ossessiona noi uomini del XXI secolo! Matteo mi ha “sconvolto” con il “disordine” cronologico che compare in alcuni punti della sua narrazione, ma così tanto meravigliato per il suo grande ordine tematico che così compariva!

Perché poi tre vangeli sinottici ed un quarto, quello di Giovanni? La risposta che mi sono data è stata la seguente: quattro narrazioni ci offrono una prospettiva completa, a 360 gradi, di quanto dobbiamo sapere sulla persona di Gesù e sugli eventi che hanno caratterizzato il suo ministero terreno. Da cristiano e da studioso, lo dico in tutta onestà, non ho mai avvertito il bisogno di un quinto evangelo.

Sempre considerando l’approccio storico ai vangeli intesi come documenti, il loro valore di evidenze storiche è più che attendibile, in quanto chiaramente dipendenti dal resoconto di testimoni oculari degli eventi che in essi sono descritti. E, paradossalmente, in quanto documenti anonimi risultano per ciò essere ancora più attendibili, visto che prima di arrivare ad un tale unanime accoglimento nel canone biblico, devono aver dovuto passare l’attento esame di tutta la Chiesa nascente: per essere prima riconosciuti come resoconti attendibili e poi, ma anche soprattutto, Parola di Dio.

I vangeli clamorosamente falsi, attribuiti a questo o quell’apostolo, invece, che hanno proliferato nel II secolo, essendo palesemente di valore pressoché nullo dal punto di vista teologico ma anche storico, hanno goduto soltanto per qualche tempo del favore di questa o quella setta eretica dove erano stati prodotti o diffusi, scivolando presto nell’oblio, almeno fino a quando qualche fortuito ritrovamento non li ha portati alla luce e qualche sapiente operazione commerciale non ne ha sfruttato le potenzialità di guadagno, cercando di attribuire loro un valore storico e religioso che oggettivamente non hanno mai avuto.

Quando si parla di contrasti all’interno delle narrazioni evangeliche o fra di loro, invito a riflettere su quanto sia difficile a volte attingere dalle diverse fonti di informazione (giornali, notiziari) circa la verità di eventi dei nostri giorni; o quanto sia difficile a volte in un’aula di tribunale accertare la verità dei fatti accaduti anche in presenza di diversi testimoni.

L’attendibilità dei testimoni per eccellenza della nostra fede, gli apostoli, sta nel fatto che costoro erano così certi di quanto avevano visto da dedicare tutta la loro vita alla causa del Cristo, e di non fermarsi dal proclamare la Verità nemmeno quando minacciati di morte e poi veramente uccisi.

Scriveva l’apostolo Pietro: “Infatti vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del nostro Signore Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole abilmente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua maestà.” (2 Pietro 1:16 – Nuova Riveduta)

E forse ancora più incisivo scrisse poi l’apostolo Giovanni: “Quel che era dal principio, quel che abbiamo udito, quel che abbiamo visto con i nostri occhi, quel che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato della parola della vita (poiché la vita è stata manifestata e noi l’abbiamo vista e ne rendiamo testimonianza, e vi annunziamo la vita eterna che era presso il Padre e che ci fu manifestata), quel che abbiamo visto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché voi pure siate in comunione con noi; e la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo.” (1 Giovanni 1:1-3 – Nuova Riveduta).

Tralasciando i profondi significati dell’ultima citazione, quello che inequivocabilmente si capisce è che l’apostolo Giovanni dice apertamente: Guardate che abbiamo perfettamente capito ciò di cui siamo testimoni (notate il plurale!), sentito, visto e persino toccato; noi siamo sicuri delle cose che annunciamo, dell’evangelo.

Bisogna essere onesti: non molti eventi storici possono vantare fonti tanto attendibili.

Ma il mio amico, poco interessato alla storia, non rimase per nulla convinto dai cenni che gli feci di quanto sopra ho detto. Riflettendoci a casa, quindi, ho elaborato tutt’altra risposta.

I vangeli e la Bibbia in generale, sono come il Tardis di Dr. Who! Esteriormente appaiono come semplici libri di 27 o 16 capitoli, ma quando entri dentro trovi immensi significati, interi libri dentro i libri, i capitoli, i versi, a volte persino le singole parole. Gli innumerevoli testi scritti sulla Bibbia, se li vogliamo considerare come il frutto dell’osservazione di quanto trovato durante le ricognizioni all’interno di questo stupefacente “contenitore”, sono lì ad attestare l’immensa mole di informazioni che custodiscono questi scritti all’apparenza tanto scarni.

Non è forse vero che oggi per facilitare lo spostamento di grossi files si usa “zipparli”? Lo faccio spesso per mandare diverso materiale via e-mail: raccolgo tutto in una cartella, poi comprimo; quindi allego e spedisco il tutto.

La Bibbia possiamo immaginarla come un messaggio di Dio inviato all’uomo, accuratamente “zippato” in maniera da potersi recapitare con successo all’umanità intera.

Me la cavo meglio con la storia che con la scienza e l’informatica, ma spero di non aver fatto troppa brutta figura ed aver dato nuovi spunti di riflessione da altre prospettive che non siano le solite che regolarmente propongo nei miei studi.

Chiudo con un’ultima importante considerazione.

I tempi sono maturi e c’è poco spazio per i dubbi. Il Signore è alle porte ed il ritorno di Gesù è vicino. L’unica cosa sensata che ci conviene fare è prepararci per quel glorioso momento … il resto conta così poco!

Maranatha

Il ritorno di Gesù

di Giuseppe Guarino

Ma quanto a quel giorno e a quell’ora nessuno li sa, neppure gli angeli del cielo, neppure il Figlio, ma il Padre solo”. Matteo 24:36.

Con questa frase così forte Gesù insegna ai suoi discepoli che nessuno conosce o potrà con esattezza predire il giorno del suo ritorno. E’, quindi, incredibile che aprendo internet, fra le notizie in prima pagina di yahoo – il famoso motore di ricerca – mi tocca scoprire che all’inizio di quest’anno un predicatore “evangelico” ha predetto il giorno del ritorno di Cristo nel 2011.

Non importa dietro quale aggettivo o titolo si nasconda un individuo del genere: pretendere di potere calcolare, Bibbia alla mano, la data del ritorno di Cristo è contro il Vangelo, contro l’insegnamento di Gesù e della Parola di Dio!

Brevissimamente sento il bisogno di trattare questo argomento in difesa della Verità e delle chiese che possono veramente fregiarsi del titolo di “evangeliche”.

Vi sono precedenti di altri “studiosi” che hanno avuto la pretesa di credere di essere riusciti a calcolare la data del ritorno di Cristo. Fra questi Russell, il fondatore del movimento oggi conosciuto come “Testimoni di Geova”. Egli era certo di avere calcolato che il ritorno di Cristo avrebbe avuto luogo nel 1914. Quasi 100 anni fa, ormai! Il tempo ha abbondantemente dimostrato che i calcoli di Russell erano disastrosamente errati.

Di recente sono state rispolverate anche antiche profezie Maya, secondo le quali il mondo dovrebbe finire nel 2012. Ho trovato il film “2012” molto bello e ricco di effetti speciali, visto che a me personalmente piace molto la fantascienza; ma non riesco ad immaginare che nessuno lo veda come più che un semplice film. I libri ed i programmi televisivi che sostengono l’attendibilità di questa “profezia” si sono rivelati delle ottime operazioni commerciali, dimostrando che oggi anche la fine del mondo può vendersi, facendone un vero e proprio prodotto commerciale.

Gesù aveva predetto, mettendoci in guardia: “Molti falsi profeti sorgeranno e sedurranno molti.” Matteo 24:11.

Aggiunge lo stesso Gesù: “Vegliate, dunque, perché non sapete in quale giorno il vostro Signore verrà. Ma sappiate questo, che se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte il ladro deve venire, veglierebbe e non lascerebbe scassinare la sua casa. Perciò, anche voi siate pronti; perché, nell’ora che non pensate, il Figlio dell’uomo verrà”. Matteo 24:42-44.

Difficilmente la Scrittura potrebbe essere più chiara: non sappiamo il giorno del ritorno di Gesù. E’ per questo che la Bibbia ci esorta ad essere pronti in qualsiasi momento.

IL RITORNO DI GESU’

Quando il Signore fu elevato alla destra del Padre, dopo la sua resurrezione, venne predetto ai discepoli che un giorno egli sarebbe ritornato. “Dette queste cose, mentre essi guardavano, fu elevato; e una nuvola, accogliendolo, lo sottrasse ai loro sguardi. E come essi avevano gli occhi fissi al cielo, mentre egli se ne andava, due uomini in vesti bianche si presentarono a loro e dissero: “Uomini di Galilea, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù, che vi è stato tolto, ed è stato elevato in cielo, ritornerà nella medesima maniera in cui lo avete visto andare in cielo“. Atti 1:9-11.

Gesù stesso aveva promesso ai suoi discepoli il suo ritorno: “Il vostro cuore non sia turbato; abbiate fede in Dio, e abbiate fede anche in me! Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che io vado a prepararvi un luogo? Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi”. Giovanni 14:1-3.

E’ questa la speranza del cristiano: non l’attesa della morte, bensì del ritorno del nostro Signore e della vita eterna. Scrivendo a Tito, Paolo chiama questa attesa “… la beata speranza e l’apparizione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore, Cristo Gesù”. Tito 2:13.

E’ questa la “consolazione” che abbiamo nella Parola di Dio: dopo essere stato obbediente fino alla croce, Gesù ha vinto la morte con la sua gloriosa resurrezione ed un giorno tornerà per la sua Chiesa.

Scrive Paolo alla chiesa di Tessalonica: “Fratelli, non vogliamo che siate nell’ignoranza riguardo a quelli che dormono (Paolo chiama così i cristiani defunti), affinché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Infatti, se crediamo che Gesù morì e risuscitò, crediamo pure che Dio, per mezzo di Gesù, ricondurrà con lui quelli che si sono addormentati. Poiché questo vi diciamo mediante la parola del Signore: che noi viventi, i quali saremo rimasti fino alla venuta del Signore, non precederemo quelli che si sono addormentati; perché il Signore stesso, con un ordine, con voce d’arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo, e prima risusciteranno i morti in Cristo; poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo rapiti insieme con loro, sulle nuvole, a incontrare il Signore nell’aria; e così saremo sempre con il Signore. Consolatevi dunque gli uni gli altri con queste parole.” 1 Tessalonicesi 4:13-18.

Questo brano della Scrittura è meraviglioso e raccoglie la sostanza della nostra fede: la certezza della vita eterna in Cristo e con Cristo. L’affermazione che più mi sorprende ed allo stesso tempo mi fa capire quale deve essere la prospettiva di vita del cristiano, è quella frase detta in modo così naturale da Paolo: “noi viventi, i quali saremo rimasti…” Pur essendo un apostolo, Paolo stesso non sapeva quando il Signore sarebbe tornato. Ma il fatto che includa se stesso, che speri egli stesso in prima persona di essere in vita al ritorno di Cristo, ci insegna quale deve essere il nostro atteggiamento. Se non sappiamo quando Cristo tornerà, dobbiamo vivere ogni giorno come se il suo ritorno fosse domani o persino oggi stesso. Ciò ci fortifica e ci dona gioia; ed avendo anche cura di essere sempre pronti, essendo sempre impegnati nelle buone opere che testimoniano la nostra vita in Lui.

E’ questo il senso dell’esortazione di Cristo, del suo: “vegliate”, che produce nel cristiano una speranza viva ed una fede attiva ed operante. Infatti, nella parabola dei talenti, il Signore ci insegna a mettere a frutto quello che ci ha donato, a farlo crescere, ad utilizzarlo per il bene nostro e del nostro prossimo. L’attesa del ritorno di Cristo nel cristiano non è, quindi, passiva, un fatalismo contemplativo della sorte umana; al contrario, è stimolo per il credente ad operare proprio in attesa della piena e definitiva manifestazione di quella speranza.

Chi predice con date esatte, calendario alla mano, il ritorno di Cristo, finisce solo per confondere chi crede e dare possibilità a chi non crede di ridicolizzare la nostra Fede. Chi agisce in questo modo, l’abbiamo visto esaminando la Sacra Scrittura, rinnega l’autentico insegnamento della Chiesa di Cristo. Il tempo ha già dimostrato la falsità di previsioni simili e lo farà ancora.

COSA PRECEDERA’ IL RITORNO DI CRISTO ?

La Bibbia non ci dice quando Gesù verrà, in maniera che possiamo individuare sul nostro calendario la data del nostro suo ritorno. Ma ci dice cosa accadrà nell’imminenza del suo ritorno, quali eventi ci faranno comprendere che Gesù è vicino.

I discepoli interrogarono Gesù, dimostrando come l’animo umano avverta l’ansia per il futuro che l’attende. E la Parola di Dio non ci lascia senza risposte. “Mentre egli era seduto sul monte degli Ulivi, i discepoli gli si avvicinarono in disparte, dicendo: “Dicci, quando avverranno queste cose e quale sarà il segno della tua venuta e della fine dell’età presente?”. Matteo 24:3. E’ vero Gesù disse ai discepoli che il suo ritorno sarebbe stato preceduto da falsi cristi e falsi profeti, da guerre e rumori di guerre e che quando l’evangelo sarebbe stato predicato in tutto il mondo, allora sarebbe arrivata la fine, come è scritto nel sermone profetico di Matteo 24. E’, quindi, lecito, visto che cose simili accadono oggi sotto i nostri occhi, supporre che il ritorno di Cristo sia vicino. Ma di certo non possiamo predirne la data!

Possiamo senz’altro anche aggiungere che vi sono delle cose che debbono ancora succedere. Il Nuovo Testamento è molto chiaro. Vediamo cosa scrive in proposito Paolo ai tessalonicesi.

Ora, fratelli, circa la venuta del Signore nostro Gesù Cristo e il nostro incontro con lui, vi preghiamo di non lasciarvi così presto sconvolgere la mente, né turbare sia da pretese ispirazioni, sia da discorsi, sia da qualche lettera data come nostra, come se il giorno del Signore fosse già presente. Nessuno vi inganni in alcun modo; poiché quel giorno non verrà se prima non sia venuta l’apostasia e non sia stato manifestato l’uomo del peccato, il figlio della perdizione, l’avversario, colui che s’innalza sopra tutto ciò che è chiamato Dio od oggetto di culto; fino al punto da porsi a sedere nel tempio di Dio, mostrando sé stesso e proclamandosi Dio. Non vi ricordate che quand’ero ancora con voi vi dicevo queste cose? Ora voi sapete ciò che lo trattiene affinché sia manifestato a suo tempo. Infatti il mistero dell’empietà è già in atto, soltanto c’è chi ora lo trattiene, finché sia tolto di mezzo. E allora sarà manifestato l’empio, che il Signore Gesù distruggerà con il soffio della sua bocca, e annienterà con l’apparizione della sua venuta”. 2 Tessalonicesi 2:1-8

La chiesa della città di Tessalonica era stata turbata da chi diceva che Cristo era già ritornato. Questi individui erano probabilmente arrivati al punto di scrivere delle epistole spacciandole per opere dell’apostolo Paolo. Quest’ultimo quindi con forza ricorda il suo insegnamento che aveva impartito anche di persona alla chiesa destinataria della sua lettera. Quindi precisa l’apostolo, quel giorno non verrà se non prima:

– sia venuta l’apostasia.

– sia comparso l’anticristo.

Cos’è l’apostasia?

Scrive Paolo a Timoteo: “Ma lo Spirito dice esplicitamente che nei tempi futuri alcuni apostateranno dalla fede, dando retta a spiriti seduttori e a dottrine di demòni, sviati dall’ipocrisia di uomini bugiardi,” 1 Timoteo 4:1-2. L’apostasia è un allontanamento dall’insegnamento apostolico. Se è vero che da una parte vediamo il nascere di movimenti religiosi che si allontanano dalla vera fede, dall’altra vi è un autentico risveglio, una ricerca di Cristo davvero significativa. Mi riferisco ovviamente alla crescita delle chiese evangeliche in molte parti del mondo. In Brasile, ad esempio. In Sud Corea, in Africa. Ma il risveglio non è solo nell’ambito evangelico. Cresce anche nella chiesa cattolica – parlo da italiano che osserva la realtà che mi circonda – il bisogno dei fedeli di un maggiore contatto con la Parola di Dio vissuta in maniera meno distaccata rispetto a come è sempre avvenuto tradizionalmente con la messa cattolica ed il distacco storico fra clero e laici. Diversi movimenti all’interno della chiesa cattolica sono l’espressione di un sincero e crescente interesse per Cristo e la Sua Parola.

Alla luce di quanto sopra sono convinto che non abbiamo ancora sperimentato l’apostasia di cui parla Paolo.

Mi sono convinto leggendo l’Apocalisse che le lettere alle sette chiese (capitoli 2 e 3) narrano il tragitto della Chiesa nella storia, dalla sua nascita fino al ritorno di Gesù. A conferma di quanto ha predetto lo Spirito Santo per bocca dell’apostolo Paolo, l’apostasia si impossesserà della chiesa immediatamente prima del ritorno di Cristo. E’ Infatti all’ultima delle sette chiese dell’Apocalisse che Gesù dice: “All’angelo della chiesa di Laodicea scrivi: Queste cose dice l’Amen, il testimone fedele e veritiero, il principio della creazione di Dio: Io conosco le tue opere: tu non sei né freddo né fervente. Oh, fossi tu pur freddo o fervente! Così, perché sei tiepido e non sei né freddo né fervente io ti vomiterò dalla mia bocca. Tu dici: “Sono ricco, mi sono arricchito e non ho bisogno di niente!” Tu non sai, invece, che sei infelice fra tutti, miserabile, povero, cieco e nudo.” (Apocalisse 3:14-17).

Evento ancora più significativo che precederà il ritorno di Gesù sarà la comparsa dell’anticristo, di colui che qui Paolo chiama “l’uomo del peccato, il figlio della perdizione, l’avversario, colui che s’innalza sopra tutto ciò che è chiamato Dio od oggetto di culto”. Nella follia dell’esaltazione di se stesso, quest’individuo arriverà a “porsi a sedere nel tempio di Dio, mostrando sé stesso e proclamandosi Dio”. Nessuno può dire che ciò sia mai accaduto. Quindi Cristo non è ancora tornato, come suppongono alcuni. Né credo che pochi mesi siano sufficienti perché eventi come quelli descritti dall’apostolo si avverino.

Le parole dell’apostolo valgono anche per la Chiesa di oggi quando ha a confrontarsi con certe affermazioni che vanno contro l’insegnamento del vangelo: “vi preghiamo di non lasciarvi così presto sconvolgere la mente, né turbare”.

COME AVVERRA’ IL RITORNO DI GESU’ CRISTO

Gesù mise in guardia i suoi discepoli: “Allora, se qualcuno vi dice: “Il Cristo è qui”, oppure: “È là”, non lo credete; perché sorgeranno falsi cristi e falsi profeti, e faranno grandi segni e prodigi da sedurre, se fosse possibile, anche gli eletti. Ecco, ve l’ho predetto. Se dunque vi dicono: “Eccolo, è nel deserto”, non v’andate; “eccolo, è nelle stanze interne”, non lo credete; infatti, come il lampo esce da levante e si vede fino a ponente, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo.” Matteo 24:23-27.

Quando il Signore Gesù ritornerà, nessuno rimarrà lì a chiedersi se è quello il vero ritorno di Cristo. Prima che ciò avvenga, compariranno molti, ci predice il Signore, che pretenderanno loro di essere il Cristo. Ma quando egli tornerà, ci dice la Scrittura, il mondo intero ed in maniera inequivocabile se ne renderà conto.

Ecco, egli viene con le nuvole e ogni occhio lo vedrà; lo vedranno anche quelli che lo trafissero, e tutte le tribù della terra faranno lamenti per lui. Sì, amen”. Apocalisse 1:7.

Non credo di peccare di presunzione se dico che brani della Scrittura di questo genere sono di una semplicità elementare e basta conoscerli per non essere più autorizzati a farsi ingannare di alcuno.

CONCLUSIONE

Ho intenzionalmente scritto uno studio breve ed il più semplice possibile, per meglio ribadire la Verità della Parola di Dio, della vera fede evangelica, che è SOLO quella che rinveniamo nella Bibbia.

Chiunque si produca in rocamboleschi calcoli per propinare la data del ritorno di Gesù Cristo, secondo il metro della Bibbia possiamo annoverarlo fra i “falsi profeti” ed i “seduttori”. A questi individui i credenti non hanno alcun motivo di dare alcun credito.

—— 26 Maggio 2011.

Ho volontariamente omesso il nome del predicatore che aveva previsto il ritorno di Cristo per quest’anno, né specificato il giorno per il quale l’aveva previsto. Ebbene il giorno era il 21 Maggio 2011, passato ormai da qualche giorno. (7 anni adesso che rivedo questo articolo) La notizia è riportata da Yahoo e rattrista per l’abuso della credulità popolare da parte di alcuni. Lo stesso predicatore sembra abbia spostato la fine del mondo ad altra data… Ma come dico a mio figlio quando deve indovinare qualcosa e cerca di barare: eh no, così non vale!

Confermo tutto quanto ho già detto nel mio studio.

Radici ebraiche ed universalismo della fede cristiana

di Giuseppe Guarino

Lo studio serio del vangelo e della persona stessa di Gesù non può prescindere da una attenta valutazione sia delle radici ebraiche che dell’universalismo del messaggio cristiano.

Oggi sono in moto delle tendenze che sublimano un ritorno alla cultura ebraica ma mi lascia piuttosto perplesso. Il messaggio evangelico infatti non ci vuole tramutare in ebrei, ma fare di noi dei cristiani, dei seguaci di Cristo. In quanto tali, inevitabilmente indebitati alla cultura veterotestamentaria ma anche assolutamente proiettati verso l’universalismo che troviamo nel Nuovo Testamento.

Che il Nuovo Testamento sia intriso di cultura ebraica questo è certo. E’ un dato di fatto. Gesù è nato da genitori ebrei. Il suo nome non avrebbe potuto essere più ebraico: Yeshua, nome ebraico di Gesù, è il diminuitivo di Yehoshua, cioè Giosuè, il successore di Mosè. Suo padre, Giuseppe, sebbene non padre carnale, era della discendenza di Davide, come leggiamo dalla genealogia di Matteo. Sua madre, madre vera, era anch’essa discendente di Davide, come puntualizza Luca. Egli nasce a Betlemme. Egli adempie tutte le profezie che l’Antico Testamento riferisce al Messia. Egli si fa battezzare da Giovanni Battista. Vive secondo la Legge mosaica e cita continuamente le Scritture e le spiega alla maniera dei rabbi ebrei.

Nel Sermone sulla Montagna Gesù si siede ed insegna, gesto tipicamente ebraico. Infatti durante la lettura dei libri di Mosè o dei Profeti, il rabbi stava in piedi, ma quando doveva insegnare, egli si sedeva. Matteo quindi puntualizza nella sua descrizione: “Gesù, vedendo le folle, salì sul monte e si mise a sedere. I suoi discepoli si accostarono a lui, ed egli, aperta la bocca, insegnava loro dicendo” (Matteo 5:1-2, Nuova Riveduta). E’ in questo contesto che Gesù chiarisce in maniera inequivocabile: “Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento.” (Matteo 5:17 – NR)

Sebbene il Nuovo Testamento sia stato scritto in greco, non si contano i termini ebraici ed aramaici che esso mantiene nella loro lingua originale. Ciò è visibile anche nelle nostre traduzioni, dove la costruzione della frase spesso costringe a ritenere il vocabolo ebraico anche in italiano.

E, verso l’ora nona, Gesù gridò a gran voce: “Elì, Elì, lamà sabactàni?” cioè: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Matteo 27:46)

Giacomo, figlio di Zebedeo e Giovanni, fratello di Giacomo, ai quali pose nome Boanerges, che vuol dire figli del tuono“. (Marco 3:17)

La parola Amen è presente nel Nuovo Testamento greco molte più volte di quante ci si renda conto nelle traduzioni. E’ mantenuta in Matteo 6:13, nella chiusura del cosiddetto “Padre nostro”, mentre non si vede nella traduzione di molti passi di Giovanni. La famosissima espressione “in verità in verità” tipica del quarto vangelo, corrisponde infatti all’originale “Amen, Amen” dove la parola ebraica è semplicemente traslitterata in alfabeto greco.

Un’altra meravigliosa espressione che sopravvive nel Nuovo Testamento e nel linguaggio quotidiano dei credenti è “Alleluia”. “Dopo queste cose, udii nel cielo una gran voce come di una folla immensa, che diceva: “Alleluia! La salvezza, la gloria e la potenza appartengono al nostro Dio.” (Apocalisse 19:1 – NR)

Accanto a questa meravigliosa continuità con la fede del popolo giudaico, va, però, sottolineato anche l’universalismo del messaggio evangelico, che, in questo senso, si distacca, rompe quasi, con l’esclusivismo ebraico.

Scrive Giovanni nel suo vangelo: “È venuto in casa sua e i suoi non l’hanno ricevuto; ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventar figli di Dio: a quelli, cioè, che credono nel suo nome” (Giovanni 1:11-12)

Il comandamento di Gesù ai suoi discepoli è chiaro: “Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popolibattezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (Matteo 28:19 – NR)

Ecco quindi spiegato perché i libri della nuova fede non vengono scritti in ebraico, né in aramaico, bensì in greco, la lingua più parlata nel mondo che vide muovere i primi passi del cristianesimo. Era anche la lingua della traduzione dell’Antico Testamento che godeva di prestigio fra gli stessi ebrei dispersi nelle nazioni, lontani da Israele, che non avevano più sufficiente dimestichezza con la lingua ebraica. Grazie anche a quest’uso consolidato all’interno dello stesso ambiente ebraico, la lingua greca si prestava perfettamente da una parte a raccogliere l’eredità dell’Antico Testamento e dall’altra a veicolare il messaggio universale dell’Evangelo.

Nelle mani dell’apostolo Paolo il greco divenne un potente mezzo per esprimere la dottrina cristiana con grande efficacia. La cristologia neotestamentaria – bisogna ammetterlo – difficilmente avrebbe potuto esprimere concetti come quelli che vi rinveniamo se fosse stato scritto in lingua ebraica. Il greco permise all’apostolo Paolo di descrivere la persona di Gesù ai Gentili in maniera straordinaria. Scrisse ai Colossesi: “… in lui dimora tutta la Pienezza della Deità corporalmente” (2:9). Definì inoltre Gesù: “immagine del Dio invisibile” (Col. 1:15). Con terminologia ancora più sofisticata lo stesso concetto viene elaborato in un linguaggio molto sofisticato in Ebrei 1, dove è detto che Gesù “è splendore della sua gloria (di Dio) e impronta della sua essenza.

Famosissimo è il riferimento di Giovanni al logos nel prologo del suo Vangelo. Mai concetto più ebraico avrebbe potuto esprimersi con una terminologia più greca. Ai primi intellettuali convertiti al cristianesimo, venne istintivo richiamare il concetto comune all’ebraismo ed alla cultura ebraica ed ellenica di logos per annunciare il Cristo, mediatore cosmico fra Dio e l’uomo incarnatosi in Gesù di Nazaret.

Nel vangelo più ebraico dei quattro, Matteo, troviamo l’affermazione più universale, sulla nuova comunità raccolta attorno a Gesù Cristo, il Figlio di Dio. “Ed egli disse loro: “E voi, chi dite che io sia?” Simon Pietro rispose: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Gesù, replicando, disse: “Tu sei beato, Simone, figlio di Giona, perché non la carne e il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli. E anch’io ti dico: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte dell’Ades non la potranno vincere.” (Matteo 16:15-18)

L’ultima più emblematica considerazione riguarda il nome ineffabile di Dio, il cosiddetto Tetragramma,יהוה, che nel Nuovo Testamento greco diviene Kyrios, Signore, termine comprensibile, diretto, che nulla di ebraico conserva ma che rappresenta e rivela l’universalità della sovranità del Dio della Bibbia, ora non più esclusivo patrimonio della nazione ebraica, ma alla portata di ogni uomo che lo invoca. Scrive Paolo proprio in virtù di questa nuova accessibilità di Dio: “… perché, se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato; infatti con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa confessione per essere salvati. Difatti la Scrittura dice: “Chiunque crede in lui, non sarà deluso”. Poiché non c’è distinzione tra Giudeo e Greco, essendo egli lo stesso Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. Infatti chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato.” (Romani 10:9-13)

E’ questa la sostanza e la potenza del messaggio evangelico che esce prepotentemente al di fuori dei confini dell’ebraismo, geograficamente ed intellettualmente. “Non c’è più distinzione fra Giudeo e Greco, essendo egli stesso Signore di tutti” è un’affermazione che esprime l’universalismo della nuova fede, che estende ad ogni uomo l’invito di tornare a Dio. Non vi sono più degli eletti per diritto di nascita, ma eletti per scelta. Paolo continua a scrivere e conclude il suo ragionamento citando un brano dell’Antico Testamento: “chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato” come per invitare comunque a non dimenticare le radici ebraiche della nostra fede e per motivare ogni cosa con l’autorità delle Scritture ebraiche.

Divorzio: La Bibbia lo permette?

di Giuseppe Guarino

Premessa.

Sto scrivendo un libro sul divorzio. Estraggo qui una parte di questo scritto ancora in lavorazione, visti gli interessanti risvolti dei miei approfondimenti. Alla fine di questo articolo pubblico la lettera di un mio lettore che spiega perché continuo a scrivere su un argomento ed in generale. Mi è stato detto che essere indipendente è la forza del mio lavoro e quindi scrivo su un argomento così spinoso conscio che il mondo evangelico è ancora diviso. Dobbiamo tutti comprendere che, ben più importante della diatriba esegetica, vi è una priorità: non abbandonare chi sta sperimentando la tragedia di un divorzio, perché non naufraghi anche spiritualmente: affinché la fine del suo matrimonio non sia anche la fine della sua vita da cristiano. E’ una pesante caduta. Ma ci si può e ci si deve rialzare e continuare il proprio cammino di fede. Anzi, continuarlo con maggiore convinzione! Non è facile, ma è indispensabile impedire a qualsiasi circostanza della vita di porsi fra noi e Cristo.

Desidererei che i miei scritti sul matrimonio e sul divorzio fossero intesi in questo senso e non come incitazioni all’immoralità.

La Bibbia permette il divorzio?

Sono convinto di una cosa: la Bibbia ci insegna che Dio ha istituito il matrimonio ed è chiaro intuire che il divorzio non era nei piani originari del Signore. Il Signore Gesù lo ha confermato durante il suo ministero terreno. Ma non erano nei piani di Dio nemmeno la fornicazione, l’adulterio, la poligamia; il peccato in generale. Il brano biblico che parla dell’unione matrimoniale, la poesia d’amore di Adamo per Eva, preceda la Caduta. Esclama Adamo alla vista di Eva:

essa è carne dalla mia carne

osso dalle mia ossa

(Genesi 2:23 – versione CEI)

L’istituzione del matrimonio precede quindi il peccato dell’uomo narrato nella Genesi al capitolo 3. (Quindi chi immagina che il sesso nel matrimonio sia peccato, sbaglia di grosso e grossolanamente. Ma questo è un altro argomento).

Purtroppo con il peccato l’ideale dell’Eden è ormai lontano e rimane la tristezza della contemplazione della miseria umana. Non solo nel matrimonio, ma in tutti i campi della vita personale e sociale dell’uomo.

Fu per questo che le previsioni della legge mosaica contemplavano la possibilità del divorzio.

Quando un uomo sposa una donna che poi non vuole più, perché ha scoperto qualcosa di indecente a suo riguardo, le scriva un atto di ripudio, glielo metta in mano e la mandi via”. (Deuteronomio 24:1).

L’interpretazione sui limiti ed il significato delle parole di Mosè venne discussa fra il clero ebraico e Gesù. Esaminiamo in dettaglio il senso delle parole riportate dal vangelo di Matteo, dove è descritto questo dialogo del Signore con i Farisei.

      “Dei farisei gli si avvicinarono per metterlo alla prova, dicendo: “È lecito mandar via la propria moglie per un motivo qualsiasi?” Ed egli rispose loro: “Non avete letto che il Creatore, da principio, li creò maschio e femmina e che disse: “Perciò l’uomo lascerà il padre e la madre, e si unirà con sua moglie, e i due saranno una sola carne?” Così non sono più due, ma una sola carne; quello dunque che Dio ha unito, l’uomo non lo separi”(Matteo 19:3-6)

La questione riguardava la pratica diffusa ai tempi di Gesù di divorziare senza un valido motivo, che è, bene o male, qualcosa molto simile a quanto succede ai giorni nostri.

La domanda dei Farisei pone enfasi sul motivo del divorzio, non sulla possibilità del divorzio, che era contemplato dalla legge mosaica. Chiedono infatti: “è lecito … per un motivo qualsiasi”?

Allo stesso tempo, nel valutare il senso delle parole di Gesù, dobbiamo tenere conto che la risposta netta del Signore è anche motivata dall’intenzione dietro la domanda posta dai farisei: “per metterlo alla prova”. La loro domanda non è volta ad un sereno approfondimento del significato della Parola di Dio, ma ha il solo scopo di metterlo in difficoltà.

Gesù quindi risponde con un netto “no”. Gesù è intransigente perché argomenta contro chi è troppo permissivo. Prende posizione in maniera netta perché egli non può approvare il divorzio “per un motivo qualsiasi”.[1] Perché tale era la pratica di alcuni ai suoi tempi e tale prassi andava contro la legge mosaica.

     Essi gli dissero: “Perché dunque Mosè comandò di scriverle un atto di ripudio e di mandarla via?” Gesù disse loro: “Fu per la durezza dei vostri cuori che Mosè vi permise di mandare via le vostre mogli; ma da principio non era così. Ma io vi dico che chiunque manda via sua moglie, quando non sia per motivo di fornicazione, e ne sposa un’altra, commette adulterio”. (Matteo 19:7-9)

I farisei allora lo interrogano chiedendogli perché Mosè regola il divorzio. Il loro riferimento è il “comando” specifico di dare un atto scritto di divorzio alla moglie ripudiata previsto dalla Legge. Anche la domanda viene posta con lo stesso spirito della prima, cioè per mettere Gesù in difficoltà perché è come se dicessero: “se è come dici tu sul matrimonio, perché Mosè regola il divorzio”?

Rivediamo in dettaglio le parole di Gesù. 

     Gesù disse loro: “Fu per la durezza dei vostri cuori che Mosè vi permise di mandare via le vostre mogli; ma da principio non era così.  

Gesù risponde spiegando che il divorzio non era l’ideale di Dio, ma l’unione coniugale. La miseria della condizione umana lo ha, però, reso necessario. “Ma da principio non era così ” è proprio il riferimento aperto alla perfezione della creazione di Dio che è stata turbata dall’ingresso del peccato.

Quindi, stabilito questo, Gesù conferma le previsioni mosaiche, che regolano in maniera precisa il divorzio. Il Signore richiama gli ebrei del suo popolo a mettere da parte la propria interpretazione ed i propri usi, per la fedele applicazione della Legge di Mosè che promuove dei comportamenti equi per le parti coinvolte ed i terzi. Come un vero codice civile dei nostri giorni. Perché per alcuni aspetti la Legge mosaica, è proprio un codice di prescrizioni che permettono il vivere civile.

La chiave di lettura per comprendere il senso delle parole del Signore, è che egli spiega anche in questo caso la Legge mosaica riaffermandone l’interpretazione autentica e diretta contro la tradizione ed i costumi degli ebrei del suo tempo. Gesù non insegna nulla di nuovo, riconduce all’interpretazione semplice e diretta della Parola di Dio, contro usi e costumi del suo tempo che se ne discostavano. Analizziamo quindi nel dettaglio le sue parole.

  Ma io vi dico che chiunque manda via sua moglie, quando non sia per motivo di fornicazione, e ne sposa un’altra, commette adulterio”. 

Ma io vi dico” è un’espressione che Gesù ripete più volte nel commentare la Torah, gli scritti mosaici. Ciò che è di solito tradotto “ma” in italiano, corrisponde al greco originale “deὲ” che non necessariamente indica contrapposizione con quanto detto in precedenza, come la traduzione in italiano potrebbe lasciare intendere, ma, è mio avviso, qui semplicemente ritma la frase in greco ed introduce l’interpretazione di Gesù.

       chiunque manda via sua moglie, quando non sia per motivo di fornicazione

       Mosè aveva previsto espressamente: “Quando un uomo sposa una donna che poi non vuole più, perché ha scoperto qualcosa di indecente a suo riguardo, le scriva un atto di ripudio, glielo metta in mano e la mandi via”. (Deuteronomio 24:1).

Se l’uomo “manda” semplicemente “via sua moglie” senza darle un atto scritto che comprovi il divorzio, sta infrangendo la legge. Evidentemente alcuni allora facevano così e Gesù ne sta sanzionando il comportamento in quanto contro le previsioni di Mosè.

Ciò equivale alla pratica di molti oggi che si separano informalmente e prendono un’altra donna in casa o, più spesso, visto che è prassi in Italia che sia l’uomo a lasciare l’abitazione coniugale, vanno a vivere con un’altra donna. Ciò è adulterio, non una vera separazione e divorzio dal coniuge che permette una nuova, vera unione matrimoniale. E se una tale condotta  (mi spiace dirlo, ma è vero) in Italia è favorita da una legislazione impossibile, le previsioni mosaiche non giustificavano l’agire con tanta leggerezza.

       chiunque manda via sua moglie, quando non sia per motivo di fornicazione

       Che significa quella chiarificazione: “quando non sia per motivo di fornicazione”. Anche qui purtroppo l’esegesi che non tenga conto dell’ambiente ebraico e del contesto nel quale Gesù fa la sua affermazione, è errata. Io stesso in passato sono stato mandato fuori strada dal non avere tenuto conto del fatto che Gesù sta semplicemente ribadendo il contenuto della Legge mosaica e non revocandone o rivedendone le previsioni.

La chiarificazione di Gesù è legata al valore legale del matrimonio. Cioè se un uomo manda via sua moglie in maniera informale, senza divorziare per iscritto da lei, ciò è contro la Legge. Tranne che lo stato in cui i due vivono non sia un matrimonio che abbia valore legale. In quest’ultimo senso va intesa l’affermazione di Gesù: “quando non sia per motivo di fornicazione”. Perché non si può divorziare se non ci sono i presupposti per parlare di matrimonio.

L’adulterio o la fornicazione dopo la promessa di matrimonio, ma prima della convivenza della coppia – come nel caso che Giuseppe supponeva per la gravidanza di Maria – non è causa di divorzio. (Mi dilungo sulla questione in una nota, per non perdere qui il filo del discorso.[2]). Il riferimento di Gesù a ciò che qui è tradotto con “fornicazione”, è ad una unione non valida come matrimonio secondo la Legge di Mosè.

      Leggiamo in 1 Corinzi 5:1: “ Si ode addirittura affermare che vi è tra di voi fornicazione; e tale immoralità, che non si trova neppure fra i pagani; al punto che uno di voi si tiene la moglie di suo padre! 

In questo caso una tale unione (di chi conviveva con la moglie del padre!) non era valida secondo la Legge mosaica, perciò è definita “fornicazione”. Leggiamo infatti in Deuteronomio 22:30: “Nessuno prenderà la moglie di suo padre”. Una tale unione, proprio perché illegittima, non si potrà sciogliere con un atto legittimo quale è il divorzio previsto dalla legge mosaica.

In 1 Corinzi e in Matteo 19, la parola originale è “πορνεία”. Di solito è tradotta “fornicazione”.

Anche in questa occasione, come in altri, la  traduzione della CEI offre un’ottima alternativa. Essa infatti traduce, a mio avviso, alla luce di quanto evidenziato, in maniera più esatta: “chiunque ripudia la propria moglie, se non a caso di concubinato, e ne sposa un’altra commette adulterio”.

       e ne sposa un’altra, commette adulterio”.

       Quest’affermazione merita un chiarimento. Cito dal mio libro “7Q5: Il Vangelo a Qumran?”, pagina 47 della seconda edizione, 2015”.

“Un esempio molto evidente del sostrato semitico dei vangeli possiamo notarlo accostando Matteo 5:15 a Marco 4:21. Qui la copula “e” di una possibile fonte originale ebraica verrebbe resa letteralmente con il corrispondente greco “kai” in Matteo, mentre in Marco la stessa frase viene intesa nel senso più ampio che può assumere grazie alle peculiarità della lingua ebraica e troviamo nell’originale (traduzione?) greco con “ina”, preposizione che indica lo scopo per cui una cosa viene fatta.

      Marco 4:21: “Poi diceva ancora: “Si prende forse la lampada per metterla sotto il vaso o sotto il letto? Non la si prende invece per metterla sul candeliere?” (Nuova Riveduta).

Matteo 5:15: “e non si accende una lampada per metterla sotto un recipiente; anzi la si mette sul candeliere ed essa fa luce a tutti quelli che sono in casa.” (Nuova Riveduta).

La Nuova Riveduta, in linea con le traduzioni più recenti, in ossequio al chiaro sostrato semitico di Matteo, traduce la congiunzione “kai”, “e”, con “per”.”

Se vogliamo attribuire un senso più ampio alla congiunzione con la quale viene introdotta l’affermazione “ne sposa un’altra”, potremo tradurre: “per sposarne un’altra”.

Detto quanto sopra, proporrei una traduzione “libera” della frase di Gesù che riassuma quanto detto finora per spiegarne il senso.

  “Se un uomo manda via la moglie senza darle un legale documento scritto di divorzio – tranne che l’unione non venga riconosciuta illegittima dalla Legge di Mosè – e lo fa per sposare un’altra donna, commette adulterio.”

Nessuna deroga di Gesù alla Legge – come lui stesso aveva premesso prima di cominciare ad insegnare. Piuttosto il richiamo ad essere fedeli allo spirito ed alle prescrizioni mosaiche.

Questo il sunto delle parole di Gesù: Il divorzio non era nei piani di Dio quando creò l’uomo e la donna. Ma la malvagità dell’uomo lo rende in alcuni casi necessario: che avvenga quindi secondo quanto stabilito dalla Torah.

Se i cristiani sposati fossero tutti perfettamente impegnati a mettere in pratica le parole del Nuovo Testamento sugli obblighi coniugali, il divorzio sarebbe praticamente impossibile fra credenti. Visto, però, che oggi tali semplici direttive vengono ignorate per lasciare il posto agli insegnamenti ricevuti via etere da teleromanzi e telefilm che ben altri modelli di matrimoni ci propongono, anche le unioni fra cristiani risentono dell’atmosfera dei nostri giorni, che così bene si presta alla distruzione delle famiglie.

Anziché guardare ed assorbire dalla tv tutti i modelli sbagliati, sarebbe importante che ogni moglie ed ogni marito fossero a conoscenza dei propri doveri (prima dei loro diritti, che invece ci viene così facile apprendere) come la Scrittura ce li descrive e si sforzassero di vivere di conseguenza.

La conclusione, alla luce delle parole di Gesù, è che la Bibbia permette, per certe particolari circostanze, il divorzio, sebbene non lo promuova e non rappresenti e non sia lo stato ideale voluto da Dio quando creò l’uomo e la donna.

UNA LETTERA.

Ricevo più lettere di chi ha letto quanto ho già scritto frettolosamente e persino malvolentieri  sul divorzio che di chi ha letto i miei libri ed amati studi. E’ leggendo lettere come quella che segue che io trovo il senso e la spinta per continuare il mio lavoro.

e-mail ricevuta il 30 agosto 2015.

Oggetto: DOPO AVER LETTO SUL DIVORZIO

Conosco Dio da 39 anni e mai mi sarei aspettato di incorrere in una situazione di crisi familiare tale da indurci alla separazione e quindi, fra poco, anche al divorzio. Inutile confermare la crisi profonda nella quale mi sono ritrovato in certi momenti per l’etica cristiana alla quale ho sempre tenuto e per l’incomprensione ed il giudizio decisamente privo di fondamento di certa chiesa.
Il tuo articolo mi è servito per ritrovare solidarietà in un problema sempre distratto dalla maggioranza dei cristiani categorici.
Tenevo a comunicartelo perché sapessi che mi è stato utile leggere quelle parole.
G.A.
NOTE 

[1] Tenga conto il lettore che è fondamentale considerare lo scopo di chi parla per ben capire il senso di ciò che dice. Gesù sembra intransigente, assolutamente contro il divorzio in ogni senso, perché prende posizione contro chi lo accetta “per un motivo qualsiasi”. Allo stesso modo io sembrerò permissivo quando mi trovo ad argomentare contro chi è intransigente.

[2] Per l’adulterio le previsioni della Legge erano altre. Si capisce, però, che non si tratta di leggi attuabili. Oggi i tempi e le condizioni sociali sono diversi.

Se uno commette adulterio con la moglie di un altro, se commette adulterio con la moglie del suo prossimo, l’adultero e l’adultera dovranno essere messi a morte”. (Levitico 20:10)

 “Quando un uomo sposa una donna, entra da lei, e poi la prende in odio, le attribuisce azioni cattive e disonora il suo nome, dicendo: “Ho preso questa donna e, quando mi sono accostato a lei, non l’ho trovata vergine”,  allora il padre e la madre della giovane prenderanno le prove della verginità della giovane e le presenteranno davanti agli anziani della città, alla porta. Il padre della giovane dirà agli anziani: “Io ho dato mia figlia in moglie a quest’uomo; egli l’ha presa in odio, ed ecco che le attribuisce azioni cattive, dicendo: “Non ho trovato vergine tua figlia”. Ora ecco le prove della verginità di mia figlia”, e mostreranno il lenzuolo davanti agli anziani della città. Allora gli anziani di quella città prenderanno il marito e lo castigheranno; e, per aver diffamato una vergine d’Israele, lo condanneranno a un’ammenda di cento sicli d’argento, che daranno al padre della giovane. Lei rimarrà sua moglie ed egli non potrà mandarla via per tutto il tempo della sua vita. Ma se la cosa è vera, se la giovane non è stata trovata vergine, allora si farà uscire quella giovane all’ingresso della casa di suo padre, e la gente della sua città la lapiderà a morte, perché ha commesso un atto infame in Israele, prostituendosi in casa di suo padre. Così toglierai via il male di mezzo a te. Quando si troverà un uomo coricato con una donna sposata, tutti e due moriranno: l’uomo che si è coricato con la donna, e la donna. Così toglierai via il male di mezzo a Israele. Quando una fanciulla vergine è fidanzata e un uomo, trovandola in città, si corica con lei,  condurrete tutti e due alla porta di quella città, e li lapiderete a morte: la fanciulla, perché, essendo in città, non ha gridato; e l’uomo, perché ha disonorato la donna del suo prossimo. Così toglierai via il male di mezzo a te. (Deuteronomio 22:13-24).

Il libro è adesso stato pubblicato

 

Prova Testimoniale

di Giuseppe Guarino

Un fatto è vero perché qualcuno può testimoniare che esso è realmente avvenuto, l’ha visto, udito, ne è stato, come si dice spesso, spettatore. Il nostro sistema giuridico prevede la prova testimoniale per dimostrare o confutare la veridicità di un fatto. La testimonianza è anche uno dei punti cardini della fede cristiana.

La Chiesa Cattolica festeggia le ricorrenze di diversi santi che correttamente definisce “martiri”. Nell’uso comune della parola, viene chiamato “martire” chi subisce ingiustamente da un’altra delle sofferenze, o chi si immola per una qualche causa. Il significato della parola originale, mantenuto nella terminologia cattolica, è ben più profondo. “Martire”, infatti, deriva dal greco “μάρτυς”  che significa “testimone” e di conseguenza “martirio” deriva dal verbo “testimoniare”. Quindi martire, nel suo significato autentico, è colui che testimonia della Verità dell’Evangelo a costo della vita.

Vi è un testimone più attendibile di un uomo in punto di morte? Chi si ostinerebbe a sostenere una menzogna quando è minacciata la sua stessa vita? In quel fatale momento, prima di spirare, molte persone hanno sentito il bisogno di liberarsi di alcuni pesi, di rivelare dei segreti, di riparare a dei torti, dire verità taciute.

Ci poniamo poi un’altra domanda: chi sarebbe così folle da morire per una menzogna?

Nel libro degli Atti leggiamo proprio che gli apostoli e quanti presenti all’assunzione in cielo del Signore, sarebbero stati suoi testimoni, per mandato espresso di Gesù.

Ma riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all’estremità della terra“. (Atti 1:8)

Se veramente Gesù non fosse risorto dai morti, se veramente gli apostoli avessero avuto qualche dubbio su questa cosa, sarebbero stati così folli da vivere una vita povera, dedita all’evangelo ed all’amore per gli altri? Sarebbero stati così folli che quando venivano imprigionati anziché gridare la propria innocenza e confessare che si trattava tutto di una congiura, cantavano le lodi di Dio?

Se Pietro non avesse avuto la certezza che Gesù fosse resuscitato si sarebbe ostinato a testimoniare una menzogna e a non rinnegarla nemmeno a costo della propria vita?

Paolo era un uomo istruito, un dotto. Eppure dedicò la sua intera vita alla predicazione dell’Evangelo ed all’apostolato al quale Gesù l’aveva specificatamente chiamato. Se fosse stata tutta una montatura ad un certo punto non avrebbe dovuto stancarsi, impaurirsi, fuggire davanti a morte certa, confessando che si trattava tutto di una congiura e di un’invenzione? Nelle sue epistole non da per nulla l’impressione di essere un idiota, mentre sarebbe da idioti vivere la vita che ha vissuto lui e fare la morte che ha fatto per una menzogna. In nome di chi e di quale guadagno?

Gli apostoli infatti non ebbero alcun guadagno terreno dall’adempiere al proprio compito, se non vivere la loro esistenza da perseguitati e concluderla dando la vita per essere fedeli fino in fondo all’incarico di testimoni della resurrezione che Gesù aveva loro affidato.

Sento ogni giorno parlare di chi crede e di chi non crede, di teorie su teorie e ragionamenti filosofici. Ma quanti di questi gentiluomini messi dietro ad una scrivania ed un pc a sputare sentenze sulla nostra Fede in Cristo Gesù sarebbero così convinti delle proprie teorie da sostenerle fino alla morte? Gli uomini ai quali noi abbiamo creduto, l’hanno fatto. Se il prezzo della loro vita è stato pagato in vano per alcuni, è invece valso la salvezza di molti.

I brani neotestamentari che ricordano il valore della testimonianza apostolica sono tra i più belli e significativi della Parola di Dio e meritano di essere ricordati nella chiusura di questa breve riflessione-studio.

Quel che era dal principio, quel che abbiamo udito, quel che abbiamo visto con i nostri occhi, quel che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato della parola della vita (poiché la vita è stata manifestata e noi l’abbiamo vista e ne rendiamo testimonianza, e vi annunziamo la vita eterna che era presso il Padre e che ci fu manifestata), quel che abbiamo visto e udito, noi lo annunziamo anche a voi …”  (1 Giovanni 1:1-3)

Infatti vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del nostro Signore Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole abilmente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua maestà“. (2 Pietro 1:16)

Prima di affidarci a questo o quel individuo ed alle parole che dicono sulla Fede e sull’Evangelo, misuriamo la loro  attendibilità di testimoni. Gli apostoli hanno provato di essere testimoni disinteressati e fedeli, ritenere che ciò che ci abbiano tramandato è attendibile è una logica conseguenza.

Creazione, caduta ed opportunità di redenzione

di Giuseppe Guarino

Ogni libro della Bibbia mi piace per un motivo diverso. Perché ha qualcosa di diverso da dirmi ed insegnarmi. E lo fa ogni volta che lo rileggo o anche se solo lo medito.

Sto traducendo un libro sul racconto della Creazione che troviamo nel libro della Genesi. Se qualcuno mi considera un bigotto, fondamentalista ignorante, sappia che non mi sento tale. Asimov è uno dei miei autori preferiti. E, di recente, mi sono imbattuto e sto leggendo un meraviglioso libro di Stephen Hawking.

Se da una parte ciò può sollevare alcuni miei lettori, preoccuperà altri. Perché mi sono reso conto che gli individui dalla mente chiusa non stanno da una parte soltanto della barricata. Infatti, spesso, dalle mie parti, fa più vittime il fuoco amico che quello del nemico.

Detto ciò, spero di avere appianato la strada per una lettura che voglia essere rilassata, interessata e non critica ed ipercritica.

Leggiamo questo stupendo brano della Genesi che riguarda il nostro rapporto con Dio.

Genesi 2

15 L’Eterno DIO prese dunque l’uomo e lo pose nel giardino dell’Eden perché lo lavorasse e lo custodisse. 16 E l’Eterno DIO comandò l’uomo dicendo: «Mangia pure liberamente di ogni albero del giardino; 17 ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare, perché nel giorno che tu ne mangerai, per certo morrai».

Dio crea l’uomo e gli dà un luogo dove vivere e da curare.

E’ per questo che abbiamo bisogno di una dimora. E’ per questo che abbiamo bisogno di qualcosa e di qualcuno di cui occuparci e di qualcosa da fare. Un gatto riesce a stare seduto e non fare nulla. Un cagnolino è felice accanto al suo padrone. Gli uccelli volano nel cielo e si posano su dei fili e sono appagati. Ma noi esseri umani abbiamo bisogno di uno scopo. Abbiamo bisogno di qualcosa che ci tenga occupati. Altrimenti, come diceva il Vate: “il tedio assale”.

E’ così che Dio ci ha creati ed è questo che ci conferma la Bibbia: non siamo così per caso, ma perché creati ad immagine e somiglianza di Dio.

Dio dà l’intera creazione all’uomo. Ogni cosa è a sua disposizione. Una sola cosa gli è negata, un solo frutto, un solo divieto gli viene posto davanti.

Perché Dio fa questo?

Perché proibisco a mio figlio di mettere le dita in bocca? Perché gli dico di mangiare cibi sani? Perché lo obbligo a studiare? Lo faccio perché lo amo. Lo faccio perché voglio il meglio per lui.

Ma Dio perché crea l’albero della conoscenza del bene e del male?

E’ implicito che creando l’uomo a Sua immagine e somiglianza, l’uomo ha capacità di capire, di scegliere. Quindi, piuttosto che abbandonarlo ad una sorte oscura, Dio rende la scelta di vita più facile possibile: relega la scelta sbagliata ad un singolo atto, a mangiare di un singolo frutto. Per mantenere la sua integrità l’uomo doveva semplicemente non fare una singola cosa. E’ come se ti dessi un castello con mille stanze e ti dicessi: “una sola stanza non puoi usare. E lo faccio perché quella stanza riserva pericoli mortali.” Ti spiego pure il motivo. Invece di pensare alle 999 che ti dò, però, ti crucci per l’una che per il tuo bene ti precludo?

21 Allora l’Eterno DIO fece cadere un profondo sonno sull’uomo, che si addormentò; e prese una delle sue costole, e rinchiuse la carne al suo posto. 22 Poi l’Eterno DIO con la costola che aveva tolta all’uomo ne formò una donna e la condusse all’uomo. 23 E l’uomo disse:

Questa finalmente

è ossa delle mie ossa

e carne della mia carne.

Lei sarà chiamata donna perché è stata tratta dall’uomo». 24 Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una sola carne. 25 E l’uomo e sua moglie erano ambedue nudi e non ne avevano vergogna.

Il verso 23 è la prima poesia d’amore mai scritta. Ed è stata scritta da un uomo innamorato, innamorato a prima vista!

Come mai Dio creò la donna da una costola dell’uomo?

La lezione di questo brano della Scrittura basterebbe a dimostrare quanto contrario sia all’ideale voluto da Dio il comportamento inqualificabile dell’uomo nei confronti della donna. Chi in tutta la creazione può meritare altrettanto rispetto da parte dell’uomo se non la donna, che viene proprio da lui? E se viene dalla sua costola – avrete sentito dei predicatori ed insegnanti della parola già dirlo – è perché  è stata creata per stare accanto all’uomo. Né sopra, né sotto, ma accanto!

L’uomo e la donna vivevano in uno stato di purezza morale e intellettuale. Come dei bimbi, non avevano alcuna vergogna della loro nudità, nessuna malizia era entrata nel loro cuore. Essi vivevano una vita produttiva in comunione con il loro Creatore, godendo della felicità personale e di coppia. Chissà quale meraviglia di stato doveva essere il loro. Come anche oggi accade, quando tutto va bene e tutto fila liscio deve venire qualcuno a sfasciare tutto.

Genesi 3

1 Or il serpente era il più astuto di tutte le fiere dei campi che l’Eterno DIO aveva fatto, e disse alla donna: «Ha DIO veramente detto: “Non mangiate di tutti gli alberi del giardino”?». 2 E la donna rispose al serpente: «Del frutto degli alberi del giardino ne possiamo mangiare; 3 ma del frutto dell’albero che è in mezzo al giardino DIO ha detto: “Non ne mangiate e non lo toccate, altrimenti morirete”». 4 Allora il serpente disse alla donna: «Voi non morrete affatto; 5 ma DIO sa che nel giorno che ne mangerete, gli occhi vostri si apriranno, e sarete come DIO, conoscendo il bene e il male».

Da altri brani della Scrittura sappiamo che il serpente altri non è che il nemico delle nostre anime, colui che è Satana e Diavolo. Le sue parole sono astute, mischia sapientemente, come fa anche oggi, verità a bugia; anzi, tanta verità riesce ad inquinarla persino con una sola menzogna, insinuando il tarlo del dubbio nella mente umana.

Questa settimana il mio pastore ha predicato su parte di questo brano biblico ed ha detto una cosa che mi ha davvero colpito. Non so quanto possa essere in tema con la nostra discussione – lo era con la sua predica – ma è davvero molto interessante come concetto e voglio riportarlo: dov’era l’uomo quando tutto questo succedeva? Il nostro – parlo agli uomini – ruolo di custodi delle cose che Dio ci affida dobbiamo prenderlo seriamente. Dobbiamo essere noi uomini a proteggere, salvaguardare e custodire saggiamente la donna – per alcuni aspetti più debole di noi. Chiusa parentesi.

Il serpente compie la sua opera. Le sue parole insinuano quel dubbio che è in ogni uomo: ma il comandamento di Dio è davvero per il mio bene o è solo per impedirmi di godere di quest’altra esperienza, di godere pienamente la mia vita? In parole povere, la donna dubita dell’amore di Dio e dello scopo per il quale Dio proibisce il frutto, cioè preservarla dal male.

6 E la donna vide che l’albero era buono da mangiare, che era piacevole agli occhi e che l’albero era desiderabile per rendere uno intelligente; ed ella prese del suo frutto, ne mangiò e ne diede anche a suo marito che era con lei, ed egli ne mangiò. 7 Allora si apersero gli occhi di ambedue e si accorsero di essere nudi; così cucirono delle foglie di fico e fecero delle cinture per coprirsi.

La bellezza e profondità di questo brano della Scrittura rende innumerevoli il numero di pagine che si possono scrivere per descriverlo o analizzarlo.

La donna guarda il frutto: il peccato diventa bello. Prima forse non l’aveva davvero preso in considerazione. Ora lo guarda e diventa, ai suoi occhi, attraente, invitante. Mangiarlo diviene occasione di  risvolti positivi, ora lei vuole conoscere il bene ed il male. Ci riflette, quindi. Vaglia la cosa. I suoi sensi ed il suo intelletto ne sono sedotti prima, coinvolti poi. E mangia del frutto. Non solo ne mangia lei, ma lo fa mangiare anche al marito.

Di colpo, come un bimbo di due anni che in un attimo diviene un adulto, gli occhi degli uomini divengono maliziosi e si accorgono subito di un primo cambiamento non nella realtà che li circonda, bensì nella loro percezione della stessa: sono nudi. Cercano quindi di riparare alla menopeggio e si coprono. Da sempre facciamo errori e vi rimediamo meglio che possiamo. Meglio che possiamo implica: in maniera imperfetta e transitoria.

Sarà che la narrazione della Genesi sembra un po’ troppo ingenua e semplice all’uomo del ventunesimo secolo. Ma se davvero è così, come mai descrive perfettamente le nostre malefatte quotidiane, perpretate nella stessa ingenua o addirittura stupida maniera?

Ho riflettuto tanto su questa caratteristica della Bibbia.

Non credo vi sia una sola possibile descrizione per spiegare lo stile narrativo biblico in questo brano come in altri.

Mio padre mi spinse a studiare ragioneria da giovane e per anni ho fatto il lavoro di contabile e se c’è una cosa che ho imparato è che su ogni disquisizione teorico-filosofica prevale l’importanza del risultato. Se per millenni questa spiegazione sull’origine del male ha parlato ad uomini vissuti in epoche ed in luoghi distantissimi l’uno dall’altro, se così poche parole riescono a dire e spiegare così tanto, allora siamo davanti alla maniera giusta per veicolare la Rivelazione di Dio all’uomo.

Tante euridite e complesse denigrazioni elaborate in passato contro la Scrittura sono cadute nel dimenticatoio, divenute obsolete e superate, inutili in ogni senso. Lo saranno domani quelle elaborate oggi. Ma io credo che “la Parola del Signore rimane in eterno” (1 Pietro 1:25)

Ascoltavo Bob Dylan in auto. Una delle sue più belle canzoni è Hurricane. Con le sue rime e le sue note, in pochi minuti, riesce ad essere così incisivo! Un libro di duecento pagine scritto con paroloni, non potrebbe essere altrettanto efficace. Allora, anche la Bibbia, con questo suo linguaggio semplice, con la sua ritmica schematicità risulta davvero efficace come mi riesce difficile immaginare potrebbe essere se fosse narrata in qualsiasi altro modo.

8 Poi udirono la voce dell’Eterno DIO che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno; e l’uomo e sua moglie si nascosero dalla presenza dell’Eterno DIO fra gli alberi del giardino.

Questa scena è stupenda. Dio cammina nel giardino alla ricerca dell’uomo. Abbiamo davvero toppato: per un frutto abbiamo perso di passeggiare e conversare con il nostro creatore.

9 Allora l’Eterno DIO chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?». 10 Egli rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino, e ho avuto paura perché ero nudo, e mi sono nascosto». 11 E DIO disse: «Chi ti ha mostrato che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero del quale io ti avevo comandato di non mangiare?». 12 L’uomo rispose: «La donna che tu mi hai messo accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». 13 E l’Eterno DIO disse alla donna: «Perché hai fatto questo?». La donna rispose: «Il serpente mi ha sedotta, e io ne ho mangiato».

Quante volte ho visto scene simili. Tutti a dare la colpa agli altri per le proprie misfatte. Ho conosciuto poche persone capaci di assumersi le proprie responsabilità. Ricordo in terza elementare la maestra tornava dalla pausa caffè e tutti a negare di aver fatto il monello. Pensavo che con gli anni sarebbe cambiato tutto, ma trent’anni dopo il mio capo sbaglia una cosa, l’altro mio capo dice: “Giuseppe che hai combinato?” Dando la colpa a me. E l’altro, zitto, non ha avuto il coraggio di assumersi la sua responsabilità. Più che indispormi, la cosa mi ha fatto ridere. Ricordo poi quella volta quando il commercialista aziendale, pensando di non essere sentito, dava a noi all’amministrazione la colpa di errori suoi. E così via. Che delusione quando da piccolo sono diventato grande e ho potuto amaramente constatare che non solo con gli anni non si migliora, ma gli errori diventano solo più grandi ed i tentativi di coprirli più ridicoli e patetici.

14 Allora l’Eterno DIO disse al serpente: «Poiché hai fatto questo, sii maledetto fra tutto il bestiame e fra tutte le fiere dei campi! Tu camminerai sul tuo ventre e mangerai polvere tutti i giorni della tua vita. 15 E io porrò inimicizia fra te e la donna e fra il tuo seme e il seme di lei; esso ti schiaccerà il capo, e tu ferirai il suo calcagno». 16 Alla donna disse: «Io moltiplicherò grandemente le tue sofferenze e le tue gravidanze; con doglie partorirai figli: i tuoi desideri si volgeranno verso il tuo marito, ed egli dominerà su di te». 17 Poi disse ad Adamo: «Poiché hai dato ascolto alla voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero circa il quale io ti avevo comandato dicendo: “Non ne mangiare”, il suolo sarà maledetto per causa tua; ne mangerai il frutto con fatica tutti i giorni della tua vita. 18 Esso ti produrrà spine e triboli, e tu mangerai l’erba dei campi; 19 mangerai il pane col sudore del tuo volto, finché tu ritorni alla terra perché da essa fosti tratto; poiché tu sei polvere, e in polvere ritornerai». 20 E l’uomo diede a sua moglie il nome di Eva, perché lei fu la madre di tutti i viventi.

Questa è la parte più brutta: arriva il momento di subire le conseguenze per ciò che abbiamo fatto. Le subiamo noi e chi ci circonda. Se sbaglio io purtroppo pagano anche mia moglie ed i miei figli. Se non rispetto i segnali stradali sfascio una macchina in un incidente e rischio di far male a qualcuno. Se inquiniamo senza curarci del pianeta non possiamo pensare di cavarcela senza che l’intera umanità paghi. Se siamo ciechi egoisti, non ce la dobbiamo prendere se non con noistessi quando finiamo per essere soli. Se diamo un pugno nel muro ci faremo male ad una mano. Se mentiamo a raffica prima o poi noi stessi e chi ci sta intorno piangeremo le conseguenze.

La maledizione sul creato e sull’umanità è inevitabile conseguenza del nostro aver scelto di fare a modo nostro.

Anche oggi Dio dà i suoi comandamenti, ma oggi ci indispone persino l’idea di dover obbedire a qualcosa o qualcuno. Ci rendiamo conto che lo stato dell’uomo odierno è frutto della medesima disobbedienza dei nostri progenitori?

Anche oggi, forse più consapevolmente di allora, scegliamo di cogliere il frutto, vogliamo essere noi a decidere cosa è bene e cosa è male, affidare al nostro giudizio ciò che è giusto o sbagliato. Millenni di storia testimoniano che questa condotta non porta da nessuna parte. Sia individualmente che collettivamente. Credo di non dire nulla che non sia sotto gli occhi di tutti o meglio, come diceva Craxi, “non lo vede solo chi non lo vuole vedere.“

 21 Poi l’Eterno DIO fece ad Adamo e a sua moglie delle tuniche di pelle, e li vestì.

Dopo aver parlato della conseguenza del peccato dell’uomo, Dio stesso, come un genitore amorevole davanti ad un figlio messosi nei guai, si interessa attivamente per trovare una soluzione riparatoria.  Dio mostra subito  all’uomo che i suoi tentativi per rimediare alla sua condizione non sono sufficienti. Il semplice rimedio della foglie di fico non basta. La redenzione dell’uomo non sarà così semplice ed indolore e non potrà avvenire senza l’intervento determinante del creatore. Dio uccide un animale innocente per coprire l’uomo e la donna. Così facendo preannuncia che un innocente dovrà pagare con la sua vita affinché l’uomo sia davvero redento. Profeticamente viene qui annunciata – millenni prima – l’incarnazione del Figlio di Dio e la sua morte per la nostra salvezza. É proprio il dialogo fra Dio Padre e Dio Figlio che porta alla conversazione che segue.

22 E l’Eterno DIO disse: «Ecco, l’uomo è divenuto come uno di noi, perché conosce il bene e il male. Ed ora non bisogna permettergli di stendere la sua mano per prendere anche dell’albero della vita perché, mangiandone, viva per sempre». 23 Perciò l’Eterno DIO mandò via l’uomo dal giardino di Eden, perché lavorasse la terra da cui era stato tratto. 24 Così egli scacciò l’uomo; e pose ad est del giardino di Eden i cherubini, che roteavano da tutt’intorno una spada fiammeggiante, per custodire la via dell’albero della vita.

Allontanato per sempre dal luogo della sua originaria pace e gioia comincia il lungo cammino dell’uomo verso la sua opportunità di redenzione.

Il resto della storia la stiamo scrivendo noi ed é già tutta narrata nelle pagine della Bibbia che seguono a quelle sulle quali abbiamo appena meditato.