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Genesi 1:26

di Giuseppe Guarino

versione pdf dell’articolo per una migliore lettura dei termini in originale greco ed ebraico

Giuseppe Guarino Genesi 1,26 www.giuseppeguarino.com

 

“Poi Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza, e abbia dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”. Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina”. 

Vi sono varie teorie su quel plurale iniziale, quel “facciamo”, davvero di oggettiva difficile comprensione. Secondo alcuni si tratta di una forma di plurale maiestatis. Secondo altri, Dio si rivolge agli angeli. Per chi crede nella deità del Figlio di Dio, eterno creatore con il Padre e lo Spirito Santo, questa espressione è un’ulteriore prova della presenza dell’uno/tre al momento della creazione.

Ma Mosè, o, in ultima analisi, l’autore del libro della Genesi, poteva immaginare e descrivere un’idea tanto complessa e certamente a lui aliena?

Questo dipende da quanto consideriamo determinante l’ispirazione del testo biblico.

Andiamo a vedere Genesi 1:1,

“In principio Dio creò il cielo e la terra”.

In ebraico

בראשׁית ברא אלהים את השׁמים ואת הארץ׃

Le peculiarità numeriche del primo verso della Bibbia hanno colpito più di una persona.

Il verso contiene 7 parole e 28 lettere. 28= 7 x 4

Le prime tre parole sommano 14 lettere= 7 x 2

Le seconde quattro sommano anch’esse 14 lettere= 7 x 2

Le prime tre parole (3=perfezione) sono in se stesse complete: il quando, l’azione ed il soggetto. Le 4 parole che seguono sono il cosa, introdotto dalla parola ebraica intraducibile, את, che precede il complemento oggetto.

3 è il numero di Dio (Santo, Santo, Santo, se non vogliamo menzionare la sua trinità) e 4 è il numero della terra (i 4 canti della terra citati più volte, ecc.). Il primo verso narra anche numericamente della perfezione di Dio e della creazione della terra.

Possiamo immaginare che l’autore di Genesi si sia personalmente scervellato per riuscire ad ottenere un risultato tanto matematicamente perfetto e significativo per veicolare il pensiero di Dio?

Ivan Panin è famoso per essersi convertito dall’agnosticismo alla fede nella Bibbia come Parola di Dio ispirata, proprio perché ne ha scoperto la perfezione matematica nella ricorrenza del numero 7 in maniera davvero soprannaturale, tanto nel testo ebraico dell’Antico Testamento quanto in quello greco del Nuovo.

Qualcosa di simile è avvenuta a studiosi di altre materie. C’è chi indagando sull’inattendibilità dei vangeli, alla fine ha scoperto che la verità è invece che sono dei resoconti di prima mano ed autentici.

Anche scientificamente, in base a quanto sappiamo oggi ovviamente, la Bibbia si mostra corretta in dettagli impensati.

Amo molto la storia antica, e mi ha sorpreso scoprire quanto la Bibbia sia accurata dal punto di vista storico. In realtà non ho problemi ad affermare che essa è il documento storico più antico ed attendibile che possediamo. Maggiore è stato il numero di ritrovamenti archeologici, maggiore è stata la conferma dell’accuratezza storica della Bibbia.

Davanti a questi dati, sebbene riconosciamo anche la valenza dell’elemento umano, non possiamo non riconoscere il sigillo dell’ispirazione divina delle Sacre Scritture.

Restando in Genesi, e volendo ribadire che l’ispirazione permette di superare alcuni vincoli legati all’umanità dell’autore sacro, consideriamo il cosiddetto protovangelo:

“Io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra la tua progenie e la progenie di lei; questa progenie ti schiaccerà il capo e tu le ferirai il calcagno” (Genesi 3:15).

È opinione radicata nella Chiesa, che questo brano si riferisca alla morte del Signore Gesù ed al suo trionfo su Satana con la sua meravigliosa resurrezione.

Difficile pensare che qui l’ispirazione divina non abbia prevalso sull’elemento umano. A meno che Dio non abbia dato a Mosè una specifica rivelazione che spiegava il senso delle parole di questo verso.

In altri punti, Mosè dice più di ciò che potrebbe intendersi da una lettura superficiale. Egli scrive in più punti, ed in maniera tanto significativa che non può intendersi casuale: “Dio disse”. Vedi Genesi 1:3, 6, 11, 14, 20, 24.

“Dio disse” al v. 26 è la settima occorrenza di questa espressione.

Quello che poi scriverà Giovanni nel suo Vangelo era già stato intuito ed espresso dai commentatori ebraici.

“In principio era la Parola… per mezzo di lei ogni cosa è stata fatta”.

Nessuno crede più al fatto che Giovanni abbia attinto alla cultura greca, al logos dei filosofi. Semmai è vero il contrario, i filosofi greci hanno attinto alla cultura orientale ed ebraica per sviluppare la loro teoria di un logos, un tramite fra Dio e la sua creazione.

I sumeri avevano l’idea di una “parola” potenza creatrice (“enem”). Il concetto venne trasmesso agli accadi (“awatu”). Questo millenni prima dei greci. (fonte: William F. Albright, From the Stone Age to Christianity)

Filone alessandrino, “filosofo” ebreo vissuto ad Alessandria d’Egitto, parla apertamente del “logos” in termini molto simili a quelli del Nuovo Testamento. Egli affermava che Mosè era il detentore della vera filosofia e che i greci vennero dopo di lui.

Anche la cultura giudaica aveva già visto nella Torah la “parola”, Davar (דבר) in ebraico. Per questo Giovanni ne parla nel suo vangelo dando per scontato che chi leggeva sapesse di cosa lui stesse parlando. Ed era così: i greci per via delle speculazioni filosofiche, gli ebrei per via dell’interpretazione del tempo.

Il Targum è una parafrasi in aramaico dell’Antico Testamento che usa “parola”, in aramaico “memra”, utilizzando questo termine quando Dio interagisce con la sua creazione.

Leggiamo sul sito https://www.sefaria.org/Targum_Jonathan_on_Genesis.3?lang=bi la parafrasi di Genesi 3:8, “Ed essi udirono la voce della Parola (aram. מֵימְרָא, Memra) del Signore Dio che camminava nel giardino…”

Quando Mosè scriveva queste cose meravigliose, era totalmente consapevole dei profondi significati e del valore profetico di ciò che riportava?

Quando, quindi, leggiamo le parole di Genesi 1:26 e anche queste ci colpiscono, non dobbiamo sorprenderci se esse hanno significati talmente grandi che ci conducono a verità rivelate solo con la venuta di Gesù ed il Nuovo Testamento.

Non fu Gesù stesso a dire che Mosè aveva scritto di lui? Vedi Giovanni 5:46. E dove aveva scritto di lui? In quale modo se non profetico e nei profondi significati dei suoi scritti che oggi comprendiamo appieno grazie alla guida dello Spirito Santo?

Torniamo al nostro soggetto iniziale: quando Dio dice “Facciamo l’uomo a nostra immagine”, con chi parla?

La chiave di lettura, come spesso succede con la Bibbia, ce la fornisce un attento esame del testo e la luce della piena rivelazione in Cristo che ci tramanda il Nuovo Testamento.

Dire qui che il Padre conversava con il suo Figlio Unigenito è perfettamente coerente con quanto ci insegna l’apostolo Giovanni e conferma Paolo nelle sue epistole.

“Egli era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lui; e senza di lui neppure una delle cose fatte è stata fatta.” (Giovanni 1:2,3) – La traduzione è mia. Di solito questo verso è riferito al femminile, perché il termine greco originale logos, maschile, viene giustamente tradotto con parola, che è femminile.

Se tutto è stato creato mediante il logos di Dio, il suo Figlio Unigenito, lo è stato anche l’Uomo.

“Per mezzo di lui sono state create tutte le cose che sono nei cieli e sulla terra, le visibili e invisibili.” (Colossesi 1:16)

Vi è una stupenda immagine relativa alla creazione dell’uomo.

“Dio il SIGNORE formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l’uomo divenne un’anima vivente.” (Genesi 2:7)

Chi soffiò l’alito della vita nell’uomo?

Come spesso accade, andiamo a trovare chiarimenti nel Nuovo Testamento.

“Allora Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre mi ha mandato, anch’io mando voi”. Detto questo, soffiò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo””. (Giovanni 20:21, 22)

Il medesimo agente del Padre, il logos (Parola, Verbo) che soffiò l’alito vitale nelle narici per dare vita all’uomo all’alba del tempo, qui lo fa per dar vita al nuovo uomo, rigenerato dallo Spirito di Dio. (vd. Giovanni 3:1-15, Efesini 4:24, 2 Corinzi 5:17, Galati 6:15)

Il soffio, il vento, è in generale un chiaro riferimento allo Spirito. In tutta la scrittura. È un riferimento implicito nei termini originali utilizzati: in ebraico ruah (רוח) ed in greco pneuma (πνευμα).

Per spiegarlo con grande semplicità, possiamo riportare alla mente il nostro vocabolo “pneumatico”, esso deriva chiaramente dal greco e il suo uso è dovuto all’aria che lo riempie ed è essenziale per il suo uso.

Il verbo utilizzato qui per l’azione compiuta da Gesù, il soffiare sui discepoli è ἐνεφύσησε, il medesimo utilizzato in Genesi 2:7 nella traduzione greca della Torah, la LXX (Settanta).

Il riferimento è troppo esplicito e non può essere casuale.

Non ho mai portato gli occhiali in vita mia. Ma, come spesso accade, il passare degli anni, meglio di qualsiasi altra cosa, ci ricorda che siamo umani. Oggi devo indossare gli occhiali per vedere bene da vicino. A volte faccio lo splendido e non li metto e lavoro comunque. Poi, però, finisce che, se avessi indossato gli occhiali, non avrei commesso delle sviste paurose.

Lo stesso è con la Scrittura. Per capirla abbiamo bisogno di indossare gli occhiali dello Spirito! E per capire l’Antico Testamento dobbiamo indossare gli occhiali del Nuovo!

“Allora aprì loro la mente per capire le Scritture” (Luca 24:45). Se non leggiamo la Bibbia alla luce di Cristo, non potremo capirla. Come dice Paolo: “Ma le loro menti furono rese ottuse; infatti, sino al giorno d’oggi, quando leggono l’antico patto, lo stesso velo rimane, senza essere rimosso, perché è in Cristo che esso è abolito.” (2 Corinzi 3:14)

La comprensione delle Scritture non si ottiene studiando. In fatti la Scrittura parla di coloro che si sforzano “sempre d’imparare e non possono mai giungere alla conoscenza della verità”. (2 Timoteo 3:7)

Il velo è rimosso solo in Cristo e grazie al suo Spirito in noi possiamo comprendere la Verità delle Scritture.

Non è quindi nessuna sorpresa se adesso, alla luce di tutta la Scrittura, vediamo in Genesi Dio che tramite il suo Logos e lo Spirito Santo creano l’uomo. (Genesi 2:7) Quanto è meravigliosa la Parola di Dio, profonda; parla al nostro spirito confermando la nostra fede e aumenta il nostro entusiasmo per le cose di Dio.

Senza gli occhiali della fede in Cristo, queste cose rimarranno per sempre incomprensibili.

Infatti, nonostante Gesù annunciasse la Parola con libertà, solo alcuni si avvicinavano a lui e si sforzavano di comprendere il significato vero e profondo di ciò che dicevano: “Egli rispose loro: “Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli; ma a loro non è dato.” (Matteo 13:11).

I discepoli non avevano nessuna superiorità intellettuale rispetto agli altri, ma andavano dal loro maestro e lo interrogavano per capire, avevano desiderio di sapere e si rivolgevano alla fonte della sapienza, colui che nell’Antico Testamento era stato identificato con la Sapienza stessa!

Gli altri andavano a casa loro, presi dalla loro quotidianità. Alcuni, magari, nella loro presunzione, credevano di aver capito tutto. Altri forse andavano ad interrogare i loro rabbini, i maestri religiosi nei quali avevano fiducia.

 

Genesi 1:27 legge:

Dio creò l’Uomo a sua immagine

lo creò ad immagine di Dio

li creò maschio e femmina

Se ci fermiamo al verso 26 perdiamo altri dettagli a mio avviso importanti. Questo passaggio da singolare a plurale nel verso 27 è piuttosto interessante e pertinente con la nostra discussione. Dio (Elohim) crea l’Uomo, singolare. Ma questo singolare, ad immagine di Dio, è anche un plurale, maschio e femmina.

L’unità fra uomo e donna è descritta poco più avanti, quando la creazione dell’uomo e della donna (dell’Uomo) è vista in dettagli di una poesia ed universalità ineguagliata da nessuna altra narrazione epica, mitologica o scientifica.

“Dio il SIGNORE formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l’uomo divenne un’anima vivente. […] Allora Dio il SIGNORE fece cadere un profondo sonno sull’uomo, che si addormentò; prese una delle costole di lui, e richiuse la carne al posto d’essa. Dio il SIGNORE, con la costola che aveva tolta all’uomo, formò una donna e la condusse all’uomo. L’uomo disse: “Questa, finalmente, è ossa delle mie ossa e carne della mia carne. Ella sarà chiamata donna perché è stata tratta dall’uomo”. Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne”. (Genesi 2:7, 21-24)

Profondissimi significati spirituali vengono espressi con una elegantissima ed allo stesso tempo efficace poesia.

L’unità dell’Uomo, composto da uomo e donna uniti, è definita con il termine ebraico: אחד, nel nostro alfabeto traslitterato come ‘echad.

Questo medesimo vocabolo lo ritroviamo nella confessione di fede ebraica, lo Shemà Israel. Questa la ribadì a gran voce lo stesso Gesù durante il suo ministero. Ho consultato la traduzione ebraica ufficiale in inglese di Deuteronomio 6:4 ed essa recita:

 

Ascolta, Israele:

Il Signore nostro Dio

Il Signore è uno

Questa versione preserva la ritmica del testo ebraico che si conclude affermando che Dio è “uno”. La parola ebraica utilizzata qui per dire che il Signore è “uno” è, come per l’Uomo (uomo e donna) אחד, ‘echad.

Come Uomo è un termine che include uomo e donna (v.27) che sono ‘echad, uno, allo stesso modo Dio, Elohim, (v.26) nel dire “facciamo” non fa altro che riferirsi alla sua ‘echad, di cui fanno parte il Figlio e lo Spirito Santo.

Credo che sia strabiliante, come già nelle prime pagine della Parola di Dio compaia subito così meravigliosamente coinvolto nella sua interazione con il mondo che crea, da farlo con la totalità della sua unità.

Al verso 1 troviamo il termine Elohim, che in teoria in ebraico non sarebbe esattamente un singolare, seguito da un verbo al singolare. Al v.2 è lo Spirito di Dio che si muoveva sopra le acque. Al v.3 ecco che la Parola, di cui parlerà Giovanni, compare quando leggiamo, Dio disse!

Da questo verso in avanti fa la sua fondamentale comparsa il logos, la Parola.

“Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Figlio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere.” Giovanni 1:18

Giovanni è lapidario: Dio non lo ha mai visto nessuno.

È naturale che sia i giudei che i primi cristiani abbiano compreso che era il logos (greco) davar (ebraico) memra (aramaico) parola (italiano) verbum (latino) a manifestarsi, manifestando Dio.

Infatti di chi era la voce in Genesi 3:8? E chi camminava nel giardino? Dalla presenza di chi si nascosero Adamo ed Eva?

Chi fa – fa! – delle tuniche di pelle per vestire l’Uomo? Il brano non dice che queste tuniche vengono create, quindi dobbiamo dedurne che un animale sia stato ucciso per ottenerle. Dio stesso rimedia alla nudità dell’Uomo – al danno che ha fatto con il peccato!

Qui Mosè parla profeticamente dell’opera di salvezza di Dio, che sarebbe stata un giorno compiuta per mezzo di Gesù, logos di Dio fatto uomo! Ed anche qui in Genesi, l’agente tramite il quale Dio rimedia alla nudità dell’uomo, non può non essere la Sua Parola.

In tutto il libro dell’Apocalisse, il vestire è descrittivo dello stato di grazia e salvezza – vd. Ap. 3:18, 4:4, 7:9,14, 16:15, 22:14. E sono dei riferimenti significativi, perché molto di quello che il peccato distrugge in Genesi, viene ripristinato in Apocalisse.

Di nuovo, quasi alla fine della drammatica scena della caduta dell’Uomo, troviamo quel plurale che per la prima volta avevamo visto in Genesi 1:26,

Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi,

quanto alla conoscenza del bene e del male

 

Ora la frase non ci può apparire così enigmatica, ma, alla luce di quanto abbiamo visto, perfettamente coerente. I “noi” sono l’ ‘echad in cui sono presenti il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

Mi riservo di affrontare in un altro articolo perché questa “conoscenza del bene e del male” ci sia costata l’Eden. Non sembrerebbe così grave, infatti, a prima vista; in realtà la forza dell’espressione semitica è ben altra rispetto a quella delle versioni in italiano. In questo articolo, già di per se piuttosto lungo, preferisco non approfondire anche questo dettaglio – sebbene non sia per nulla secondario, o trascurabile.

Volevo avere un quadro più chiaro sulla frase di Genesi 1:26 e per questo ho intrapreso questa piccola ricerca. Confesso di esserne stato edificato spiritualmente prima, e come studioso poi. Lo stesso spero sia accaduto al lettore.

Mose: incontro o scontro di due culture?

di Giuseppe Guarino

Mosè: incontro o scontro di due culture.

In quel tempo nacque Mosè, che era bello agli occhi di Dio; egli fu nutrito per tre mesi in casa di suo padre; e, quando fu abbandonato, la figlia del faraone lo raccolse e lo allevò come figlio. Mosè fu istruito in tutta la sapienza degli Egiziani e divenne potente in parole e opere”. (Atti 7:20-22)

La millenaria cultura egiziana e la fede del Dio unico si incontrano in Mosè, cresciuto all’ombra delle più nobili culture del tempo, uomo che Dio userà per dare al suo popolo la Legge.

Il film che più mi piaceva guardare con mio figlio maggiore era “Il Principe d’Egitto” della Disney. Ma più ne riporto alla mente i dettagli più mi rendo conto di quanto si discosti dalla realtà  biblica e storica dei fatti. Ciò non ne diminuisce la  bellezza, perché  ogni narrazione intesa ad intrattenere deve poter lasciare un margine di manovra a chi la gestisce, perché l’intrattenimento è appunto il suo scopo.

Allo stesso modo i miei ricordi di quanto ho appreso sui banchi di scuola su Mosè, l’Esodo e persino la storia dell’antico Egitto assume oggi connotati così deludenti, deprimenti quasi, da avermi spinto da un bel po’ a mettere da parte le nozioni scolastiche per uno studio decisamente più soddisfacente.

Quanto leggerete nelle righe a seguire sono le mie conclusioni sulla figura di Mosè alla luce delle mie conoscenze innanzi tutto bibliche, ma anche storiche.

Do subito per scontata la realtà storica della persona di Mosè.

Premetto questa cosa non perché io dia alcun peso o persino creda si possa dare alcun peso alle affermazioni di chi nega l’esistenza di un uomo chiamato Mosè dietro la Torah ebraica, ma perché anche la più assurda teoria può trovare da qualche parte qualcuno che la enunci e qualcuno che la sostenga.

Se è vero che non vi sono evidenze extra bibliche a sostegno dell’esistenza di Mosè, è anche vero che è soltanto questo l’argomento che si può muovere contro il dato biblico. Un argomento basato sul silenzio e tra l’altro sul silenzio di un popolo su una sua amara sconfitta ha valore pressoché nullo, come il buon senso ed anche una certa conoscenza della storia antica ci impongono.

Ma se è vero che vi è chi nega l’olocausto – documentato come pochi eventi storici – non riesco certo a stupirmi se qualcuno nega la realtà storica di qualsiasi altro evento.

Il popolo di Dio, i discendenti di Giacobbe, entrarono in Egitto grazie all’intervento provvidenziale di Giuseppe, figlio di Giacobbe e visir2 del faraone, durante un periodo di carestia che interessò l’Egitto stesso ed il medio – oriente che rocambolesche vicende, all’ingresso dei patriarchi in Egitto.

Il libro della Genesi si conclude con questo evento.

L’Esodo, il libro che segue, comincia invece evidenziando il cambio della condizione del popolo di Dio ormai stabilmente presente in Egitto, dovuto ad un avvicendamento sfavorevole nelle forze al potere in quella terra. Probabilmente quando la Bibbia ci dice che “sorse sopra l’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe”. (Esodo 1:8), dobbiamo intenderlo come un avvicendamento dinastico al potere in Egitto.

Saranno le circostanze che seguono, proprio l’ostilità verso Israele, a gettare le basi per la futura gloriosa liberazione di quel popolo. Mosè, infatti, fu per scampare agli intenti omicidi del re egiziano che finì per essere adottato dalla figlia del Faraone stesso.

Leggiamo dalla Scrittura stessa cosa accadde.

“La figlia del faraone scese al Fiume  per fare il bagno, e le sue ancelle passeggiavano lungo la riva del Fiume. Vide il canestro nel canneto e mandò la sua cameriera a prenderlo. Lo aprì e vide il bambino: ed ecco, il piccino piangeva; ne ebbe compassione e disse: “Questo è uno dei figli degli Ebrei”. Allora la sorella del bambino disse alla figlia del faraone: “Devo andare a chiamarti una balia tra le donne ebree che allatti questo bambino?” La figlia del faraone le rispose: bambino. “Va'”. E la fanciulla andò a chiamare la madre del bambino. La figlia del faraone le disse: “Porta con te questo bambino, allattalo e io ti darò un salario”. Quella donna prese il bambino e lo allattò. Quando il bambino fu cresciuto, lo portò dalla figlia del faraone; egli fu per lei come un figlio ed ella dalle acque”. lo chiamò Mosè; “perché”, disse: “io l’ho tirato fuori

La narrazione biblica è in perfetta armonia con quanto sappiamo da altre fonti storiche: “… i figli di genitori stranieri potevano essere affidati volontariamente o in modo meno pacifico al Kep , in cui ricevevano una formazione identica (studio delle lingue, religione, uso delle armi e così via) a quella dei figli del sovrano egiziano”. Sophie Desplancques, “L’Antico Egitto”, Newton Compton Editori, Collana Biblioteca del Sapere, p. 23.

Kep”, viene di solito tradotto “figli reali” e possiamo immaginarlo come un programma di egizianizzazione per stranieri. Non è una pratica sconosciuta anche ad altri popoli. Il re babilonese Nabucodonosor infoltiva il suo apparato statale deportando in Babilonia il fior fiore dei giovani delle nazioni che aveva conquistato, e alla sua corte li istruiva sulla lingua e cultura babilonesi. Ne leggiamo nel libro biblico di Daniele.

E’ lecito pensare che Dio usò l’accanimento e la malvagità del re egiziano per cominciare l’opera che avrebbe condotto alla liberazione del Suo popolo. Quindi, con le vicende descritte nell’Esodo, il piccolo ebreo si trovò ad essere introdotto alla corte egiziana, il più grande, meglio organizzato e più evoluto paese del periodo storico in cui egli visse.

Nel 1500 a.C. circa, periodo nel quale ambientiamo la nascita di Mosè, il popolo egiziano era già una civiltà antica circa 1700 anni, computando dal periodo predinastico. Le piramidi venivano costruite da oltre un millennio, visto che alcune fra le più note risalgono a 1200 anni prima e dall’altezza della loro imponenza testimoniavano la grandezza dell’Egitto e del Faraone.

L’orgoglio egiziano non era immotivato.

Nella Genesi e nell’Esodo non viene nominato nessun re egiziano per nome ma è semplicemente definito Faraone. Ciò crea difficoltà (direi insormontabili) nell’identificazione del sovrano del quale sta parlando il testo biblico. Anche in questo, però, la Bibbia si dimostra una straordinaria accuratezza storica. “Il termine “faraone” viene da un’espressione egiziana che significa “grande dal Nuovo Regno designò la persona del re”. Sophie Desplancques, “L’Antico Egitto”, Newton Compton Editori, Collana Biblioteca del Sapere, dallo stesso re. “L’insegnamento di Merikare” è un antico scritto dove un faraone istruisce il proprio figlio sui nobili principi della cultura egiziana, dei quali Faraone deve essere garante ed amministratore ed è un esempio di come il re egiziano percepisse l’importanza del suo ruolo.

E’ credenza comune (e così si sostiene anche nel film “Il Principe d’Egitto”) che il re che si mosse contro gli Ebrei fosse Sethi e che il suo successore Ramesse II fosse il faraone dell’Esodo. Se anche ciò corrispondesse alla realtà storica dei fatti, non cambierebbe nulla alle mie argomentazioni. Tuttavia, ci tengo a precisare che dopo aver letto le tesi di David Rohl e le teorie alla base della sua New Chronology, mi sono convinto che Ramesse non sia il Faraone dell’Esodo. Sono stato anche spinto in questa direzione dalla validità che riconosco alla Bibbia come documento storico, fonte attendibile in linea puramente teorica – almeno dal punto di vista scientifico – almeno quanto ogni altra fonte storica antica, ma praticamente più attendibile di altre.

Mosè viene portato alla corte di Faraone, come figlio adottivo della stessa figlia del re. Ciò implica che Mosè poté avere accesso ai più alti gradi dell’istruzioni della nazione più evoluta che esistesse al mondo. Gli egiziani infatti eccellevano in molti campi e la loro cultura era avanzatissima.

La scrittura classica degli egiziani erano i geroglifici. La bellezza di tale espressione del linguaggio tramite immagine ne favorì l’uso ornamentale all’interno dei vari monumenti funerari e non. Guardiamo questo tipo di scrittura da una parte ammirati per il gusto artistico, dall’altra compiaciuti per i progressi che diamo per scontati considerando il nostro praticissimo alfabeto. In realtà già in tempi remotissimi ai geroglifici si accompagnò in Egitto un più pratico metodo di scrittura chiamato “ieratico”. Quest’ultimo era in pratica un corsivo,   che   si   semplificò   ulteriormente   nelle   epoche successive,  assumendo  le caratteristiche che lo faranno descrivere agli studiosi con il termine “demotico”.

La scrittura in geroglifici non deve farci pensare che il popolo egiziano fosse primitivo – perché mi è parso che ad alcuni possa sembrare così. L’utilizzo dei geroglifici in quasi tutta la storia egiziana è motivato dalla bellezza di questa forma di scrittura, dal suo innegabile valore decorativo quindi, ma anche dal significato religioso che veniva attribuito ai simboli che la costituivano.

In alto un esempio di scrittura ieratica e geroglifica in basso tratto dalla prestigiosa grammatica di egiziano antico di Alan Gardiner, Egyptian Grammar.

Lo    ieratico,    vista    la    sua praticità veniva utilizzato su papiro per scrivere trattati o testi di narrativa.

Purtroppo i papiri non resistono altrettanto bene al trascorre del tempo quanto le incisioni su tombe o monumenti.

Il cosiddetto papiro Rhind, nell’immagine, è un papiro risalente al XVII secolo a.C. Riproduce un testo matematico; contiene anche esercizi di algebra e geometria. La matematica degli egiziani era molto evoluta, come si potrà immaginare dal fatto che furono capaci di costruire le loro piramidi con una precisione anche oggi difficile da eguagliare. Non sarà fuori luogo evidenziare che le più grandi piramidi furono costruite durante il regno antico e che questo papiro risale al secondo periodo intermedio – circa mille anni dopo!

Nell’immagine qui sopra il papiro Edwin Smith, che tratta di medicina.

La scelta degli egiziani di continuare a mantenere la scrittura in geroglifici, come ho già detto, è facilmente spiegabile dal punto di vista storico, per il significato magico attribuito ai segni che utilizzava; ma anche comprensibile vista   la   bellezza   oggettiva   e   la   potenzialità decorativa che questa scrittura possedeva. Abbiamo esempi nella storia più prossimi a noi. I giapponesi, ad esempio, che fanno largo uso ormai del nostro alfabeto, rimangono fedeli alla loro complica scrittura tradizionale. Eppure sono uno dei popoli più avanzati tecnologicamente del pianeta!

Un’ultima cosa va aggiunta, che ci tornerà utile più avanti: la scrittura in geroglifici aveva in sé un seme importante, che sarebbe servito dopo a dare una spinta importante verso la nascita dell’alfabeto: la valenza fonetica di 22 dei suoi segni.

Dal punto di vista politico l’Egitto rappresentava una nazione solida al suo interno, ben organizzata e con un’economia intelligente ed accorta. La politica estera aveva quasi sempre visto il prestigio e la forza egiziana permettere a quella nazione di mantenere un certo controllo della zona palestinese, con il conseguente buon uso delle vie commerciali che collegavano l’Egitto alla Mesopotamia. La posizione dell’Egitto era duplicemente vantaggiosa. Da una parte si affacciava sul Mediterraneo, dall’altra era protetto dalla natura del territorio nelle vie che lo collegavano alla Mezzaluna Crescente.

Era questa la nazione più grande del mondo di allora, paragonabile agli Stati Uniti d’America dei nostri giorni.

Dio aveva fatto si che il futuro legislatore del suo popolo ricevesse la migliore istruzione disponibile allora sul pianeta. Alla corte di Faraone soltanto Mosè avrebbe potuto apprendere l’antica sapienza degli egiziani, la scrittura, le più evolute conoscenze  matematiche, scientifiche, mediche, ecc …

Ma non era ancora pronto. Qualcosa doveva ancora avvenire nella sua vita prima di poter essere adatto al compito al quale Dio stava per chiamarlo.

In quei giorni, Mosè, già diventato adulto, andò a trovare i suoi fratelli; notò i lavori di cui erano gravati e vide un Egiziano che percoteva uno degli Ebrei suoi fratelli. Egli volse lo sguardo di qua e di là e, visto che non c’era nessuno, uccise l’Egiziano e lo nascose nella sabbia. Il giorno seguente uscì, vide due Ebrei che litigavano e disse a quello che aveva torto: “Perché percuoti il tuo compagno?” Quello rispose: “Chi ti ha costituito principe e giudice sopra di noi? Vuoi forse uccidermi come uccidesti l’Egiziano?” Allora Mosè ebbe paura e disse: “Certo la cosa è nota”. Quando il faraone udì il fatto, cercò di uccidere Mosè, ma Mosè fuggì dalla presenza del faraone, e si fermò nel paese di Madian e si mise seduto presso un pozzo. Il sacerdote di Madian aveva sette figlie. Esse andarono al pozzo ad attingere acqua per riempire gli abbeveratoi e abbeverare il padre. Ma sopraggiunsero i pastori e le scacciarono. Allora gregge di loro Mosè si alzò, prese la loro difesa e abbeverò il loro gregge. Quando esse giunsero da Reuel, loro padre, questi disse: “Come mai siete tornate così presto oggi?” Esse risposero: “Un Egiziano ci ha liberate dalle mani dei pastori, per di più ci ha attinto l’acqua e ha abbeverato il gregge”. Egli disse alle figlie: “Dov’è? Perché avete lasciato cibo”. Mosè accettò di là quell’uomo? Chiamatelo, ché venga a prendere del abitare da quell’uomo. Egli diede a Mosè sua figlia Sefora. Ella partorì un figlio che Mosè chiamò Ghersom; perché disse: “Abito in terra straniera“. (Esodo 2:11-22)

Mosè abbandona l’Egitto per fuggire al guaio che ha combinato – inutile nascondere la realtà. Ma è proprio di quell’uomo in fuga, senza una vera identità nazionale (era un ebreo che ha  le sembianze di un egiziano – Esodo 2:19) che Dio farà il più grande legislatore della storia dell’umanità. I madianiti erano discendenti di Abramo. Quando Mosè entrò in contatto con questo popolo nomade, aveva circa quarant’anni e con loro rimase per altri quarant’anni.

In quegli anni egli apprese le antiche tradizioni mesopotamiche sulla creazione, sul diluvio, sulla nascita delle prime città. Egli apprese lì la cultura del Abraamo, Isacco e Giacobbe.

C’è un problema di fondo della storia antica che adesso ritengo importante dover comunicare al lettore per ben comprendere alcune problematiche.

Siamo in condizione di ricostruire la storia antica dell’Egitto e grazie ai ritrovamenti archeologici che testimoniano di queste grandi della Mesopotamia culture del passato, integrando queste informazioni con i pochi scritti storici che sopravvivono. Questi ritrovamenti archeologici sono possibili grazie al fatto che tali antiche civiltà erano sedentarie. Quindi vivevano in città, costruivano palazzi con iscrizioni. Avevano archivi dove raccoglievano informazioni amministrative, commerciali, ecc … Possedevano biblioteche – il re assiro si vantava di possedere una biblioteca con oltre 100.000 testi. Non è un caso se molto di ciò che sappiamo è dovuto a documenti o testi che venivano incisi e conservati su tavolette. E’ il caso della cosiddetta corrispondenza di Amarna o degli archivi di Ebla, della stele di Rosetta, del codice di Hammurabi.

Sarebbe, però, ingenuo credere che possediamo una testimonianza del passato che attinga a più dell’1% della documentazione che deve essere esistita. Abbiamo pochi papiri, supporto per scrittura molto pratico e maneggevole – come la nostra carta – ma poco resistente nel tempo. Eppure molta letteratura e documenti devono aver avuto una diffusione su questo tipo di materiale da scrittura. Frammenti di papiro ci sono giunti da epoche remotissime e non è difficile supporre che questo fosse diffuso anche quando ancora venivano utilizzate le tavolette di argilla, con funzioni ed usi diversi. Ovviamente i papiri non potevano resistere al decadimento causato dal tempo – credete che la nostra carta potrebbe preservare i nostri libri per oltre 2000 anni? O, visto che ora stiamo digitalizzando tutto, se cambiassero nei secoli le fonti di energia e la nostra civiltà subisse – come è già accaduto nella storia – un salto indietro, la nostra cultura della quale andiamo tanto fieri, non potrebbe andare quasi del tutto perduta? Se vi sono stati dei films di fantascienza che hanno trattato questo tema è perché vi è scientificamente la possibilità che ciò accada5. Ed in una certa misura ciò è accaduto alle civiltà del passato.

Se non fosse stato per la testimonianza della Bibbia, sarebbe andata perduta la memoria dell’antico oriente e dell’antico  Egitto.  L’archeologia è in realtà una scienza relativamente giovane, tanto che siamo ancora lontani persino dall’avere esaminato e valutato tutti i ritrovamenti degli ultimi due secoli. Si discute ad esempio ancora della corrispondenza di Amarna, scoperta oltre un secolo fa. Abbiamo  appena grattato la superficie della scoperta dei rotoli del Mar  Morto senza riuscire ad avere un verdetto unanime sull’autentico significato di questo importantissimo ritrovamento6.

Non ci dobbiamo quindi meravigliare se di popolazioni nomadi come era il clan di Abraamo, Isacco e Giacobbe, così come era il popolo dei madianiti, non possediamo alcuna prova archeologica che ci metta in condizione di sapere più di quanto ci riferisce la Bibbia.

Essendo nomadi, non vi erano monumenti che potevano resistere al trascorrere del tempo. Non è inoltre verosimile che utilizzassero delle tavolette di argilla per scrivere, perché ciò avrebbe reso i loro archivi e la loro letteratura difficile da trasportare. Essendo pastori, è molto più probabile che si affidassero alla scrittura su pelli di animali per la trasmissione e diffusione della loro cultura.

Mosè ebbe tempo – circa quarant’anni – per ricevere un’accurata istruzione sulla cultura del Dio unico – la stessa cultura tramandata dai patriarchi del suo popolo.

All’età di ottant’anni Mosè era pronto, il perfetto strumento nelle mani di Dio per portare a compimento il più grande compito della storia del popolo di Israele: l’esodo di un intero popolo fuori dall’Egitto.

Alcuni sottovalutano l’importanza della scuola, dello studio, della cultura. Io no. Io credo, per l’esperienza che viene anche dalla Parola di Dio, che è molto importante per un cristiano avere più istruzione possibile. Mosè era un uomo istruito nelle più importanti culture del tempo. Paolo era poliglotta e profondo conoscitore della cultura ebraica e greca – fu così che Dio ne fece il primo grande strumento per la diffusione della nostra fede fra i non ebrei. Gli apostoli erano ebrei, ma ben istruiti nella Sacra Scrittura; conoscevano l’ebraico, per leggere le Scritture, l’aramaico, che gli ebrei del tempo parlavano nella vita quotidiana, e il greco, lingua Testamento.

Personalmente devo dire che lo studio della storia antica e delle lingue bibliche (ma non solo) mi hanno aiutato a comprendere meglio la Parola di Dio. Mi hanno inoltre dato cognizione di causa per dire attendibile o è ignorante o che chi crede che la Bibbia non sia un libro storicamente è in malafede – perché fondamentalmente spaventato dall’autorità spirituale che rivendica la Parola di Dio! Sono le mie conclusioni, mi scuso con chi non le condivide; ma le sosterrò finché non mi sarà stato dimostrato che siano errate.

La conoscenza, la cultura, non sto dicendo questo, non può prendere il posto dello Spirito Santo. E’ quest’ultimo che ci fa comprendere la Parola di Dio. Senza di Lui, il significato spirituale della Sacra Scrittura non può essere percepito. Non possiamo, quindi, da cristiani nemmeno commettere l’errore inverso ed affidarci totalmente ed esclusivamente alla nostra cultura ed istruzione – non basterebbe.

Senza la Rivelazione personale di Dio a Mosè, i suoi scritti o le sue considerazioni non sarebbero andate molto più lontano della filosofia greca. Senza l’assistenza dello Spirito Santo le convinzioni di Paolo non sarebbero state la guida della dottrina della Chiesa per due millenni, ma solo un impossibile tentativo di far uscire la fede ebraica al di fuori dei suoi confini storici nazionali.

E’ vero che è Dio che ha in mano lo strumento e che è questo che fa la differenza. Ma è anche vero che non si può martellare un chiodo con un giravite o suonare un concerto per pianoforte con una pianola. Il Signore stesso ha creato le condizioni perché questi strumenti fossero forgiati e pronti per l’utilizzo per il quale Lui li aveva preparati. Ed anche noi abbiamo il dovere di seguire la volontà di Dio per essere pronti nella nostra vita al compito al quale il Signore ci prepara.

Ormai giunto ai suoi ottant’anni, Mosè era finalmente pronto ad incontrare Dio ed a conoscere il motivo delle cose straordinarie che avevano interessato la sua vita.

Mosè pascolava il gregge di Ietro suo suocero, sacerdote di Madian, e, guidando il gregge oltre il deserto, giunse alla montagna di Dio, a Oreb. L’angelo del SIGNORE gli apparve in una fiamma di fuoco, in mezzo a un pruno. Mosè guardò, ed ecco il pruno era tutto in fiamme, ma non si consumava. Mosè disse: “Ora voglio andare da quella parte a vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma!” Il SIGNORE vide che egli si era mosso per andare a vedere. Allora Dio lo chiamò di mezzo al pruno e disse: “Mosè! Mosè!” Ed egli rispose: “Eccomi”. Dio disse: “Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro”. Poi aggiunse: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio d’Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe”. Mosè allora si nascose la faccia, perché aveva paura di guardare Dio. Il SIGNORE disse: “Ho visto, ho visto l’afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni. Sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorre il latte e il miele, nel luogo dove sono i Cananei, gli Ittiti, gli Amorei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei. E ora, ecco, le grida dei figli d’Israele sono giunte a me; e ho anche visto l’oppressione con cui gli Egiziani li fanno soffrire. Or dunque va’; io ti mando dal faraone perché tu faccia uscire dall’Egitto il mio popolo, i figli d’Israele”. Mosè disse a Dio: “Chi sono io per andare dal faraone e far uscire dall’Egitto i figli d’Israele? ” (Esodo 3:1-11)

Sappiamo tutti cosa accadde dopo e come Dio usò Mosè per liberare il suo popolo e guidarli nel deserto prima – che aveva imparato a conoscere negli anni durante i quali aveva vissuto da nomade con i madianiti – e nella “terra promessa” poi, in capo ai terzi quarant’anni della sua vita.

Fu durante quel periodo che Mosè lasciò il segno nella storia di Israele in maniera indelebile, nella composizione della Torah, la Legge.

Dio lo aveva preparato anche per questo compito.

Ho già dato dei cenni sulla scrittura egiziana.

La funzionalità raggiunta  dallo ieratico già in tempi remotissimi, aveva permesso agli egiziani di scrivere testi di narrativa, trattati di matematica, scritti di medicina. I presupposti c’erano tutti perché Mosè potesse mettere per iscritto – come Dio stesso gli aveva comandato di fare – la Legge.

Ma c’era un problema.

La scrittura egiziana era profondamente legata alla lingua del popolo che l’aveva concepita e non era probabilmente adatta per altre lingue. Ma aveva in sé una potenzialità: 22 segni geroglifici avevano infatti valenza consonantica, costituivano, quindi, un vero e proprio alfabeto. Venivano utilizzati quando dovevano   trascriversi   dei  nomi  non egiziani,  per permettere,   con   simboli fonetici,  consonantici,   di mettere per iscritto anche le parole di altre lingue.

Qualcosa di simile era accaduto in Mesopotamia. Quando la lingua sumerica scomparve, gli scribi si adoperarono per utilizzare la scrittura cuneiforme per la nuova lingua dominante, l’accadico. Ma non senza difficoltà, visto il legame intimo esistente fra il sumerico e quella forma di scrittura. Fu per questo che anche quando la lingua dei sumeri divenne ormai una lingua morta, la si continuò a far studiare agli scribi per poter meglio comprendere i meccanismi della scrittura cuneiforme. Per molto tempo la cultura orientale non volle arrendersi alla rivoluzione dell’alfabeto aramaico, preferendo ancora per lungo tempo dopo la sua comparsa e spontanea diffusione, la complicata – ma culturalmente propria! – scrittura in caratteri cuneiformi!

La praticità dell’alfabeto – con qualsiasi tipo di segni lo si rappresenti – è evidente. Esso, in quanto esprime il suono di consonanti e vocali, può asetticamente adattarsi a qualsiasi lingua. Esistono dei testi in siciliano antico trascritti con alfabeto ebraico: sono tali le potenzialità dell’alfabeto!

Qui di seguito il nome di Cleopatra scritto utilizzando il valore fonetico dei geroglifici. 8

L’immagine è tratta da “Egyptian Grammar, being an introduction to the study of Hieroglyphs”, by Sir Alan Gardiner, p.14.

Questa stupenda grammatica spiega che l’alfabeto egiziano era costituito da 22 segni, anzi da 22 consonanti. Gli scribi egiziani infatti ignoravano le vocali, per motivazioni connesse ad una praticità possibile nella loro lingua. Due simboli comunque hanno una valenza semi-consonantica, identificabili con una “i” ed una “u”.

Come l’egiziano anche l’alfabeto ebraico ha 22 consonanti e nessuna vocale. Ha, come l’egiziano, delle consonanti con valenza di vocali che permettono una maggiore precisione nella pronuncia.

Ovviamente Mosè non scrisse nell’alfabeto ebraico che vediamo oggi. Quella forma di scrittura “quadrata” fu adottata dal popolo ebraico molti secoli dopo, presa in prestito dall’aramaico.

Egli probabilmente utilizzò qualcosa di simile all’alfabeto protosinaitico, detto così per le tracce rimaste nelle miniere del Sinai, ed è per questo che è stato definito protosinaitico.

L’alfabeto utilizzato dagli ebrei del primo tempio è il cosiddetto proto ebraico, del quale si trovano tracce nei manoscritti di Qumran, risalenti ad un periodo compreso fra il II secolo a.C. e la prima metà del I secolo.

E’ possibile che da questo ottimo punto di partenza, Mosè aveva gli strumenti per mettere per iscritto la lingua ebraica in un alfabeto che poteva adattare alle esigenze della sua lingua.

“… ci vollero le capacità poliglotte di un colto principe d’Egitto ebreo per trasformare queste prime semplici incisioni in una scrittura funzionale, capace di veicolare idee complesse e un racconto fluente. I Dieci Comandamenti e le Leggi di Mosè erano scritte in lingua protosinaitica. Il profeta di Yahweh, che aveva dimestichezza sia con la letteratura epica egizia, sia con quella mesopotamica, non fu solo il padre fondatore del Giudaismo, della Cristianità e, attraverso le tradizioni iraniche, dell’Islam, ma fu il progenitore delle scritture alfabetiche ebraica, cananea, fenicia, greca e, quindi, del moderno mondo occidentale.” – David Rohl, Il Testamento Perduto, Newton & Compton Editori, pag. 222-223.

La storia, quindi, insieme alle Sacre Scritture ci dice che Mosè fu il prodotto dell’incontro di due culture. Entrambe servirono ad istruirlo ed a formarlo culturalmente e personalmente. Ma fu poi nelle mani di Dio che ogni cosa che gli era successa e quello che la sua esperienza l’aveva fatto diventare, che tutto ebbe finalmente un senso. Grazie all’intervento di Dio un esiliato dal suo popolo e dal suo popolo di adozione, poté divenire il mezzo per l’esodo del popolo di Dio fuori dall’Egitto e l’autore, grazie alla guida dello Spirito Santo, delle prime pagine di quel libro che noi definiamo le Sacre Scritture.

 

Di seguito riporto una pagina di un giornale immaginario che ho disegnato un po’ per gioco, un po’ sperando che potesse interessare e diventare un progetto vero e proprio.