Nessuno ha AMORE più grande

di Giuseppe Guarino

Nessuno ha amore più grande

 

Le sfaccettature intraducibili di una lingua sono fra le motivazioni principali che ti spingono a studiarla e che rendono, in un certo senso, divertente il farlo.

In inglese amo l’uso dello slang. In una conversazione informale piuttosto che dire “it is all right for me”, preferisco senz’altro “I am cool with that”.

Il greco biblico è un fenomeno diverso. Ovviamente. Per certi aspetti più complesso, dal punto di vista squisitamente linguistico. Ma ciò lo rende solo più affascinante. Più dell’ebraico biblico che è standardizzato dai millenni che l’hanno fissato nella forma che troviamo nel Tanakh, così chiamano gli ebrei l’Antico Testamento.

Il greco biblico è spesso chiamato koinè. Si tratta, però, della versione di quest’ultimo in uso nel 250 a.C. ad Alessandria d’Egitto, quando vennero per la prima volta tradotti i cinque libri di Mosè.

Questo greco venne ripreso, ampliato e adattato al testo biblico dai traduttori degli altri libri dell’Antico Testamento e divenne persino la lingua di alcuni testi ebraici – come ad esempio il libro dei Maccabei.

In questo contesto sarebbe fuori luogo descrivere “cosa” è accaduto in pratica, ricorrendo a vari esempi. Ci basterà stabilire il perché e tutto sarà ovvio.

Gli autori del Nuovo Testamento sono tutti di prima lingua ebraica. Scrivono si storie ed eventi occorsi in un contesto ebraico. Riportano discorsi e dialoghi che hanno avuto luogo in lingua ebraica (o aramaica).

Il loro greco non può essere puro, non può non risentirne.

È un male?

No!

È un bene!

La ricchezza del greco biblico, nel quale è stato scritto il Nuovo Testamento, raccoglie la profonda solennità dell’ebraico per renderla universale: apre letteralmente la porta della salvezza ai non Giudei!

Giovanni 3:16 è la più universale delle affermazioni che troviamo nella Bibbia.

La riporto: “Perché Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo Unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna”.

Non ho imparato il greco se non proprio per il piacere di leggere il Nuovo Testamento in originale. Utilizzando lo stesso metodo che avevo fatto mio anni prima con l’inglese, ho lavorato ai vocaboli e alle frasi fino a quando sono stato capace di leggere e capire senza dover necessariamente ricorrere ad alcuna traduzione dei termini che incontravo. Insomma, leggevo il greco in greco – come dico io spesso.

Leggendo Giovanni 3:16 mi sono accorto di comprenderlo in maniera leggermente diversa da come viene comunemente tradotto in italiano. Non proprio in maniera “diversa” però; forse potrei dire: più ricca e completa. Ciò spesso accade quando una lingua offre delle sfumature che non sono traducibili, dei significati più ampi di un vocabolo, che l’autore usa per poter dire più cose con una sola frase; dicendone una, in questo modo, non ne esclude l’altra.

Visto che ritengo che la conoscenza del greco sia un dono di Dio – perché non so nemmeno io come sono riuscito in questa piccola impresa, se non per la sua grazia. E visto che per me scrivere è la maniera più congeniale per esprimermi, ho deciso di mettere per iscritto e comunicare la meravigliosa profondità di significato di questo brano della Scrittura.

Non vi spaventate adesso se riporto il testo greco di Giovanni 3:16. Lo translittererò nel nostro alfabeto per poter permettere al lettore di leggerlo agevolmente – se non conosce il greco o l’ha studiato a scuola. Tradurrò inoltre parola per parola.

 

οὕτω γὰρ ἡγάπησεν ὁ Θεὸς τὸν κόσμον
uto gar egapesen o teos ton cosmon
così perché ha amato Dio il mondo
ὥστε τὸν υἱὸν αὐτοῦ τὸν μονογενῆ ἔδωκεν
oste ton uion autu  ton monoghene Edochen
che il Figlio suo l’Unigenito ha dato
ἵνα πᾶς ὁ πιστεύων εἰς αὐτὸν μὴ ἀπόληται
ina pas o pisteuon eis auton me apoletai
affinché chiunque crede in lui non perisca
ἀλλ᾿ ἔχῃ ζωὴν αἰώνιον
all’ eche zoen aionion
ma abbia vita eterna

Secondo me se non si apprezza la Bibbia è perché non la si conosce davvero.

A dire il vero, vi è un altro motivo che ho riscontrato che spinge la gente a volerla mettere da parte: non essere disposti ad accettare la sua autorità spirituale.

Dando per scontato che le Scritture non sono opera di uomini letterati o filosofi. Considerata inoltre la semplicità che caratterizza il linguaggio, la profondità di significato dei contenuti è davvero ancora più significativa.

Su Giovanni 3:16, come su molti altri versi della Bibbia, si potrebbe scrivere un libro intero!

Se dovessi tradurre questo brano in maniera letterale, lo tradurrei come lo rinveniamo praticamente in tutte le sue versioni. Ma se devo trasmettere l’interezza della percezione che ne ho quando lo leggo in greco, proporrei anche le seguenti alternative.

Perché è così che Dio ha mostrato al mondo di amarlo: ha dato suo Figlio, l’Unigenito, affinché tutti coloro che credono in lui non periscano ma abbiano vita eterna.

ovvero

Perché è in questo modo che Dio ha amato il mondo: ha dato il suo Unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca ma abbia la vita eterna.

Voi chiederete: ma che cambia con la versione “tradizionale” del verso?

Nella Bibbia l’amore è un’azione. Lo è già dalla Genesi, dai Dieci Comandamenti, da quell’ “ama il prossimo tuo come te stesso” che troviamo nella Legge di Mosè espresso in una lingua che ne tramanda tutto il potenziale dinamismo e la forza che incide su chi ama e chi è amato, fino al punto che i due sono come fossero uno: io vedo me stesso nell’altro, non un altro, e mi comporto di conseguenza!

Imbevuti come siamo oggi di un sentimentalismo, che ereditiamo probabilmente proprio dai greci, corriamo il rischio di non percepire tutta la praticità e l’azione che richiede la Parola di dio quando ci parla di Amore o ci invita ad amare.

Mariti, amate le vostre mogli” (Efesini 5:25) è un comandamento.

Ma non si dice forse: “nun se comanda o core”? Ovvero, “al cuor non si comanda”? E, allora, com’è possibile comandare l’amore e come può un uomo “costringersi” ad amare.

Il fatto è che la Scrittura qui non dice: “bruciate di passione per le vostre mogli”, come è tentato di capire chi si approccia all’amore come mero sentimento. Fu per questo che tempo fa una persona ebbe a chiedere perplessa: “Come si può imporre l’amore”?

L’amore inteso come squilibrio chimico, non lo puoi indurre. Ma quello non è amore vero. Ed è per questo che finisce: è infatti solo la sensazione di benessere che ricaviamo dalla presenza o la mancanza che sentiamo per l’assenza di una persona. Si tratta di amore “sensuale” e dipende dal piacere personale che ne ricaviamo.

La Scrittura parla di un altro tipo di amore. Un amore che è azione e che è dare.

Infatti Efesini 5:25 continua così,

Mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la chiesa e ha dato sé stesso per lei.

Quando Gesù dice,

Ama il prossimo tuo come te stesso

non si riferisce alla tenerezza astratta indotta dalle immagini che scorrono in tv o su facebook. Ma alla quotidianità! Gesù ci invita a trattare gli altri come noi vorremmo essere trattati dagli altri. Altrove infatti Gesù spiegò il concetto con altre parole,

Tutte le cose dunque che voi volete che gli uomini vi facciano, fatele anche voi a loro (Matteo 7:12)

Quindi l’amore non è un sentimento, o forse dovrei dire, non è un sentimento soltanto, ma è fare, fare bene, trattare il prossimo come fossimo noi stessi, trattarlo come vorremmo che ci trattasse.

Guardate la forza delle parole di Giovanni, altrove, nella sua prima epistola

“Da questo abbiamo conosciuto l’amore: egli ha dato la sua vita per noi; anche noi dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli.  Ma se qualcuno possiede dei beni di questo mondo e vede suo fratello nel bisogno e non ha pietà di lui, come potrebbe l’amore di Dio essere in lui? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e in verità”. (1 Giovanni 3:16-18)

L’ Amore vero, l’Amore che viene da Dio e che Dio ci insegna, non è un’emozione da contemplare e di cui gioire finché dura, è azione, energia, agire.

Torniamo quindi a Giovanni 3:16. Leggendo questo brano in lingua originale – più che nella traduzione – percepisco tutta l’enfasi del testo sul “come”, sul “modo in cui” Dio ci ama.

Ciò è importante. Forse addirittura fondamentale. Perché, tutti sono d’accordo che Dio sia amore e che ci ama. Ma sempre meno persone comprendono che ci ha amato dando Suo Figlio Gesù Cristo, per la nostra salvezza.

Scrive infatti lo stesso Giovanni altrove.

In questo si è manifestato per noi l’amore di Dio: che Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo, affinché, per mezzo di lui, vivessimo. (1 Giovanni 4:9)

L’umanità di oggi è come quel figlio capriccioso o indolente al quale i genitori hanno dato e danno tutto, ma che trova sempre il modo per lamentarsi,

– perché non ha la moglie che desidera

– perché non ha marito

– perché non si guadagna abbastanza al lavoro

– perché la nostra erba è sempre meno verde di quella del nostro vicino

In realtà in questa vita ci sarà sempre qualcosa che non avremo e un motivo per il quale lamentarci.

Ma se non saremo grati a Dio per il meraviglioso dono di Suo Figlio, come speriamo di potere apprezzare tutti gli altri suoi doni o persino di riconoscerli come tali – il lavoro, la salute, la fede, ecc.

Giovanni 3:16 non ci dice soltanto “quanto” Dio ci ama, bensì come in concreto ci ha amato. Ci invita, inoltre, qualora non lo avessimo ancora fatto, ad accettare questo amore, credendo. Come ci mette anche in guardia dalle conseguenze per chi tale amore lo disprezza:

Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.  Chi crede in lui non è giudicato; chi non crede è già giudicato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.  (Giovanni 3:17-18)