Originali in ebraico perduti?

di Giuseppe Guarino

 

Il Nuovo Testamento è una raccolta di scritti fondamentalmente indipendenti. È un libro se ne consideriamo l’unità di intento, gli scopi, e, naturalmente, l’ispirazione dello Spirito Santo. Ma da un punto di vista squisitamente letterario, i libri raccolti nelle Scritture cristiane sono stati scritti in parti diverse del globo, per motivi diversi, da persone diverse, in momenti diversi e per diversi destinatari.

È più che legittimo interrogarci e chiederci: “Vi sono parti del Nuovo Testamento che sono state scritte in ebraico?”

Fino al 1947, anno in cui vennero scoperti i cosiddetti rotoli del Mar Morto, una domanda di questo genere era impensabile. Infatti era comunemente ritenuto che la lingua parlata in Israele durante il primo secolo fosse l’aramaico[1] e non l’ebraico, che si pensava fosse una lingua morta. Speculazioni e teorie si sono infrante sotto il peso delle evidenze: oltre l’85% dei manoscritti rinvenuti nelle grotte di Qumran furono scritti in ebraico. Oggi quindi è corretto pensare che se il Nuovo Testamento non venne scritto in greco, l’unica altra lingua nella quale può essere stato scritto è l’ebraico.

Quando si parla di un originale aramaico del vangelo di Matteo, è soltanto l’eco di pubblicazioni ormai datate. È pressoché certo che vi fosse un Matteo semitico che circolava nel periodo della Chiesa antica e che questa lingua doveva essere l’ebraico. Il problema è stabilire in quale rapporto esso stava con il Matteo canonico, del quale esiste solo la versione in greco.

Eusebio di Cesarea scrive nel quarto secolo, riportando la credenza comune della Chiesa: “Matteo, avendo già proclamato il vangelo in ebraico, quando stava per andare ad altre nazioni, lo mise per iscritto nella sua lingua natia, e così supplì alla sua assenza con loro, per mezzo del suo scritto”. Storia Ecclesiastica, libro 1, capitolo 24.

Tutto nel vangelo di Matteo è ebraico: luoghi, idee, la gente, la cultura, ecc… Ma la verità è che se anche l’autografo di questo vangelo era realmente in ebraico, ne è comunque sopravvissuta soltanto la versione in greco. È quindi saggio parlare di ciò che sappiamo e di un testo in nostro possesso, piuttosto che avventurarci alla cieca nel regno delle congetture. Altrove ho già parlato della versione ebraica del vangelo di Matteo. clicca qui per leggere l’articolo.

Recentemente è stata sostenuta la tesi della composizione originale in ebraico anche per il vangelo di Marco. Jean Carmignac è uno studioso che stimo moltissimo. Ritengo la sua opera “La nascita dei Vangeli Sinottici” indispensabile sia per lo studioso sia per chi è interessato alla questione da semplice credente. Egli sostiene che il greco di Marco è troppo facile a tradursi in ebraico e che ciò dimostrerebbe che il Vangelo come noi lo possediamo è la traduzione letterale di un originale ebraico perduto. La sua teoria è senz’altro affascinante e per molti versi seducente. Ma non vi è alcuna concreta prova oggettiva a sostegno di questa tesi. Marco, infatti, ci è stato preservato in greco soltanto e lo stesso Eusebio citato poco fa narra proprio che l’evangelista mise per iscritto in greco le memorie dell’apostolo Pietro. In ultimo, se mai fosse del tutto accertato che dei frammenti di Marco si trovavano nella grotta 7 di Qumran come sostengono O’Callaghan e Thiede, la possibilità di un originale semitico diviene ancora più remota.

Non vi è alcun motivo valido per dubitare delle parole che troviamo all’inizio del vangelo di Luca. 

Poiché molti hanno intrapreso a ordinare una narrazione dei fatti che hanno avuto compimento in mezzo a noi, come ce li hanno tramandati quelli che da principio ne furono testimoni oculari e che divennero ministri della Parola, è parso bene anche a me, dopo essermi accuratamente informato di ogni cosa dall’origine, di scrivertene per ordine, illustre Teofilo, perché tu riconosca la certezza delle cose che ti sono state insegnate.” (Luca 1:1-4)

 L’evangelista parla di altri scritti sulla vita di Gesù. Con evidente mentalità greca riassicura il suo lettore di aver effettuato accurate ricerche che assicurano l’affidabilità di quanto sta per narrare prima a se stesso poi ai destinatari del suo scritto. L’accuratezza del lavoro di ricerca dell’autore del terzo vangelo è dimostrata dal fatto che, abbandonato il livello di greco quasi classico e retorico della sua introduzione, conserva nel resto del suo scritto un numero di semitismi persino superiore a quello degli altri due sinottici. Ciò è chiaro sintomo che egli ha attinto a dei documenti o memorie autentiche, in ebraico e che si è sforzato di rimanere il più fedele possibile al pensiero ebraico, anche a spese del suo greco.

Alcuni sostengono che l’epistola agli Ebrei sia stata originariamente composta in ebraico e che la traduzione in greco oggi in nostro possesso sia stata eseguita da Luca. Non vi sono prove che ciò sia accaduto, nessuna traccia nelle evidenze manoscritte. Al contrario, vi sono delle citazioni all’inizio del libro che sembrano armonizzarsi con il contesto solo se provengono dalla versione in greco dell’Antico Testamento (LXX). Questo l’ho riscontrato personalmente studiando l’inizio di questo meraviglioso trattato – il termine epistola sta un po’ stretto a questa porzione della Scrittura. Solo congetture quindi su un possibile originale ebraico di Ebrei. Le uniche prove oggettive, la consolidata e variegata tradizione manoscritta, sono a favore di una composizione in greco anche per questo scritto.

Poco o niente da dire sugli scritti di Giovanni o le epistole di Paolo. Difficile argomentare il senso di un fantomatico originale ebraico perduto per questi scritti, sia per via dei contenuti, sia per le oggettive circostanze di composizione.

Il libro degli Atti segue la stessa scia del Vangelo di Luca, di cui è un logico e dichiarato prosieguo.

Nessuna traccia o evidenze di originali ebraici per le epistole di Giacomo e Pietro.

Concludendo. Si può speculare quanto si vuole sulla possibilità che questo o quel libro del Nuovo Testamento sia stato scritto in ebraico ed in un secondo momento tradotto in greco, ma non vi sono prove oggettive a sostegno di una tale tesi.

Tutte le evidenze in nostro possesso rendono saggio affermare che i libri che compongono il Nuovo Testamento come noi lo conosciamo siano stati scritti e tramandati in lingua greca. In questa lingua esso è stato riconosciuto dalla Chiesa, universalmente, come la raccolta delle Scritture cristiane ispirate dallo Spirito Santo.

[1] L’aramaico era un linguaggio internazionale con il quale Israele entrò in contatto durante l’esilio babilonese e la seguente dominazione persiana dal sesto secolo a.C. in avanti.

Alcune parti dell’Antico Testamento furono scritte in aramaico. Parte del libro di Esdra e di Daniele.

 

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