Chi ha “inventato” il Cristianesimo?

di Giuseppe Guarino

Apologetica

Chi ha “inventato” il Cristianesimo? Chi sta dietro alla composizione dei Vangeli canonici?

Sono domande serie che meritano delle risposte serie e concrete.

Noi che crediamo, che abbiamo fede in Dio e amiamo la Sua Parola, sappiamo che essa è Verità. Sappiamo soprattutto cosa può fare alla vita di un uomo, lo sappiamo per esperienza: la salvezza, la guarigione, la gioia, la vita, la speranza che adesso dà un senso alle nostre vite e viene (solo) da Dio.

Non è fantasia.

Essere spettatori di una donna che si battezza cieca ed esce dall’acqua che vede, non è illusione, ma un fatto incontrovertibile – non potete convincermi della inconsistenza di ciò di cui sono stato testimone oculare. Sentire una testimonianza di chi ha sperimentato un tumore che un giorno c’è, e il giorno dopo inspiegabilmente scompare.

In quarant’anni di miracoli ne ho visti tanti.

Ma ancora di più ci sono quei piccoli miracoli quotidiani, la presenza di Dio costante e meravigliosa nella propria vita che non possono farti dubitare di Dio che non è lontano e astratto ma presente e vero come lo sei tu che leggi, il mio vicino di casa o la gente che incontro per strada – anche se è presente e vero in un modo spirituale e bisogna essere sintonizzati nello spirito con lo Spirito per percepirlo. Impossibile, a questo stadio, anche razionalmente, poter dubitare della realtà di Dio, Padre amorevole e fedele. Almeno per me.

Per questo leggere certe cose in un libro che parla del cristianesimo non è una questione intellettuale, perché delle false informazioni possono mettersi fra chi viene in contatto con queste idee e l’amore di Dio, creando una barriera intellettuale che può precludere di pervenire alla conoscenza della Verità, di Cristo, egli stesso Verità.

E allora discutere, anche sotto il profilo squisitamente intellettuale diventa quasi un “obbligo” morale o i miei anni di studio – ormai oltre quaranta – sarebbero fine a se stessi, ovvero inutili.

Il libro di Augias pubblicato da poco “Paolo: l’uomo che inventò il cristianesimo” è senz’altro un libro interessante e conterrà anche dei fatti rispondenti a dati storici accertati, ma le premesse nelle prime pagine sono del tutto errate. Lo sono dal punto di vista storico e filologico – l’aspetto religioso e spirituale non lo considero, visto che devo dare motivazioni dimostrabili “scientificamente” a sostegno di posizioni diverse da quelle sostenute da Augias.

Vediamo cosa scrive e vediamo perché ciò che dice non è corretto. Leggiamo a pag. 8: “La fondata opinione di una nutrita corrente storica è che i nomi con i quali identifichiamo i testi canonici (Marco, Matteo, Luca, Giovanni) non appartengono a coloro che effettivamente li scrissero. Vengono da una tradizione posteriore alla morte di Gesù”.

Stiamo molto attenti: qui viene detta una cosa importante. Molto importante. Ma non viene dimostrata. Viene semplicemente citata una fantomatica “corrente storica”  – quale? La fondata opinione è fondata davvero? Lo dici tu questo, ma hai le competenze per poterlo affermare? Non vi è un’idea o un’opinione al cui sostegno non possa chiamarsi questa o quella corrente di pensiero!

Come fai a dire che Matteo non fu autore del Vangelo che reca il suo nome? Se mi dici che io non posso essere sicuro che l’abbia scritto lui, supponendo che io non possa dimostrarlo, allora ancor di più come fai a dimostrarmi che non l’ha scritto lui? Cioè, in parole povere, se tutti nell’antichità, eretici e ortodossi non hanno obiettato sull’attribuzione del primo Vangelo all’apostolo Matteo, quando nessun nome si trova nello scritto che l’attribuisse ad alcuno, come possiamo pretendere a quasi due millenni di distanza di saperne più di loro?

Enunciare un fatto nudo e crudo, con toni da oracolo divino è una cosa. Dimostrare ciò che si dice è un’altra. Come mi diceva uno dei professionisti più scadenti con il quale mi sono trovato mio malgrado a dover lavorare: “non ha importanza ciò che dici (quando chi ti ascolta è ignorante) l’importante è la convinzione con cui lo dici”. Purtroppo aveva ragione. Si tratta di una tattica da due soldi, semplice e scontata, ma funziona. Fa leva più sull’orgoglio, la pigrizia e l’ignoranza di chi ascolta che sulla sua credulità. In parole povere, è sempre facile dare retta a chi ti dice quello che vuoi sentirti dire!

Io credo quindi che convenga porsi con un senso critico, informarsi e poi valutare. Personalmente ho sempre fatto così. Richiede tempo e impegno, ma ne va della propria libertà intellettuale, della capacità di giudicare con cognizione di fatto. Il lettore ritenga questa affermazione come suggerimento o invito a valutare anche quello che dico io e poi decidere di farsi una propria opinione.

Anni fa ho iniziato a studiare per capire, per rendermi conto io di cosa fosse vero e ciò che fosse errore – nel mio campo di studi ovviamente. Poi sono stato attento a far sì che il mio studio e la pubblicazione dei risultati dei miei studi non fossero finanziati da nessuno se non dal mio lavoro, in modo da poter esprimere liberamente, senza condizionamenti esterni legati alla minaccia di perdere il sostegno economico – vorrei aver visto lo stesso in certi autori, al soldo del potere o del pensiero unico. Oggi fa chic parlare di agnosticismo ed essere atei. Molti che ho conosciuto appartenenti alla categoria degli agnostici e degli atei sono individui che assimilerei facilmente alla categoria dei “creduloni”, capaci di plaudire a qualsiasi idea che sostenga e motivi la loro incredulità. Io invece, parlo per me perché non posso parlare per gli altri, amo definirmi credente, perché credo con cognizione di causa e per motivazioni dimostrabili e a mio avviso dimostrate. Non dipendendo da nessuno e per questo ritengo di poter servire tutti, compreso chi non crede, offrendo motivazioni razionali e concrete, per continuare a credere o, se necessario, per poter valutare seriamente – non empiricamente – la possibilità di cambiare atteggiamento nei confronti nella fede nel Cristo, Dio con noi. Voglio suscitare il Tommaso nel lettore e invitarlo a rendersi conto della realtà toccando con  mano – intellettualmente parlando.

Torniamo ai Vangeli e alle affermazioni gratuite di Augias.

Come mai i Vangeli furono attribuiti ai quattro? Una congiura. Nelle parole di Augias, fra le righe leggiamo questo. Invece sono i vangeli gnostici, e quelli apocrifi in generale ad essere clamorosi falsi. Basta leggerli per capirlo e analizzandone il contenuto si capisce che quelli sono davvero prodotti tardivi di eretici a caccia di notorietà e proseliti. Ho letto tutti quelli che sono riuscito a rintracciare, ne ho studiato qualcuno.

I quattro vangeli vennero accettati da tutti, ortodossi, eretici, ariani, trinitari, ecc. Per quante questioni vi fossero, queste riguardavano l’interpretazione del testo e non la loro autenticità. Questo soltanto dovrebbe indurre alla riflessione. Soprattutto se teniamo conto che la Chiesa dei primi tre secoli non aveva un’organizzazione centralizzata, come potrebbe essere nel cattolicesimo odierno, nella Chiesa Ortodossa o nella Congregazione dei Testimoni di Geova, dove un organo centrale decide in maniera autorevole per tutti.

L’immaginaria tradizione orale posteriore alla morte di Gesù, di quanto gli è posteriore? Non si sa. Dieci anni, trenta? Settanta? Questo è molto rilevante, ma non è chiarito.

La “fondata opinione di una nutrita corrente storica” di chi sarebbe? Per quanto mi riguarda molti studiosi, anche liberali hanno fatto delle belle marce indietro. Poco più in là, in concreto, Augias cita Rudolf Bultmann. Ma è datato. Bultmann scrive prima che l’analisi dei rotoli del Mar Morto, scoperti a metà del XX secolo, gettasse nuova luce sul giudaismo del I secolo e sui fenomeni linguistici e letterari di quel periodo costringendo molti studiosi a rivedere radicalmente le loro idee – tra le quali anche quelle relative alla data di composizione dei Vangeli!

Ad esempio, si pensava che nel I secolo, quando visse Gesù, l’ebraico fosse una lingua morta. Con il ritrovamento dei rotoli, ci si dovette ricredere: l’ebraico era vivo e vegeto. Intere generazioni di studiosi avevano forzato i dati storici tradizionali della Chiesa, ritenendo che quando veniva tramandato che Matteo fosse stato scritto originariamente in ebraico, bisognava intendere “aramaico”. Ma così non era. Contro ogni evidenza in nostro possesso la tradizione viva della Chiesa dei primi secoli era corretta – vedi la Storia Ecclesiastica di Eusebio di Cesarea della prima metà del IV secolo. Una copia del Vangelo di Matteo in ebraico – lo Shem Tob – è giunta ai nostri giorni e va ad avvalorare questa tesi. Ma se Matteo è stato veramente scritto in ebraico, non può essere stato scritto dopo il 70 d.C. come afferma più avanti Augias. La sua affermazione, con tutto il rispetto, è errata, totalmente infondata, priva di qualsiasi sostegno storico: “I vangeli detti canonici sono stati scritti dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70, da persone che non erano state testimoni dirette dei fatti narrati, il che spiega, in parte, le loro numerose contraddizioni. Prima di essere messi su carta, per così dire, episodi, personaggi, parole, eventi prodigiosi, sono stati a lungo tramandati oralmente”.

La distruzione del tempio di Gerusalemme è uno spartiacque. Da quel momento la Chiesa dei gentili, dei non giudei, diviene l’elemento preponderante. La Chiesa come “setta giudaica” non esiste più. Il tempio che la teneva legata alle vecchie tradizioni ebraiche non esiste più. L’elemento “greco” diverrà preponderante e i giudei sempre di più una sparuta minoranza.

Che senso aveva scrivere Matteo in ebraico dopo il 70 d.C.? Nessuno. Ma se l’originale è stato veramente scritto in ebraico, è stato scritto per forza prima del 70 d.C. E dirò di più, non sarà nemmeno necessario produrre un Matteo ebraico perché Matteo sia ebraico, perché è talmente intriso di cultura ebraica e di ebraismi, che se anche fosse stato scritto direttamente in Greco, è lampante che lo ha scritto un giudeo di madrelingua ebraica. E forse per ebrei di lingua greca – che non erano pochi!

Lo dimostro velocemente, ma non credo di dire nulla che studiosi aggiornati e seri non possano confermare.

Matteo 1:1

Βίβλος γενέσεως ᾿Ιησοῦ Χριστοῦ, υἱοῦ Δαυΐδ, υἱοῦ ᾿Αβραάμ.

Questo qui sopra è l’inizio di Matteo in greco, quello che noi consideriamo il Matteo originale.

Traduco il verso letteralmente: “Libro della generazione di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abraamo”.

Come possiamo apprezzare, l’espressione sembra fare eco ai libri delle generazioni della Genesi. Un riferimento così ebraico che non passerebbe mai per la testa di un “greco”, di un “non giudeo”. Difatti nei vangeli non canonici, posteriori e clamorosi falsi, fenomeni di questo genere non ne esistono.

Volendo riprendere il sostrato ebraico, la frase significa, secondo la mentalità greco-occidentale: “Questa è la discendenza di Gesù Cristo, discendente di Davide e di Abraamo”. La parola italiana “libro” corrisponde al greco “βίβλος” che ci dice poco se non è vista come una traduzione letterale (intellettuale se non materiale) dell’ebraico “sefer”, ed è solo nel senso ebraico del termine che esso può riferirsi alla lista dei nomi che segue. Sefer è un documento scritto, un libro come lo conosciamo noi, ma anche una lettera o in questo caso un documento incorporato in un altro documento, il sefer della discendenza di Gesù nel sefer-vangelo di Matteo. Vedi il libro della Genesi per osservare lo stesso fenomeno. Vedi anche Geremia 29:1, dove sefer è tradotto “lettera”.

Al verso 17 di Matteo 1 leggiamo: “Così, da Abraamo fino a Davide sono in tutto quattordici generazioni; da Davide fino alla deportazione in Babilonia, quattordici generazioni; e dalla deportazione in Babilonia fino a Cristo, quattordici generazioni”.  Solo se si è di lingua ebraica si sa che 14 è il valore numerico del nome di Davide in ebraico – si scrive דוד, visto che i numeri non sono distinti dalle lettere. ד 4 ו 6 ד 4 la cui somma è 14. Gesù è il re promesso, il nuovo Davide, che era figura del Messia. Il perfetto Davide, דוד per 3, numero di perfezione.

Sto riepilogando cose che sono facilmente verificabili da chi voglia farlo.

Un altro dettaglio: Matteo 2:23, “e venne ad abitare in una città detta Nazaret, affinché si adempisse quello che era stato detto dai profeti, che egli sarebbe stato chiamato Nazareno”. Potrete cercare in lungo e in largo, ma nessun libro dei profeti dice che Gesù sarebbe stato chiamato “Nazareno”. O si? Si. Se leggiamo questo brano in ebraico, ha senso, Nazareno in ebraico si scrive “נצר”, espressione riferita al Messia nell’ebraico del libro del profeta Isaia 11:1, “Poi un ramo uscirà dal tronco d’Isai, e un rampollo (נצר) spunterà dalle sue radici”.

Matteo sarebbe stato scritto dopo il 70 d.C.? Follia pura da ogni punto di vista: storico, linguistico, filologico. Nessuno studioso informato può in buona fede e onestà intellettuale crederlo possibile. Nel XIX secolo alcuni studiosi lo sostenevano. Ma oggi troppe evidenze lo rendono realmente impossibile.

John A. T. Robison era uno studioso liberale, ma ad un certo punto si è dovuto arrendere all’evidenza e ammettere che tutti i libri del Nuovo Testamento erano già stati scritti prima dell’anno 70 d.C.

Marco è ritenuto da molti il primo vangelo ad essere stato composto. È scritto in greco, o almeno in questa lingua ci è giunto. Jean Carmignac, studioso di fama mondiale, esperto dei rotoli del Mar Morto e di ebraico, ha provato a tradurre Marco in ebraico. È rimasto sconvolto: l’ordine delle parole rendeva la traduzione semplice, naturale. Per Carmignac Marco era una traduzione letterale di un originale ebraico. Personalmente non condivido, ma la verità di fondo rimane: Marco è basato su documenti scritti, fonti scritte in originale ebraico. Impossibile datarlo dopo il 70 d.C. Molto più probabile una data di composizione fra il 40 e il 50 d.C.

Non mi sto inventando nulla. Comprate i libri che cito, e che elenco nella bibliografia alla fine dell’articolo, e studiateli. Vi renderete conto che riporto fatti oggettivi dimostrabili e dimostrati. Per questo sto citando testi facilmente accessibili, perché quello che sostengo non è campato in aria ma ricalca studi attendibili e seri di studiosi aggiornati e non condizionati dal bisogno di avere l’approvazione di chi ha danaro e potere e odia il cristianesimo.

Ora, una semplice considerazione.

Se i vangeli sono basati su una tradizione orale, com’è possibile che in moltissimi punti sono praticamente identici? In molti punti i primi tre vangeli presentano solo qualche piccola divergenza nella scelta di un vocabolo o riflettono lo stile del narratore. Le peculiarità di Marco rispetto a Matteo, sono poco visibili nella traduzione ma evidenti in greco: come ho constatato di persona. In italiano a volte sembra un riassunto di Matteo… ma in greco! in greco ho notato dei dettagli meravigliosi che lo distinguono e che mi erano sfuggiti studiandolo in inglese e italiano.

Per spiegare le troppe affinità fra i vangeli gli studiosi hanno formulato la cosiddetta teoria delle fonti comuni ai sinottici, i primi tre vangeli. Ma questa teoria non riesce a spiegare tutto. Una cosa di buono ha però: ammette che vi erano delle fonti scritte alle quali gli evangelisti hanno fatto riferimento.

La realtà dei fatti è questa. Quella di Augias una notizia di terza mano, presa a convenienza per soddisfare un’idea preconcetta e solleticare le orecchie di chi ama poter continuare a non credere sereno di far parte di una élite intellettuale autoincensante. Confermo la mia opinione: oggi è figo non credere. Qualcuno si offende? A me offende vedere calpestare la mia fede con motivazioni infondate. Almeno foste capaci di produrre argomentazioni valide!

Nel 1947, a Qumran, nei pressi del Mar Morto sono stati ritrovati, nascosti in 11 caverne, quasi mille (1.000) libri biblici e non. Alla fine, dopo anni e anni di studi e teorie più o meno fondate, si è dovuto concludere di aver scoperto una vera e propria biblioteca, creata ad hoc per preservare i testi sacri ebraici dalla furia distruttrice dei romani. Solo considerando questo ritrovamento ci rendiamo conto che il popolo ebraico era il popolo non della tradizione orale, bensì della scrittura. Cosa vi era di più normale che gli stessi apostoli o chi nella loro cerchia fosse più versato nella scrittura raccogliesse i detti,  le informazioni attendibili sulla vita di Gesù e ne approntasse una narrazione sistematica e accurata.

Luca era conosciuto fra i credenti per il suo Vangelo quando ancora l’apostolo Paolo era in vita e nel pieno del suo ministero – altro che 70 d.C.! In 2 Corinzi 8:18 scrive Paolo: “Con lui (Tito) abbiamo inviato pure il fratello (Luca)  che ha lode in tutte le Chiese a motivo del vangelo” (Versione CEI). Che sia lui l’autore del terzo vangelo lo ricaviamo da un facile collegamento con il libro degli Atti degli Apostoli che chiunque può fare.

Giovanni è l’autore del quarto vangelo come è dichiarato dal redattore finale dell’opera che gli viene comunemente ascritta – nulla accade per caso! Si tratta di una bella conferma, che viene dal cuore e sigilla l’autenticità del testo: “Questo è il discepolo che rende testimonianza di queste cose, e che ha scritto queste cose; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera” (Giovanni 21:24).

Per quanto riguarda le supposte contraddizioni.

Vi sono dei brani che a chi vuole può vedere come contraddizioni quando considerati nelle varie versioni dei Vangeli. Ma è solo una scarsa conoscenza della cultura ebraica, delle circostanze, di questioni normali per la cultura ebraica e scandalose per la nostra mentalità occidentale. Se proprio queste supposte contraddizioni, le differenze fra i vari vangeli, i quattro, vengono prese attentamente in considerazione, al contrario si finirà per doversi arrendere davanti all’evidenza dell’attendibilità anche storica dei quattro vangeli e della loro meravigliosa armonia e completezza nel narrare gli eventi da angolature diverse e sempre con lo stile di chi è stato testimone oculare o ha raccolto le sue informazioni da uno o più testimoni.

Potrei citare tanti esempi. Ma uno in particolare lo sto vivendo da un paio di mesi.

Ho dialogato con diversi pastori e considerato diverse opinioni, anche contrastanti, sull’ultima settimana di Gesù. Ho studiato in traduzione e originale i brani dei quattro vangeli. È successo qualcosa di stupefacente, almeno per la mia personale impostazione nello studio dei Sinottici. Ho deciso di abbandonare l’idea di sfruttare alcun tipo di sinossi in maniera seria e sistematica. Studiando l’ultima settimana di Gesù descritta dai quattro vangeli ho scoperto l’ovvio: le quattro narrazioni hanno ognuna un senso proprio e una prospettiva che li contraddistingue. In linea squisitamente teorica doveva essere così, ma la mia mentalità di uomo del XXI secolo mi spinge naturalmente verso la creazione di una cronologia degli eventi e a una comparazione delle varie narrazioni.

Ecco dove nascono a volte le supposte contraddizioni di cui alcuni parlano, da questo atteggiamento, dall’errore iniziale nell’approccio alle narrazioni bibliche. Studiando l’ultima settimana di Gesù ho compreso perché vi sono quattro vangeli e perché vanno studiati indipendentemente uno dall’altro. Entro l’anno pubblicherò il libro dove discuto quest’argomento in inglese prima e poi, prima possibile, pubblicherò anche la versione in italiano.

Quindi, per semplificare: siete così sicuri che le contraddizioni che rilevate nelle narrazioni bibliche o evangeliche non siano solo frutto di una limitata conoscenza o di un approccio errato? A oggi, in chi mi ha parlato di contraddizioni ho ravvisato soltanto ignoranza, intesa proprio come conoscenza limitata e approccio errato.

In ultimo, devo dirlo o scoppio. Per quanto riguarda poi la natura dei vangeli in quanto opere letterarie, io credo che siano stati ingiustamente snobbati e sottovalutati. I vangeli sono un’opera letteraria unica nel loro genere. I quattro vangeli hanno iniziato e concluso uno stile letterario a sé. Gli apocrifi, gli scritti non canonici, non solo sono palesemente dei falsi, mai considerati seriamente e in maniera universale come autenticamente apostolici o provenienti dalla cerchia apostolica, ma sono anche palesemente inferiori dal punto di vista letterario.

Per essere un articolo e capitolo di un libro, comunque, credo di avere scritto anche troppo. Concludo, quindi.

Paolo non si è inventato nulla. Giovanni non si è inventato nulla. Pietro non si è inventato nulla. E come loro nessuno degli altri apostoli.

Scrive Pietro: “Infatti vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del nostro Signore Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole abilmente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua maestà” (2 Pietro 1:16). Le sue parole descrivono benissimo la coerenza della sua testimonianza alla Verità dal giorno della Pentecoste fino al suo martirio. Eh si, perché mentre i detrattori della storicità del cristianesimo si pregiano dell’aura di studiosi da dietro le loro comode scrivanie, gli apostoli erano così convinti della resurrezione del Cristo e del mandato che avevano ricevuto da Gesù, di quanto bisogno avesse il mondo di Cristo e della sua Verità e Libertà, che abbandonata ogni cosa si dedicarono a questo soltanto. Anziché essere onorati e amati per questo furono uccisi – vi sono mai stati profeti che dicono la verità che siano stati bene accolti? La parola “martirio” in greco significa testimonianza. Infatti, con la sua vita e morte Pietro è stato un testimone attendibile. E anche nell’approssimarsi della sua morte (fisica), il suo pensiero è stato proseguire il suo compito di testimone di Cristo.

So che presto dovrò lasciare questa mia tenda, come il Signore nostro Gesù Cristo mi ha fatto sapere. Ma mi impegnerò affinché dopo la mia partenza abbiate sempre modo di ricordarvi di queste cose” (2 Pietro 1:14-15). Credete che per un uomo vissuto fin dall’infanzia nella religione del libro vi fosse modo più naturale dell’affidare le proprie memorie alla scrittura per farle sopravvivere a se stesso?

Ancora oggi alcuni vogliono ridurre Pietro al silenzio, ma ancora oggi per chi vuole ascoltare la sua testimonianza alla Verità essa è lì fra le pagine dei Vangeli e del Nuovo Testamento. Lui ci ha messo la faccia, ha dedicato la sua intera vita al prossimo e non ha esitato a immolarsi pur di non rinnegare ciò in cui ha creduto dal giorno in cui ha visto il Cristo risorto.

Lo stesso dicasi per Giovanni e gli altri apostoli.

Paolo non inventò il cristianesimo o non avrebbe con tanta foga e amore predicato l’evangelo, la buona notizia.

Io sono debitore verso i Greci come verso i barbari, verso i sapienti come verso gli ignoranti; così, per quanto dipende da me, sono pronto ad annunziare il vangelo anche a voi che siete a Roma. Infatti non mi vergogno del vangelo; perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” (Romani 1:14-16)

Quanta forza nella sua considerazione finale, al tramonto della sua vita terrena: “Quanto a me, io sto per essere offerto in libazione, e il tempo della mia partenza è giunto. Ho combattuto il buon combattimento, ho finito la corsa, ho conservato la fede. Ormai mi è riservata la corona di giustizia che il Signore, il giusto giudice, mi assegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti quelli che avranno amato la sua apparizione” (2 Timoteo 4:6-8)

Leggete il Nuovo Testamento: è anche il testamento degli apostoli e della Chiesa delle origini – testamento olografo e firmato con il sangue! È la stessa coerente testimonianza viva e attendibile da quasi duemila anni, che cambia le vite, comunica pace e fede, contro le idee contrastanti e passeggere di studiosi che un giorno attraggono e sembrano depositari di assolute verità e che quello dopo vengono sconfessati e superati. Forse prima o poi tutti gli studiosi arriveranno alla Verità che stanno cercando di scoprire, e, come chi ha scoperto l’acqua calda, diciamo dalle mie parti, diranno con semplicità: la Bibbia è veramente attendibile e vera. Speriamo che non sia troppo tardi per coloro che si sono fidati un po’ troppo di chi fa della verità un commercio e del prossimo una fonte di guadagno.

12 settembre 2023

 

Bibliografia essenziale

Jean Carmignac, La Nascita dei Vangeli Sinottici, Ed. Paoline

Carsten P. Thiede, Qumran e i Vangeli, Massimo

Carsten P. Thiede, Testimone oculare di Gesù, Piemme

Giuseppe Guarino, Radici ebraiche della fede cristiana, Infinity Books

Giuseppe Guarino, 7Q5 il vangelo a Qumran, Infinity Books

Giuseppe Guarino, il Nome di Dio, Infinity Books

Giuseppe Guarino, Prassi ebraica nel Nuovo Testamento – articolo disponibile online pubblicato in maniera più estesa nel libro “Il Nome di Dio”,  https://www.giuseppeguarino.com/2018/08/26/prassi-ebraica-nel-testamento/

Stephen Hodge, I manoscritti del Mar Morto, Newton Compton editor

John A.T. Robinson, Redating the New Testament. – Lo si può leggere online: http://richardwaynegarganta.com/redating-testament.pdf

Simone Paganini, Gesù, Qumran e gli esseni, ed. Paoline

Marco e il suo Vangelo, a cura di Lucio Cilia, Atti del Convegno internazionale di studi “il Vangelo di Marco”, Venezia, 30-31 maggio 1995, Edizioni San Paolo.

The Origin of the Bible, Editor: Philip Wesley Comfort, Tyndale House Publishers.

Eusebius Pamphilus, The Ecclesiastical History, Baker Book House