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Genesi 1:26

di Giuseppe Guarino

versione pdf dell’articolo per una migliore lettura dei termini in originale greco ed ebraico

Giuseppe Guarino Genesi 1,26 www.giuseppeguarino.com

 

“Poi Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza, e abbia dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”. Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina”. 

Vi sono varie teorie su quel plurale iniziale, quel “facciamo”, davvero di oggettiva difficile comprensione. Secondo alcuni si tratta di una forma di plurale maiestatis. Secondo altri, Dio si rivolge agli angeli. Per chi crede nella deità del Figlio di Dio, eterno creatore con il Padre e lo Spirito Santo, questa espressione è un’ulteriore prova della presenza dell’uno/tre al momento della creazione.

Ma Mosè, o, in ultima analisi, l’autore del libro della Genesi, poteva immaginare e descrivere un’idea tanto complessa e certamente a lui aliena?

Questo dipende da quanto consideriamo determinante l’ispirazione del testo biblico.

Andiamo a vedere Genesi 1:1,

“In principio Dio creò il cielo e la terra”.

In ebraico

בראשׁית ברא אלהים את השׁמים ואת הארץ׃

Le peculiarità numeriche del primo verso della Bibbia hanno colpito più di una persona.

Il verso contiene 7 parole e 28 lettere. 28= 7 x 4

Le prime tre parole sommano 14 lettere= 7 x 2

Le seconde quattro sommano anch’esse 14 lettere= 7 x 2

Le prime tre parole (3=perfezione) sono in se stesse complete: il quando, l’azione ed il soggetto. Le 4 parole che seguono sono il cosa, introdotto dalla parola ebraica intraducibile, את, che precede il complemento oggetto.

3 è il numero di Dio (Santo, Santo, Santo, se non vogliamo menzionare la sua trinità) e 4 è il numero della terra (i 4 canti della terra citati più volte, ecc.). Il primo verso narra anche numericamente della perfezione di Dio e della creazione della terra.

Possiamo immaginare che l’autore di Genesi si sia personalmente scervellato per riuscire ad ottenere un risultato tanto matematicamente perfetto e significativo per veicolare il pensiero di Dio?

Ivan Panin è famoso per essersi convertito dall’agnosticismo alla fede nella Bibbia come Parola di Dio ispirata, proprio perché ne ha scoperto la perfezione matematica nella ricorrenza del numero 7 in maniera davvero soprannaturale, tanto nel testo ebraico dell’Antico Testamento quanto in quello greco del Nuovo.

Qualcosa di simile è avvenuta a studiosi di altre materie. C’è chi indagando sull’inattendibilità dei vangeli, alla fine ha scoperto che la verità è invece che sono dei resoconti di prima mano ed autentici.

Anche scientificamente, in base a quanto sappiamo oggi ovviamente, la Bibbia si mostra corretta in dettagli impensati.

Amo molto la storia antica, e mi ha sorpreso scoprire quanto la Bibbia sia accurata dal punto di vista storico. In realtà non ho problemi ad affermare che essa è il documento storico più antico ed attendibile che possediamo. Maggiore è stato il numero di ritrovamenti archeologici, maggiore è stata la conferma dell’accuratezza storica della Bibbia.

Davanti a questi dati, sebbene riconosciamo anche la valenza dell’elemento umano, non possiamo non riconoscere il sigillo dell’ispirazione divina delle Sacre Scritture.

Restando in Genesi, e volendo ribadire che l’ispirazione permette di superare alcuni vincoli legati all’umanità dell’autore sacro, consideriamo il cosiddetto protovangelo:

“Io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra la tua progenie e la progenie di lei; questa progenie ti schiaccerà il capo e tu le ferirai il calcagno” (Genesi 3:15).

È opinione radicata nella Chiesa, che questo brano si riferisca alla morte del Signore Gesù ed al suo trionfo su Satana con la sua meravigliosa resurrezione.

Difficile pensare che qui l’ispirazione divina non abbia prevalso sull’elemento umano. A meno che Dio non abbia dato a Mosè una specifica rivelazione che spiegava il senso delle parole di questo verso.

In altri punti, Mosè dice più di ciò che potrebbe intendersi da una lettura superficiale. Egli scrive in più punti, ed in maniera tanto significativa che non può intendersi casuale: “Dio disse”. Vedi Genesi 1:3, 6, 11, 14, 20, 24.

“Dio disse” al v. 26 è la settima occorrenza di questa espressione.

Quello che poi scriverà Giovanni nel suo Vangelo era già stato intuito ed espresso dai commentatori ebraici.

“In principio era la Parola… per mezzo di lei ogni cosa è stata fatta”.

Nessuno crede più al fatto che Giovanni abbia attinto alla cultura greca, al logos dei filosofi. Semmai è vero il contrario, i filosofi greci hanno attinto alla cultura orientale ed ebraica per sviluppare la loro teoria di un logos, un tramite fra Dio e la sua creazione.

I sumeri avevano l’idea di una “parola” potenza creatrice (“enem”). Il concetto venne trasmesso agli accadi (“awatu”). Questo millenni prima dei greci. (fonte: William F. Albright, From the Stone Age to Christianity)

Filone alessandrino, “filosofo” ebreo vissuto ad Alessandria d’Egitto, parla apertamente del “logos” in termini molto simili a quelli del Nuovo Testamento. Egli affermava che Mosè era il detentore della vera filosofia e che i greci vennero dopo di lui.

Anche la cultura giudaica aveva già visto nella Torah la “parola”, Davar (דבר) in ebraico. Per questo Giovanni ne parla nel suo vangelo dando per scontato che chi leggeva sapesse di cosa lui stesse parlando. Ed era così: i greci per via delle speculazioni filosofiche, gli ebrei per via dell’interpretazione del tempo.

Il Targum è una parafrasi in aramaico dell’Antico Testamento che usa “parola”, in aramaico “memra”, utilizzando questo termine quando Dio interagisce con la sua creazione.

Leggiamo sul sito https://www.sefaria.org/Targum_Jonathan_on_Genesis.3?lang=bi la parafrasi di Genesi 3:8, “Ed essi udirono la voce della Parola (aram. מֵימְרָא, Memra) del Signore Dio che camminava nel giardino…”

Quando Mosè scriveva queste cose meravigliose, era totalmente consapevole dei profondi significati e del valore profetico di ciò che riportava?

Quando, quindi, leggiamo le parole di Genesi 1:26 e anche queste ci colpiscono, non dobbiamo sorprenderci se esse hanno significati talmente grandi che ci conducono a verità rivelate solo con la venuta di Gesù ed il Nuovo Testamento.

Non fu Gesù stesso a dire che Mosè aveva scritto di lui? Vedi Giovanni 5:46. E dove aveva scritto di lui? In quale modo se non profetico e nei profondi significati dei suoi scritti che oggi comprendiamo appieno grazie alla guida dello Spirito Santo?

Torniamo al nostro soggetto iniziale: quando Dio dice “Facciamo l’uomo a nostra immagine”, con chi parla?

La chiave di lettura, come spesso succede con la Bibbia, ce la fornisce un attento esame del testo e la luce della piena rivelazione in Cristo che ci tramanda il Nuovo Testamento.

Dire qui che il Padre conversava con il suo Figlio Unigenito è perfettamente coerente con quanto ci insegna l’apostolo Giovanni e conferma Paolo nelle sue epistole.

“Egli era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lui; e senza di lui neppure una delle cose fatte è stata fatta.” (Giovanni 1:2,3) – La traduzione è mia. Di solito questo verso è riferito al femminile, perché il termine greco originale logos, maschile, viene giustamente tradotto con parola, che è femminile.

Se tutto è stato creato mediante il logos di Dio, il suo Figlio Unigenito, lo è stato anche l’Uomo.

“Per mezzo di lui sono state create tutte le cose che sono nei cieli e sulla terra, le visibili e invisibili.” (Colossesi 1:16)

Vi è una stupenda immagine relativa alla creazione dell’uomo.

“Dio il SIGNORE formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l’uomo divenne un’anima vivente.” (Genesi 2:7)

Chi soffiò l’alito della vita nell’uomo?

Come spesso accade, andiamo a trovare chiarimenti nel Nuovo Testamento.

“Allora Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre mi ha mandato, anch’io mando voi”. Detto questo, soffiò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo””. (Giovanni 20:21, 22)

Il medesimo agente del Padre, il logos (Parola, Verbo) che soffiò l’alito vitale nelle narici per dare vita all’uomo all’alba del tempo, qui lo fa per dar vita al nuovo uomo, rigenerato dallo Spirito di Dio. (vd. Giovanni 3:1-15, Efesini 4:24, 2 Corinzi 5:17, Galati 6:15)

Il soffio, il vento, è in generale un chiaro riferimento allo Spirito. In tutta la scrittura. È un riferimento implicito nei termini originali utilizzati: in ebraico ruah (רוח) ed in greco pneuma (πνευμα).

Per spiegarlo con grande semplicità, possiamo riportare alla mente il nostro vocabolo “pneumatico”, esso deriva chiaramente dal greco e il suo uso è dovuto all’aria che lo riempie ed è essenziale per il suo uso.

Il verbo utilizzato qui per l’azione compiuta da Gesù, il soffiare sui discepoli è ἐνεφύσησε, il medesimo utilizzato in Genesi 2:7 nella traduzione greca della Torah, la LXX (Settanta).

Il riferimento è troppo esplicito e non può essere casuale.

Non ho mai portato gli occhiali in vita mia. Ma, come spesso accade, il passare degli anni, meglio di qualsiasi altra cosa, ci ricorda che siamo umani. Oggi devo indossare gli occhiali per vedere bene da vicino. A volte faccio lo splendido e non li metto e lavoro comunque. Poi, però, finisce che, se avessi indossato gli occhiali, non avrei commesso delle sviste paurose.

Lo stesso è con la Scrittura. Per capirla abbiamo bisogno di indossare gli occhiali dello Spirito! E per capire l’Antico Testamento dobbiamo indossare gli occhiali del Nuovo!

“Allora aprì loro la mente per capire le Scritture” (Luca 24:45). Se non leggiamo la Bibbia alla luce di Cristo, non potremo capirla. Come dice Paolo: “Ma le loro menti furono rese ottuse; infatti, sino al giorno d’oggi, quando leggono l’antico patto, lo stesso velo rimane, senza essere rimosso, perché è in Cristo che esso è abolito.” (2 Corinzi 3:14)

La comprensione delle Scritture non si ottiene studiando. In fatti la Scrittura parla di coloro che si sforzano “sempre d’imparare e non possono mai giungere alla conoscenza della verità”. (2 Timoteo 3:7)

Il velo è rimosso solo in Cristo e grazie al suo Spirito in noi possiamo comprendere la Verità delle Scritture.

Non è quindi nessuna sorpresa se adesso, alla luce di tutta la Scrittura, vediamo in Genesi Dio che tramite il suo Logos e lo Spirito Santo creano l’uomo. (Genesi 2:7) Quanto è meravigliosa la Parola di Dio, profonda; parla al nostro spirito confermando la nostra fede e aumenta il nostro entusiasmo per le cose di Dio.

Senza gli occhiali della fede in Cristo, queste cose rimarranno per sempre incomprensibili.

Infatti, nonostante Gesù annunciasse la Parola con libertà, solo alcuni si avvicinavano a lui e si sforzavano di comprendere il significato vero e profondo di ciò che dicevano: “Egli rispose loro: “Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli; ma a loro non è dato.” (Matteo 13:11).

I discepoli non avevano nessuna superiorità intellettuale rispetto agli altri, ma andavano dal loro maestro e lo interrogavano per capire, avevano desiderio di sapere e si rivolgevano alla fonte della sapienza, colui che nell’Antico Testamento era stato identificato con la Sapienza stessa!

Gli altri andavano a casa loro, presi dalla loro quotidianità. Alcuni, magari, nella loro presunzione, credevano di aver capito tutto. Altri forse andavano ad interrogare i loro rabbini, i maestri religiosi nei quali avevano fiducia.

 

Genesi 1:27 legge:

Dio creò l’Uomo a sua immagine

lo creò ad immagine di Dio

li creò maschio e femmina

Se ci fermiamo al verso 26 perdiamo altri dettagli a mio avviso importanti. Questo passaggio da singolare a plurale nel verso 27 è piuttosto interessante e pertinente con la nostra discussione. Dio (Elohim) crea l’Uomo, singolare. Ma questo singolare, ad immagine di Dio, è anche un plurale, maschio e femmina.

L’unità fra uomo e donna è descritta poco più avanti, quando la creazione dell’uomo e della donna (dell’Uomo) è vista in dettagli di una poesia ed universalità ineguagliata da nessuna altra narrazione epica, mitologica o scientifica.

“Dio il SIGNORE formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l’uomo divenne un’anima vivente. […] Allora Dio il SIGNORE fece cadere un profondo sonno sull’uomo, che si addormentò; prese una delle costole di lui, e richiuse la carne al posto d’essa. Dio il SIGNORE, con la costola che aveva tolta all’uomo, formò una donna e la condusse all’uomo. L’uomo disse: “Questa, finalmente, è ossa delle mie ossa e carne della mia carne. Ella sarà chiamata donna perché è stata tratta dall’uomo”. Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne”. (Genesi 2:7, 21-24)

Profondissimi significati spirituali vengono espressi con una elegantissima ed allo stesso tempo efficace poesia.

L’unità dell’Uomo, composto da uomo e donna uniti, è definita con il termine ebraico: אחד, nel nostro alfabeto traslitterato come ‘echad.

Questo medesimo vocabolo lo ritroviamo nella confessione di fede ebraica, lo Shemà Israel. Questa la ribadì a gran voce lo stesso Gesù durante il suo ministero. Ho consultato la traduzione ebraica ufficiale in inglese di Deuteronomio 6:4 ed essa recita:

 

Ascolta, Israele:

Il Signore nostro Dio

Il Signore è uno

Questa versione preserva la ritmica del testo ebraico che si conclude affermando che Dio è “uno”. La parola ebraica utilizzata qui per dire che il Signore è “uno” è, come per l’Uomo (uomo e donna) אחד, ‘echad.

Come Uomo è un termine che include uomo e donna (v.27) che sono ‘echad, uno, allo stesso modo Dio, Elohim, (v.26) nel dire “facciamo” non fa altro che riferirsi alla sua ‘echad, di cui fanno parte il Figlio e lo Spirito Santo.

Credo che sia strabiliante, come già nelle prime pagine della Parola di Dio compaia subito così meravigliosamente coinvolto nella sua interazione con il mondo che crea, da farlo con la totalità della sua unità.

Al verso 1 troviamo il termine Elohim, che in teoria in ebraico non sarebbe esattamente un singolare, seguito da un verbo al singolare. Al v.2 è lo Spirito di Dio che si muoveva sopra le acque. Al v.3 ecco che la Parola, di cui parlerà Giovanni, compare quando leggiamo, Dio disse!

Da questo verso in avanti fa la sua fondamentale comparsa il logos, la Parola.

“Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Figlio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere.” Giovanni 1:18

Giovanni è lapidario: Dio non lo ha mai visto nessuno.

È naturale che sia i giudei che i primi cristiani abbiano compreso che era il logos (greco) davar (ebraico) memra (aramaico) parola (italiano) verbum (latino) a manifestarsi, manifestando Dio.

Infatti di chi era la voce in Genesi 3:8? E chi camminava nel giardino? Dalla presenza di chi si nascosero Adamo ed Eva?

Chi fa – fa! – delle tuniche di pelle per vestire l’Uomo? Il brano non dice che queste tuniche vengono create, quindi dobbiamo dedurne che un animale sia stato ucciso per ottenerle. Dio stesso rimedia alla nudità dell’Uomo – al danno che ha fatto con il peccato!

Qui Mosè parla profeticamente dell’opera di salvezza di Dio, che sarebbe stata un giorno compiuta per mezzo di Gesù, logos di Dio fatto uomo! Ed anche qui in Genesi, l’agente tramite il quale Dio rimedia alla nudità dell’uomo, non può non essere la Sua Parola.

In tutto il libro dell’Apocalisse, il vestire è descrittivo dello stato di grazia e salvezza – vd. Ap. 3:18, 4:4, 7:9,14, 16:15, 22:14. E sono dei riferimenti significativi, perché molto di quello che il peccato distrugge in Genesi, viene ripristinato in Apocalisse.

Di nuovo, quasi alla fine della drammatica scena della caduta dell’Uomo, troviamo quel plurale che per la prima volta avevamo visto in Genesi 1:26,

Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi,

quanto alla conoscenza del bene e del male

 

Ora la frase non ci può apparire così enigmatica, ma, alla luce di quanto abbiamo visto, perfettamente coerente. I “noi” sono l’ ‘echad in cui sono presenti il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

Mi riservo di affrontare in un altro articolo perché questa “conoscenza del bene e del male” ci sia costata l’Eden. Non sembrerebbe così grave, infatti, a prima vista; in realtà la forza dell’espressione semitica è ben altra rispetto a quella delle versioni in italiano. In questo articolo, già di per se piuttosto lungo, preferisco non approfondire anche questo dettaglio – sebbene non sia per nulla secondario, o trascurabile.

Volevo avere un quadro più chiaro sulla frase di Genesi 1:26 e per questo ho intrapreso questa piccola ricerca. Confesso di esserne stato edificato spiritualmente prima, e come studioso poi. Lo stesso spero sia accaduto al lettore.

Il fenomeno della lingua greca ed Israele

di Giuseppe Guarino

 

Poco più di 300 anni prima della nascita di Gesù, quando Israele era parte dell’immenso impero persiano, Filippo, re di Macedonia, morì lasciando il trono ed i suoi sogni al giovanissimo figlio Alessandro. Quest’ultimo raccolse più che degnamente l’eredità del padre riuscendo ad unificare e mobilitare l’intera Grecia contro l’odiato nemico persiano.

Alessandro mosse da impavido condottiero, guidando il suo popolo contro il più grande regno del tempo. Giunse in Anatolia e da lì, una vittoria dietro l’altra, percorse la via per l’Egitto. Passò per Israele, lasciando un segno indelebile nella storia del popolo ebraico, come testimoniano la diretta menzione di lui fatta nel libro biblico di Daniele e le notizie riportate dallo storico Giuseppe Flavio.

Giunto in Egitto da trionfatore, vi fondò la città di Alessandria che divenne la capitale del sapere mondiale per molti degli anni a venire, con la sua immensa biblioteca ed il fermento intellettuale che la percorreva in ogni direzione del pensiero umano.

Dall’Egitto, Alessandro partì per affrontare una volta per tutte  il suo più grande nemico: il re persiano, del quale riuscì a disfarsi nonostante l’inferiorità numerica; Dario fuggì letteralmente dal campo di battaglia.

In pochi anni (circa 10) il re di una piccola nazione, la Macedonia, era divenuto il dominatore assoluto di un territorio la cui estensione non aveva avuto eguali in tutta la storia dell’umanità. La leggenda dice che Alessandro, ad un certo punto, pianse perché non vi erano più terre da conquistare.

Sebbene nessuno gli fosse pari militarmente, il macedone dovette molto presto fare i conti con un nemico invincibile: morì, sembra a causa di una febbre, alla giovane età di 33 anni, in Babilonia.

Il suo vastissimo impero venne ripartito fra i suoi generali.

L’estensione della conquista di Alessandro Magno aveva gettato le basi per la diffusione della lingua e della cultura greca. Dopo la sua morte, questa avanzata non si arrestò. Al contrario, l’ellenizzazione, questo processo di colonizzazione intellettuale da parte del mondo greco, continuò inarrestabile.

L’Egitto finì in mano al generale Tolomeo, il quale fondò l’ultima dinastia di faraoni. Lo storico Giuseppe Flavio riferisce che Tolomeo Filadelfo (Libro XII delle Antichità Giudaiche) per incrementare la sua biblioteca, già comunque ricca di circa 200.000 libri, sponsorizzò la traduzione in greco della Legge mosaica. Questa versione prese il nome di Septuaginta o Settanta (abbreviata di solito “LXX”) perché le leggende che ne fanno quasi una versione guidata in maniera sovrannaturale, sostengono che i traduttori originari fossero 72.

Il greco rimase la lingua più diffusa del mondo antico, anche quando il dominio mondiale passò nelle mani dei romani.

Fu quindi in un’atmosfera culturale dominata profondamente dal prestigio universale ed indiscusso della lingua e cultura greche che il cristianesimo mosse i suoi primi passi.

Se consideriamo l’aperto mandato di Gesù agli apostoli, “Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli” (Matteo 28:19) comprendiamo benissimo perché il Nuovo Testamento venne molto probabilmente scritto e ci è comunque giunto in manoscritti in greco. Come oggi molti documenti vengono redatti in inglese per garantire una più vasta diffusione mondiale, era logico che allora, volendosi sganciare dai confini nazionali dell’ebraismo, il cristianesimo esprimesse e diffondesse le proprie Scritture nella lingua che aveva la massima diffusione.

Sebbene Jean Carmignac abbia in maniera convincente esposto la propria teoria sull’esistenza di uno o più vangeli semitici alla base dei nostri Matteo e Marco[1], non vi sono prove storiche oggettive che permettono concretamente di avvalorare questa tesi. La realtà delle evidenze manoscritte per l’originale del Nuovo Testamento (più di 5000 manoscritti) è interamente a favore di una composizione in lingua greca – ciò sebbene nessuno neghi la dipendenza dal pensiero ebraico delle Scritture cristiane.

Non possiamo immaginare che il greco fosse presente nel dialogo di tutti i giorni fra gli ebrei del tempo o nelle strade di Gerusalemme ma di certo, come attestano vari ritrovamenti, il greco era una lingua nota ed in uso.

Considerando poi anche le intense campagne di ellenizzazione condotte dalle dinastie dei Tolomei e dei Seleucidi, che avevano interessato anche i territori di Israele, il greco doveva aver avuto una diffusione ed un’importanza paragonabile a quella dell’inglese nelle varie colonie dell’impero britannico. Questa lingua doveva essere conosciuta anche dagli apostoli. E’ oltremodo difficile immaginare che gli autori di alcuni dei libri del Nuovo Testamento, comunque di nazionalità e cultura ebraica, abbiano imparato la lingua greca di proposito per comporre le loro epistole o i vangeli. Diversi gli indizi in questo senso, sparsi in tutto il Nuovo Testamento; non ultimo il tipo di greco nel quale è stato scritto, cioè il cosiddetto Koiné, la forma colloquiale e non letteraria di quella lingua.

Nel quarto vangelo è indizio molto forte della sua composizione originale in lingua greca la sfida aperta nel definire Gesù “il Salvatore del Mondo” (Giovanni 4:42), termine che proprio in greco era riferito all’imperatore romano Nerone (ὁ σωτὴρ τοῦ κόσμου) ed inciso su alcune monete dell’impero che lo raffiguravano. E’ lo stesso Giovanni, poi, che ci informa che l’iscrizione sulla croce era in latino, ebraico e greco (Giovanni 19:19-21), confermandoci che la Palestina era allora una nazione multilingue.

Nel vangelo di Matteo vi è un’espressione greca molto caratteristica. La troviamo già all’inizio di questo scritto: “… come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade …” (Matteo 6:2). Più volte Gesù si rivolse ai religiosi del suo tempo in questi termini: “Ma guai a voi, scribi e farisei ipocriti”, (Matteo 23:13, 14, 15, 23, 25, 27, ecc …). Il termine “ipocriti”, reso col greco “ὑποκριταί”, viene preservato intatto persino nell’importante edizione ebraica di questo vangelo detta di Shem-Tob, della quale parlerò in dettaglio più avanti. Esso è, infatti, in Matteo 6:2, semplicemente traslitterato in lingua ebraica איפוקראטיס. “Ipocrita” è un termine molto specifico, legato al mondo greco, alle rappresentazioni teatrali e fa aperto riferimento alla parte recitata dall’attore in scena. Alcuni sostengono che in questo frangente lo stesso Gesù, nei suoi discorsi, abbia utilizzato la parola greca riportata nei vangeli e non un equivalente ebraico o aramaico.

Il film “La Passione di Cristo” di Mel Gibson è stato girato in aramaico. Ma ad un certo punto, Pilato rivolgendosi a Gesù gli chiede in lingua greca “τί ἐστιν ἀλήθεια;” (Che cos’è verità?): è molto probabile che questo risponda alla realtà del dialogo avuto fra Gesù e Pilato.

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[1] Jean Carmignac, La nascita dei Vangeli Sinottici, edizioni Paoline. E’ un libro stupendo che consiglio sia agli specialisti che al lettore attento della Bibbia.

Giacomo 2:4, un esempio di articolo anaforico

di Giuseppe Guarino

Giacomo 2:14 è un famoso brano del Nuovo Testamento che da decisamente l’impressione di essere in contraddizione con le famose affermazioni degli scritti di Paolo sulla salvezza per mezzo delle fede.

Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti; infatti siamo opera sua, essendo stati creati in Cristo Gesù per fare le opere buone, che Dio ha precedentemente preparate affinché le pratichiamo.” (Paolo agli Efesini 2:8-10 – Nuova Riveduta)

In una lucida e chiara affermazione l’apostolo Paolo riassume qui sopra quanto altrove aveva già spiegato per esteso, ai galati ed ai romani in particolare.
Quanto però scrive l’apostolo Giacomo nella sua epistola sembra sostenere esattamente il contrario della dottrina paolina.

“A che serve, fratelli miei, se uno dice di aver fede ma non ha opere? Può la fede salvarlo?” (Giacomo 2:14 – NR)

Se ne sarà reso conto lo stesso lettore: i due brani citati, opera di due autori sacri diversi, si trovano in due punti diversi della Scrittura, e letti così come li troviamo nelle nostre traduzioni in italiano della Bibbia, sembrano dire due cose diverse.

Vi sono diversi fatti che vanno considerati nell’interpretazione della Sacra Scrittura: Per comprendere infatti cosa esattamente intendesse dire un autore (e ciò in realtà è vero nella lettura di qualunque testo) bisogna, per grandi linee, tenere conto delle circostanze che inducono a scrivere, del contesto e della lingua utilizzata.  In questo articolo considereremo in particolare il fenomeno linguistico in Giacomo 2:14 che, insieme al contesto, concorre a far comprendere che la contraddizione fra le affermazioni dei due apostoli è solo apparente. Infatti, un attento esame ed un corretto raffronto dei vari passi biblici ci offrono un quadro completo, dove la Parola ci insegna che la fede in Dio è, si, una realtà interiore ma si manifesta e rende visibile in azioni che ne comprovano l’esistenza: le opere di cui parla Giacomo.  La Bibbia non è una sterile raccolta di precetti o regole, di storielle moraleggianti o epiche gesta del passato. Essa è ispirata da Dio e data all’uomo perché egli abbia la certezza della propria fede e la viva in maniera attiva, quotidiana, offrendo il proprio contributo positivo, aiutando ed edificando il prossimo, testimoniandogli fattivamente – e non solo verbalmente – la salvezza del proprio Dio.

Paolo scrisse così al suo pupillo Timoteo:   “Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, perché (greco ἵνα) l’uomo di Dio sia
completo ( greco ἄρτιος ) e ben preparato per ogni opera buona.” (2 Timoteo 3:16-17)

Nella lingua greca la posizione delle parole in una frase non ne indica il caso, come accade in italiano: ad esempio il complemento oggetto non è tale per la posizione che occupa, bensì per la declinazione. Ne consegue che scrivendo a Timoteo, l’apostolo Paolo può enfatizzare subito che lo scopo della Scrittura è di rendere “ἄρτιος” (completo) l’uomo di Dio ponendo questo aggettivo, per
rafforzare la sua affermazione, subito dopo “ ἵνα”, “affinché”.  E’ significativo, a sostegno di quanto affermavo prima, che accanto a quella che è ritenuta (anche se da alcuni indirettamente) la formulazione più teorica dell’ispirazione della Sacra Scrittura Paolo si premuri di chiarire il senso dell’intervento di Dio: la Bibbia è ispirata perché, affinché, allo scopo di, preparare l’uomo attivamente a ciò che in essa apprende.    Vediamo il testo greco originale di Giacomo 2:14.

Τί τὸ ὄφελος, ἀδελφοί µου, ἐὰν πίστιν λέγῃ τις ἔχειν, ἔργα δὲ µὴ ἔχῃ;  µὴ δύναται ἡ πίστις σῶσαι αὐτόν;

Analizziamolo da vicino, prima con una traduzione interlineare

Τί  τὸ  ὄφελος,   ἀδελφοί µου,   ἐὰν   πίστιν  λέγῃ  τις  ἔχειν, 

Qual  (è)       l’utile,     fratelli   miei,    se      fede      dice     qualcuno   di avere,

ἔργα     δὲ      µὴ   ἔχῃ; 

opere    però  non   ha?

µὴ δύναται   ἡ πίστις   σῶσαι αὐτόν;   

può la fede salvarlo?

Notiamo un dettaglio fondamentale per la nostra discussione: l’assenza prima e la presenza poi dell’articolo davanti alla parola “fede”.

Τί τὸ ὄφελος, ἀδελφοί µου, ἐὰν πίστιν λέγῃ τις ἔχειν, ἔργα δὲ µὴ ἔχῃ;  µὴ δύναται ἡ πίστις σῶσαι αὐτόν;

La prima volta che compare la parola “fede” non è preceduta dall’articolo (πίστιν). La seconda volta, invece, è preceduta dall’articolo (ἡ πίστις). Ciò non è casuale.   Premetto che in greco si parla semplicemente di articolo, non essendovi un articolo indeterminativo da contrapporre a quello determinativo. Quindi per noi di lingua italiana, nella quale esistono determinativi ed indeterminativi, nasce il pericolo di cercare una logica (quella italiana) che in greco non esiste.  In questo caso particolare ci troviamo davanti ad un esempio di articolo anaforico, che per mezzo di un riferimento specifico riconduce ad un sostantivo precedentemente utilizzato.  Quindi quando è presente l’articolo la seconda volta che la parola “fede” compare (ἡ πίστις), dobbiamo comprendere che ciò sia un riferimento specifico alla sua prima occorrenza (πίστιν).    Alla luce di ciò propongo di seguito una traduzione meno letterale – in inglese si chiamerebbe expanded, ovvero amplified, in italiano direi estesa – allo scopo di comunicare il senso di come a mio avviso, alla luce della grammatica greca, dovrebbe correttamente intendersi questo brano biblico.

“A che serve, fratelli miei, se uno dice di aver fede ma non ha opere? Può la fede, questa fede che il tale dice di avere e che non produce opere, salvarlo?”

Quindi il riferimento dell’apostolo Giacomo non è alla fede che non salva, in generale, come regola, bensì al caso specifico di chi dice a parole di aver fede ma non ha opere che ne dimostrino l’esistenza.    Nessuna contraddizione fra il passo biblico che abbiamo esaminato qui e le idee espresse dall’apostolo Paolo nelle sue epistole. Anzi, perfetto accordo nella ricerca del giusto equilibrio fra fede ed opere. Stesso equilibrio che troviamo anche nella prima epistola dell’apostolo Giovanni ed in tutto il Nuovo Testamento. La somma di tale equilibrio sta nelle parole che lo stesso Giacomo utilizzerà poco più avanti:

“Tu hai la fede, e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le tue opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede.” (Giacomo 2:18 – NR)

 

La lingua del Nuovo Testamento

di Giuseppe Guarino

Secondo i criteri di datazione che ho già proposto altrove, sono convinto che i libri che fanno parte del Nuovo Testamento furono scritti tutti entro il I secolo d.C., nella lingua allora maggiormente diffusa: il greco.
E’ vero che in quel periodo l’impero romano dominava da tempo tutte le terre che si affacciavano sul Mediterraneo, ma la sua potenza militare non era riuscita a spodestare la cultura e la lingua greche. Come la caduta dell’impero britannico non ha significato la fine della diffusione della lingua e cultura inglese – che continua inarrestabile – anche nel mondo antico, con la morte di Alessandro Magno, il grande promotore dell’ellenismo nel mondo, lo smembramento del suo vastissimo impero prima e l’inarrestabile e sistematica conquista romana poi, non riuscirono a porre fine al dominio mondiale della cultura greca.
Già nel III secolo a.C., in Egitto, sotto la dinastia (greca) dei Tolomei, si era cominciato a tradurre la Bibbia ebraica in greco. Questa versione fu detta – e tale nome rimane fino ad oggi – dei Settanta (LXX), ovvero Septuaginta, a motivo del numero (fra storia e leggenda) dei traduttori originari del Pentateuco.
In quale greco venne approntata questa antica versione?
La lingua greca forniva almeno due possibilità di scelta. La prima era quella del greco classico, l’elegante ma rigido linguaggio letterario; la seconda era quella del greco Koiné, il greco parlato, più pratico e meno retorico, meno rigido, più fluido ed aperto all’innovazione ed al cambiamento – come sono di solito le forme colloquiali di tutte le lingue.
La scelta della versione dei LXX ricadde sul Koiné.
Ancora oggi la Settanta è oggetto di particolare studio ed offre spunti di riflessione sulla terminologia greca proposta per interpretare le parole ed i fatti della fede ebraica.
Il mandato di Gesù agli apostoli era diffondere la buona notizia della salvezza a tutto il mondo.

“Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.” (Matteo 28:19)

” … mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all’estremità della terra.” (Atti 1:8)

La cosa più ovvia era che gli apostoli ed i loro discepoli ripiegassero sull’utilizzo del greco per le Scritture sacre della nuova fede, in modo da poterne assicurare la diffusione e la lettura al di fuori della cerchia ristretta del mondo ebraico.
Anche per la composizione del Nuovo Testamento, la scelta non ricadde su una lingua colta e sofisticata, ma su un linguaggio che rendeva accessibile e chiaro il messaggio evangelico. Continuando il percorso già felicemente inaugurato dalla LXX, le Scritture cristiane furono scritte in Koiné.
Ovviamente il Nuovo Testamento, da un punto di vista squisitamente letterario, non è opera di un solo scrittore. Purtroppo nelle sue versioni in italiano, l’intervento determinante del traduttore – sostanzialmente, sebbene non in maniera premeditata – uniforma lo stile dei singoli libri che lo compongono. Leggendolo invece nell’originale greco, questa omogeneità non si riscontra affatto. Mettendo Marco a confronto con Giovanni, è evidente la netta differenza di stile e di linguaggio. Paolo, poi, è ancora diverso. Per non parlare di Luca, la cui introduzione al vangelo è scritta in un greco piuttosto sofisticato – anche questo favorì la popolarità della sua opera presso alcune fazioni gnostiche avverse all’ebraismo.
Tutti gli autori del Nuovo Testamento – mi sento di dire, quindi, anche l’Autore dietro gli autori che è lo Spirito Santo – hanno rinunciato agli schemi fissi, alla retorica artificiosa della lingua letteraria, preferendo la vitalità ed immediatezza della lingua parlata.
Le ripercussioni di tale scelta sono state stupefacenti e le sperimentiamo quotidianamente nella lettura della Parola di Dio, nel modo in cui la comprendiamo e viviamo.
Il greco del Nuovo Testamento è quindi semplice e chiaro, ma non elementare o banale: non è sofisticato, perché vuole innanzi tutto comunicare; ma non rinuncia ad esprimere una propria identità e quelle caratteristiche che ne fanno un fenomeno letterario di tutto rispetto.
Vale la pena evidenziare il felice connubio fra cultura ebraica e lingua greca. Per quanto riguarda invece le influenze della cultura greca su quella ebraica, le idee sono state diverse in vari ambienti ed in vari periodi storici. Alcuni hanno attribuito un ruolo preponderante al senso del contributo greco – a mio avviso immotivatamente: l’ebraismo non disconosceva di fatto i meriti del mondo greco e accettava il valore della sua lingua, ma non era certamente pronto a soccombere ai suoi schemi culturali. La tradizione ebraica era troppo forte e troppo sicura della propria identità ed eredità perché potesse facilmente cedere ad influenze esterne.
Ecco quindi che il linguaggio della LXX e quello del Nuovo Testamento, suo logico prosieguo, è allo stesso tempo semplice, ma innovativo: chiaro, ma vivo e stimolante.

La parola greca “agape” (in alfabeto greco: αγαπη), famosa anche al di fuori della cerchia di chi studia il greco biblico, è propria della traduzione dei LXX e del Nuovo Testamento: non la si trova infatti nel greco classico.

La famosa parola greca “zoe” (ζωη) che significa “vita”, è stata adottata dalla Bibbia, in particolare dal Nuovo Testamento e dagli scritti di Giovanni, per ricevere connotati più definiti e specifici di quanto il termine greco in sé non intendesse originariamente comunicare. E’ incredibile come un vocabolo colloquiale sia stato arricchito di significato al punto da reinventarlo quasi del tutto, mantenendo soltanto la riconoscibilità della sua forma, per trasmettere dettagli nuovi e meravigliosi. L’uso giovanneo della parola “zoe”, “vita” in particolare, le dona connotati di una profondità spirituale davvero notevole.

Un vocabolo degno di nota particolare è quello che troviamo nell’Apocalisse: “pantokrator” (παντοκράτωρ), cioè “onnipotente”. Il contesto in cui esso viene utilizzato è solenne, in armonia con la forza di un’espressione di questo genere. Al di fuori dell’Apocalisse, il Nuovo Testamento lo riporta soltanto in 2 Corinzi 16:18.

“Io sono l’alfa e l’omega”, dice il Signore Dio, “colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente”. (Apocalisse 1:8)

Giovanni prese in prestito la parola “pantokrator” dai brani dell’Antico Testamento dove i LXX avevano reso così l’espressione ebraica che le nostre Bibbie traducono in italiano “SIGNORE degli Eserciti” ovvero “Eterno degli Eserciti”.
In Nahum 2:13, ad esempio, la LXX riportava Kyrios Pantokrator (κύριος παντοκράτωρ), letteralmente: “Signore Onnipotente”.
Perché questa scelta da parte dei traduttori in greco dell’Antico Testamento?
Pantokrator “(che pure è stato usato per tradurre Sebaoth anche nei libri più antichi) interpreta l’espressione nel significato più universale: non nel significato originario di <<Dio degli eserciti (di Israele)>>, che dà al suo popolo la vittoria sui nemici, bensì nel senso di <<Dio dominatore di tutte le potenze terrestri e celesti.>> […] l’evoluzione di significato dell’espressione ebraica Sebaoth ha la sua continuazione nella parola greca, che fu scelta per tradurlo (o addirittura coniata a questo scopo) …” – Orsolina Montevecchi, Bibbia e papiri, Luce dai papiri sulla Bibbia greca, pag. 39. Le affermazioni di questa studiosa gettano luce sul fenomeno della cultura religiosa ebraica che si spinge al di fuori dei suoi confini, per divenire la cultura propria di chiunque voglia avvicinarsi alla fede del Dio unico ebraico.
In questo contesto non sarà inopportuno notare un ulteriore dettaglio nelle parole dell’Apocalisse: quando Giovanni si riferì a Dio come Colui “che è, che era e che viene”, esprimeva una valenza – evoluzione universalistica di un termine ebraico, simile a quella che ha portato alla nascita ed uso di “pantokrator”. Giovanni conosceva il Tetragramma, YHVH (in ebraico ), il Nome di Dio rivelato a Mosè nell’Antico Testamento, ma anziché proporlo nell’originale, preferì trasmetterne il significato al lettore di lingua greca.
Le quattro consonanti ebraiche vengono così vocalizzate nel testo Masoretico, : aggiungendo semplicemente le vocali alla sequenza delle consonanti, avremo nel nostro alfabeto YeHoVaH.
In proposito Asher Intrater, ebreo messianico, dice qualcosa che può spiegare il perché delle parole dell’apostolo Giovanni: “Aggiungendo le vocali “e”, “o”, “a” alle consonanti YHVH, si ottiene il nome YeHoVaH. In questa struttura verbale, la “e” (sh’va) indica il tempo versale futuro, la “o” (holom) il presente e la “a” (patach) il passato, dando al nome YeHoVaH il significato di “Egli sarà, Egli è, Egli era”: in altre parole, l’Eterno”. Asher Intrater, “Chi ha pranzato con Abrahamo?”, edizioni Perciballi, novembre 2012, p. 162.
Potremmo quindi ipotizzare che Giovanni stesse letteralmente traducendo ed universalizzando l’espressione ebraica יהוה צבאות (Adonai Sebaoth) tradotta di solito nell’Antico Testamento “Signore degli Eserciti”.

Molto importante per la corretta lettura del senso dell’incarnazione del Figlio di Dio, è la comprensione del termine greco Logos (Λόγος) – utilizzato nell’originale greco del Vangelo di Giovanni. Di solito questo viene tradotto “Parola” dai protestanti mentre i cattolici preferiscono “Verbo”, seguendo la lezione dell’antica versione latina della Bibbia.

“Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio.” (Giovanni 1:1)

Si tratta di un vocabolo importante perché nel mondo della filosofia greca il concetto di Logos era già esistente quando Giovanni scriveva il suo Vangelo. Ma ciò non deve indurre a cadere nell’errore di immaginare che l’apostolo si ispirasse a concetti estranei al mondo ebraico: anche qui, una terminologia presa in prestito dalla lingua greca, esprime un concetto profondamente semitico. Gli antichi scrittori cristiani di lingua greca – come Giustino (nel II sec. d.C.) – hanno colto l’occasione per esprimere il senso dell’incarnazione ai non ebrei, proprio sfruttando questa somiglianza fra il Logos greco e quello neotestamentario.

Nulla accade per caso, ne sono profondamente convinto. La lingua ebraica è nata e cresciuta con la fede nel Dio unico ed è per questo che esprime meglio di ogni altra il linguaggio delle cose di Dio. Quella greca aveva raggiunto una grande diffusione ed una maturità perfetta proprio nel momento in cui venne a contatto con l’Antico Testamento: nelle mani giuste, permise di esprimere al meglio qualsiasi tipo di concetto, dal più concreto al più astratto. Divenne la lingua della Settanta prima e del Nuovo Testamento poi, il perfetto veicolo attraverso il quale la fede in Cristo poté essere diffusa in tutto il mondo.
 

 

Perfezione numerica della Bibbia

di Giuseppe Guarino

 

Ogni lettera dell’alfabeto ebraico ha un valore numerico, come è riportato nella tabella qui accanto. Da alcuni studi, sembra che anche la matematica testimoni la perfezione della Parola di Dio. Vediamo di cosa sto parlando.

Di seguito il nome di Davide scritto in ebraico ed il valore numerico di ciascuna lettera.

D V D
ד ו ד
4+6+4 = 14

La somma dei numeri corrispondenti alle lettere ebraiche presenti nel nome David è 14. Non è coincidenza che il vangelo di Matteo cominci con la genealogia di Gesù e che questa si divida in 3 parti e ogni parte contempla 14 nomi. Matteo stesso lo specifica.

Matteo 1:17: “Così, da Abraamo fino a Davide sono in tutto quattordici generazioni; da Davide fino alla deportazione in Babilonia, quattordici generazioni; e dalla deportazione in Babilonia fino a Cristo, quattordici generazioni.

Se 14 è il numero del nome di Davide, 42 nomi elencati dall’evangelista corrispondono a 14 x 3. Ciò non è casuale. Come è risaputo 42 è numero di tribolazione e di un periodo di attesa dell’adempimento delle promesse di Dio e del suo intervento.

Anche con i numeri della sua narrazione Matteo, ebreo che scrive ad ebrei, si premura di chiarire che Gesù è il Messia tanto atteso dalla nazione ebraica.

Per coloro che ritengono impossibile che un uomo o una famiglia tramandi la propria genealogia in maniera come ce la riporta il vangelo di Matteo, e che quindi ritengono la sua narrazione fantasiosa, basta citare il premio Nobel Shemuel Josef Agnòn il quale dichiarò di sapere di essere discendente del profeta Samuele. (Alberto Mello, L’ebraicità di Gesù e dei Vangeli, EDB, p.23)

Ivan Panin era un matematico divenuto un credente dopo aver scoperto l’impossibile (o divina) perfezione numerica esistente nelle lingue originali della Bibbia. Basta cercare su Google per approfondire gli straordinari risultati delle sue ricerche.

Non sono un matematico e dubito che potrei apprezzare sufficientemente il lavoro di Panin. Sono più incline agli studi di teologia e storia ed in questi campi ho raggiunto la mia personale convinzione sull’origine divina delle Scritture ebraico-cristiane. Ma una cosa mi ha colpito leggendo dei risultati di Panin.

Il primo verso della Bibbia (Genesi 1:1) in ebraico è di straordinaria bellezza. L’ho fatto imparare a memoria in originale ad entrambi i miei figli perché ritengo sia un’espressione completa della fede monoteista nel Dio della Bibbia.

Ecco come si presenta nell’alfabeto ebraico (che è privo di vocali e si legge da destra verso sinistra).

בראשׁית ברא אלהים את השׁמים ואת הארץ

Fondamentalmente, nel nostro alfabeto, si legge così: “Berescit barà Eloim et asciamaim veet aarez”. Per la pronuncia esatta si può ascoltare l’audio su youtube seguendo questo link.

Le impossibili coincidenze numeriche che rinveniamo già nel solo primo verso della Bibbia sono incredibili.

È composto da 7 parole.

La prima e l’ultima sono composte rispettivamente da 6 e 4 lettere, due numeri molto significativi, che simboleggiano rispettivamente uomo e terra.

La seconda e la sesta parola sono di 3 lettere ciascuna. (3+3=6). Il 3 è un numero che indica completezza.

La somma delle lettere della prima e dell’ultima parola e della terza e quinta è di 10.

Il totale delle lettere del verso è 28, cioè 4 volte 7, simbolo della terra (4) e della perfezione (7).

La somma delle lettere delle prime 3 (completezza) parole è 14. La somma delle seconde 4 (terra) parole è 14.

Non mi stupisce che anche la matematica renda testimonianza all’origine divina delle Parola di Dio. Scrivo questo breve articolo proprio per portarlo all’attenzione dei miei confratelli evangelici.

Devo, però, segnalare che ho visto molti estremismi su internet, che non hanno nulla a che vedere con le osservazioni scientifiche che solo un vero matematico è in grado di fare. Se quindi da una parte mi entusiasmo per le conclusioni raggiunte da un uomo ferrato nella sua materia (Panin), dall’altra metto devo mettere in guardia i miei lettori dagli entusiasmi di chi non chiama in causa la matematica ma da letteralmente i numeri.

Detto anche questo, posso concludere che non mi sorprende se appare matematicamente evidente che anche i numeri testimoniano la perfezione della Parola di Dio e la sua origine divina. Panin non vide altra soluzione per spiegare l’occorrenza del numero 7 e dei suoi multipli in tutta la Bibbia, impossibile da ricondursi all’attività umana.

 

Creazione, caduta ed opportunità di redenzione

di Giuseppe Guarino

Ogni libro della Bibbia mi piace per un motivo diverso. Perché ha qualcosa di diverso da dirmi ed insegnarmi. E lo fa ogni volta che lo rileggo o anche se solo lo medito.

Sto traducendo un libro sul racconto della Creazione che troviamo nel libro della Genesi. Se qualcuno mi considera un bigotto, fondamentalista ignorante, sappia che non mi sento tale. Asimov è uno dei miei autori preferiti. E, di recente, mi sono imbattuto e sto leggendo un meraviglioso libro di Stephen Hawking.

Se da una parte ciò può sollevare alcuni miei lettori, preoccuperà altri. Perché mi sono reso conto che gli individui dalla mente chiusa non stanno da una parte soltanto della barricata. Infatti, spesso, dalle mie parti, fa più vittime il fuoco amico che quello del nemico.

Detto ciò, spero di avere appianato la strada per una lettura che voglia essere rilassata, interessata e non critica ed ipercritica.

Leggiamo questo stupendo brano della Genesi che riguarda il nostro rapporto con Dio.

Genesi 2

15 L’Eterno DIO prese dunque l’uomo e lo pose nel giardino dell’Eden perché lo lavorasse e lo custodisse. 16 E l’Eterno DIO comandò l’uomo dicendo: «Mangia pure liberamente di ogni albero del giardino; 17 ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare, perché nel giorno che tu ne mangerai, per certo morrai».

Dio crea l’uomo e gli dà un luogo dove vivere e da curare.

E’ per questo che abbiamo bisogno di una dimora. E’ per questo che abbiamo bisogno di qualcosa e di qualcuno di cui occuparci e di qualcosa da fare. Un gatto riesce a stare seduto e non fare nulla. Un cagnolino è felice accanto al suo padrone. Gli uccelli volano nel cielo e si posano su dei fili e sono appagati. Ma noi esseri umani abbiamo bisogno di uno scopo. Abbiamo bisogno di qualcosa che ci tenga occupati. Altrimenti, come diceva il Vate: “il tedio assale”.

E’ così che Dio ci ha creati ed è questo che ci conferma la Bibbia: non siamo così per caso, ma perché creati ad immagine e somiglianza di Dio.

Dio dà l’intera creazione all’uomo. Ogni cosa è a sua disposizione. Una sola cosa gli è negata, un solo frutto, un solo divieto gli viene posto davanti.

Perché Dio fa questo?

Perché proibisco a mio figlio di mettere le dita in bocca? Perché gli dico di mangiare cibi sani? Perché lo obbligo a studiare? Lo faccio perché lo amo. Lo faccio perché voglio il meglio per lui.

Ma Dio perché crea l’albero della conoscenza del bene e del male?

E’ implicito che creando l’uomo a Sua immagine e somiglianza, l’uomo ha capacità di capire, di scegliere. Quindi, piuttosto che abbandonarlo ad una sorte oscura, Dio rende la scelta di vita più facile possibile: relega la scelta sbagliata ad un singolo atto, a mangiare di un singolo frutto. Per mantenere la sua integrità l’uomo doveva semplicemente non fare una singola cosa. E’ come se ti dessi un castello con mille stanze e ti dicessi: “una sola stanza non puoi usare. E lo faccio perché quella stanza riserva pericoli mortali.” Ti spiego pure il motivo. Invece di pensare alle 999 che ti dò, però, ti crucci per l’una che per il tuo bene ti precludo?

21 Allora l’Eterno DIO fece cadere un profondo sonno sull’uomo, che si addormentò; e prese una delle sue costole, e rinchiuse la carne al suo posto. 22 Poi l’Eterno DIO con la costola che aveva tolta all’uomo ne formò una donna e la condusse all’uomo. 23 E l’uomo disse:

Questa finalmente

è ossa delle mie ossa

e carne della mia carne.

Lei sarà chiamata donna perché è stata tratta dall’uomo». 24 Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una sola carne. 25 E l’uomo e sua moglie erano ambedue nudi e non ne avevano vergogna.

Il verso 23 è la prima poesia d’amore mai scritta. Ed è stata scritta da un uomo innamorato, innamorato a prima vista!

Come mai Dio creò la donna da una costola dell’uomo?

La lezione di questo brano della Scrittura basterebbe a dimostrare quanto contrario sia all’ideale voluto da Dio il comportamento inqualificabile dell’uomo nei confronti della donna. Chi in tutta la creazione può meritare altrettanto rispetto da parte dell’uomo se non la donna, che viene proprio da lui? E se viene dalla sua costola – avrete sentito dei predicatori ed insegnanti della parola già dirlo – è perché  è stata creata per stare accanto all’uomo. Né sopra, né sotto, ma accanto!

L’uomo e la donna vivevano in uno stato di purezza morale e intellettuale. Come dei bimbi, non avevano alcuna vergogna della loro nudità, nessuna malizia era entrata nel loro cuore. Essi vivevano una vita produttiva in comunione con il loro Creatore, godendo della felicità personale e di coppia. Chissà quale meraviglia di stato doveva essere il loro. Come anche oggi accade, quando tutto va bene e tutto fila liscio deve venire qualcuno a sfasciare tutto.

Genesi 3

1 Or il serpente era il più astuto di tutte le fiere dei campi che l’Eterno DIO aveva fatto, e disse alla donna: «Ha DIO veramente detto: “Non mangiate di tutti gli alberi del giardino”?». 2 E la donna rispose al serpente: «Del frutto degli alberi del giardino ne possiamo mangiare; 3 ma del frutto dell’albero che è in mezzo al giardino DIO ha detto: “Non ne mangiate e non lo toccate, altrimenti morirete”». 4 Allora il serpente disse alla donna: «Voi non morrete affatto; 5 ma DIO sa che nel giorno che ne mangerete, gli occhi vostri si apriranno, e sarete come DIO, conoscendo il bene e il male».

Da altri brani della Scrittura sappiamo che il serpente altri non è che il nemico delle nostre anime, colui che è Satana e Diavolo. Le sue parole sono astute, mischia sapientemente, come fa anche oggi, verità a bugia; anzi, tanta verità riesce ad inquinarla persino con una sola menzogna, insinuando il tarlo del dubbio nella mente umana.

Questa settimana il mio pastore ha predicato su parte di questo brano biblico ed ha detto una cosa che mi ha davvero colpito. Non so quanto possa essere in tema con la nostra discussione – lo era con la sua predica – ma è davvero molto interessante come concetto e voglio riportarlo: dov’era l’uomo quando tutto questo succedeva? Il nostro – parlo agli uomini – ruolo di custodi delle cose che Dio ci affida dobbiamo prenderlo seriamente. Dobbiamo essere noi uomini a proteggere, salvaguardare e custodire saggiamente la donna – per alcuni aspetti più debole di noi. Chiusa parentesi.

Il serpente compie la sua opera. Le sue parole insinuano quel dubbio che è in ogni uomo: ma il comandamento di Dio è davvero per il mio bene o è solo per impedirmi di godere di quest’altra esperienza, di godere pienamente la mia vita? In parole povere, la donna dubita dell’amore di Dio e dello scopo per il quale Dio proibisce il frutto, cioè preservarla dal male.

6 E la donna vide che l’albero era buono da mangiare, che era piacevole agli occhi e che l’albero era desiderabile per rendere uno intelligente; ed ella prese del suo frutto, ne mangiò e ne diede anche a suo marito che era con lei, ed egli ne mangiò. 7 Allora si apersero gli occhi di ambedue e si accorsero di essere nudi; così cucirono delle foglie di fico e fecero delle cinture per coprirsi.

La bellezza e profondità di questo brano della Scrittura rende innumerevoli il numero di pagine che si possono scrivere per descriverlo o analizzarlo.

La donna guarda il frutto: il peccato diventa bello. Prima forse non l’aveva davvero preso in considerazione. Ora lo guarda e diventa, ai suoi occhi, attraente, invitante. Mangiarlo diviene occasione di  risvolti positivi, ora lei vuole conoscere il bene ed il male. Ci riflette, quindi. Vaglia la cosa. I suoi sensi ed il suo intelletto ne sono sedotti prima, coinvolti poi. E mangia del frutto. Non solo ne mangia lei, ma lo fa mangiare anche al marito.

Di colpo, come un bimbo di due anni che in un attimo diviene un adulto, gli occhi degli uomini divengono maliziosi e si accorgono subito di un primo cambiamento non nella realtà che li circonda, bensì nella loro percezione della stessa: sono nudi. Cercano quindi di riparare alla menopeggio e si coprono. Da sempre facciamo errori e vi rimediamo meglio che possiamo. Meglio che possiamo implica: in maniera imperfetta e transitoria.

Sarà che la narrazione della Genesi sembra un po’ troppo ingenua e semplice all’uomo del ventunesimo secolo. Ma se davvero è così, come mai descrive perfettamente le nostre malefatte quotidiane, perpretate nella stessa ingenua o addirittura stupida maniera?

Ho riflettuto tanto su questa caratteristica della Bibbia.

Non credo vi sia una sola possibile descrizione per spiegare lo stile narrativo biblico in questo brano come in altri.

Mio padre mi spinse a studiare ragioneria da giovane e per anni ho fatto il lavoro di contabile e se c’è una cosa che ho imparato è che su ogni disquisizione teorico-filosofica prevale l’importanza del risultato. Se per millenni questa spiegazione sull’origine del male ha parlato ad uomini vissuti in epoche ed in luoghi distantissimi l’uno dall’altro, se così poche parole riescono a dire e spiegare così tanto, allora siamo davanti alla maniera giusta per veicolare la Rivelazione di Dio all’uomo.

Tante euridite e complesse denigrazioni elaborate in passato contro la Scrittura sono cadute nel dimenticatoio, divenute obsolete e superate, inutili in ogni senso. Lo saranno domani quelle elaborate oggi. Ma io credo che “la Parola del Signore rimane in eterno” (1 Pietro 1:25)

Ascoltavo Bob Dylan in auto. Una delle sue più belle canzoni è Hurricane. Con le sue rime e le sue note, in pochi minuti, riesce ad essere così incisivo! Un libro di duecento pagine scritto con paroloni, non potrebbe essere altrettanto efficace. Allora, anche la Bibbia, con questo suo linguaggio semplice, con la sua ritmica schematicità risulta davvero efficace come mi riesce difficile immaginare potrebbe essere se fosse narrata in qualsiasi altro modo.

8 Poi udirono la voce dell’Eterno DIO che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno; e l’uomo e sua moglie si nascosero dalla presenza dell’Eterno DIO fra gli alberi del giardino.

Questa scena è stupenda. Dio cammina nel giardino alla ricerca dell’uomo. Abbiamo davvero toppato: per un frutto abbiamo perso di passeggiare e conversare con il nostro creatore.

9 Allora l’Eterno DIO chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?». 10 Egli rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino, e ho avuto paura perché ero nudo, e mi sono nascosto». 11 E DIO disse: «Chi ti ha mostrato che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero del quale io ti avevo comandato di non mangiare?». 12 L’uomo rispose: «La donna che tu mi hai messo accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». 13 E l’Eterno DIO disse alla donna: «Perché hai fatto questo?». La donna rispose: «Il serpente mi ha sedotta, e io ne ho mangiato».

Quante volte ho visto scene simili. Tutti a dare la colpa agli altri per le proprie misfatte. Ho conosciuto poche persone capaci di assumersi le proprie responsabilità. Ricordo in terza elementare la maestra tornava dalla pausa caffè e tutti a negare di aver fatto il monello. Pensavo che con gli anni sarebbe cambiato tutto, ma trent’anni dopo il mio capo sbaglia una cosa, l’altro mio capo dice: “Giuseppe che hai combinato?” Dando la colpa a me. E l’altro, zitto, non ha avuto il coraggio di assumersi la sua responsabilità. Più che indispormi, la cosa mi ha fatto ridere. Ricordo poi quella volta quando il commercialista aziendale, pensando di non essere sentito, dava a noi all’amministrazione la colpa di errori suoi. E così via. Che delusione quando da piccolo sono diventato grande e ho potuto amaramente constatare che non solo con gli anni non si migliora, ma gli errori diventano solo più grandi ed i tentativi di coprirli più ridicoli e patetici.

14 Allora l’Eterno DIO disse al serpente: «Poiché hai fatto questo, sii maledetto fra tutto il bestiame e fra tutte le fiere dei campi! Tu camminerai sul tuo ventre e mangerai polvere tutti i giorni della tua vita. 15 E io porrò inimicizia fra te e la donna e fra il tuo seme e il seme di lei; esso ti schiaccerà il capo, e tu ferirai il suo calcagno». 16 Alla donna disse: «Io moltiplicherò grandemente le tue sofferenze e le tue gravidanze; con doglie partorirai figli: i tuoi desideri si volgeranno verso il tuo marito, ed egli dominerà su di te». 17 Poi disse ad Adamo: «Poiché hai dato ascolto alla voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero circa il quale io ti avevo comandato dicendo: “Non ne mangiare”, il suolo sarà maledetto per causa tua; ne mangerai il frutto con fatica tutti i giorni della tua vita. 18 Esso ti produrrà spine e triboli, e tu mangerai l’erba dei campi; 19 mangerai il pane col sudore del tuo volto, finché tu ritorni alla terra perché da essa fosti tratto; poiché tu sei polvere, e in polvere ritornerai». 20 E l’uomo diede a sua moglie il nome di Eva, perché lei fu la madre di tutti i viventi.

Questa è la parte più brutta: arriva il momento di subire le conseguenze per ciò che abbiamo fatto. Le subiamo noi e chi ci circonda. Se sbaglio io purtroppo pagano anche mia moglie ed i miei figli. Se non rispetto i segnali stradali sfascio una macchina in un incidente e rischio di far male a qualcuno. Se inquiniamo senza curarci del pianeta non possiamo pensare di cavarcela senza che l’intera umanità paghi. Se siamo ciechi egoisti, non ce la dobbiamo prendere se non con noistessi quando finiamo per essere soli. Se diamo un pugno nel muro ci faremo male ad una mano. Se mentiamo a raffica prima o poi noi stessi e chi ci sta intorno piangeremo le conseguenze.

La maledizione sul creato e sull’umanità è inevitabile conseguenza del nostro aver scelto di fare a modo nostro.

Anche oggi Dio dà i suoi comandamenti, ma oggi ci indispone persino l’idea di dover obbedire a qualcosa o qualcuno. Ci rendiamo conto che lo stato dell’uomo odierno è frutto della medesima disobbedienza dei nostri progenitori?

Anche oggi, forse più consapevolmente di allora, scegliamo di cogliere il frutto, vogliamo essere noi a decidere cosa è bene e cosa è male, affidare al nostro giudizio ciò che è giusto o sbagliato. Millenni di storia testimoniano che questa condotta non porta da nessuna parte. Sia individualmente che collettivamente. Credo di non dire nulla che non sia sotto gli occhi di tutti o meglio, come diceva Craxi, “non lo vede solo chi non lo vuole vedere.“

 21 Poi l’Eterno DIO fece ad Adamo e a sua moglie delle tuniche di pelle, e li vestì.

Dopo aver parlato della conseguenza del peccato dell’uomo, Dio stesso, come un genitore amorevole davanti ad un figlio messosi nei guai, si interessa attivamente per trovare una soluzione riparatoria.  Dio mostra subito  all’uomo che i suoi tentativi per rimediare alla sua condizione non sono sufficienti. Il semplice rimedio della foglie di fico non basta. La redenzione dell’uomo non sarà così semplice ed indolore e non potrà avvenire senza l’intervento determinante del creatore. Dio uccide un animale innocente per coprire l’uomo e la donna. Così facendo preannuncia che un innocente dovrà pagare con la sua vita affinché l’uomo sia davvero redento. Profeticamente viene qui annunciata – millenni prima – l’incarnazione del Figlio di Dio e la sua morte per la nostra salvezza. É proprio il dialogo fra Dio Padre e Dio Figlio che porta alla conversazione che segue.

22 E l’Eterno DIO disse: «Ecco, l’uomo è divenuto come uno di noi, perché conosce il bene e il male. Ed ora non bisogna permettergli di stendere la sua mano per prendere anche dell’albero della vita perché, mangiandone, viva per sempre». 23 Perciò l’Eterno DIO mandò via l’uomo dal giardino di Eden, perché lavorasse la terra da cui era stato tratto. 24 Così egli scacciò l’uomo; e pose ad est del giardino di Eden i cherubini, che roteavano da tutt’intorno una spada fiammeggiante, per custodire la via dell’albero della vita.

Allontanato per sempre dal luogo della sua originaria pace e gioia comincia il lungo cammino dell’uomo verso la sua opportunità di redenzione.

Il resto della storia la stiamo scrivendo noi ed é già tutta narrata nelle pagine della Bibbia che seguono a quelle sulle quali abbiamo appena meditato.