L’epistola di Paolo ai Laodicesi

di Giuseppe Guarino

Sono un po’ deluso dall’accoglienza che ha avuto il mio libro sull’apostolo Paolo. Anzi i miei libri. Il primo scritto a quattro mani con Antonino Taverna e il secondo messo insieme da me soltanto. Presento qui un capitolo contenuto in entrambi i libri. Capisco che non si tratti di una facile lettura, ma ciò non la rende meno affascinante o utile.

L’epistola di Paolo ai Laodicesi

 

Mentre studiavo e rivedevo i miei appunti, ho messo per iscritto un’affermazione che ritengo un punto fermo di quanto ho appreso fino ad oggi: Nessun libro al di fuori della cerchia dei 27 ha mai avuto una autentica pretesa di essere stato illegittimamente omesso dalla lista ufficiale delle Scritture che i cristiani ritengono ispirate, quei libri che definiamo canonici. Allo stesso modo nessuna motivazione convincente è stata mai promossa per l’esclusione di uno dei 27 dall’elenco dei libri che la Chiesa ha universalmente e in maniera coerente considerato autentici ed ispirati.

Premesso ciò sarà interessante valutare la cosiddetta “Epistola ai Laodicesi”, che per qualche tempo e in un certo modo ha avuto un’influenza su alcune parti della Chiesa e che è inclusa nella lista delle epistole paoline in diversi manoscritti latini. Non che io intenda mettere in discussione la sua esclusione dal canone, perché non ne ha mai fatto parte e, come sarà chiaro più avanti in questa discussione, a buona ragione. Ma da una parte per curiosità storica sarà interessante rivedere un testo così unico nel suo genere, dall’altro ci viene porta l’occasione di valutare alcuni elementi che riguardano le epistole di Paolo, la loro diffusione fra le chiese e ipotizzare anche sui primi passi della formazione del Nuovo Testamento.

Tutta la questione che porterà un anonimo ad azzardare una spuria produzione di una epistola paolina alla chiesa di Laodicea origina nelle chiuse delle stesse epistole dell’apostolo.

L’espressione che troviamo alla fine di Galati è particolarmente interessante: “Guardate con che grossi caratteri vi ho scritto di mia propria mano!” (Galati 6:11) e mostra con quanto coinvolgimento l’apostolo abbia messo mano a questa lettera mirata e specifica per i credenti definiti Galati. L’argomento stava tanto a cuore all’apostolo da spingerlo a scrivere egli stesso la lettera. Altrove si avvarrà di altri per farlo. Vedi Romani 16:22, “Io, Terzio, che ho scritto la lettera, vi saluto nel Signore”. (A mio avviso ciò va ad aggiungersi alle prove che l’epistola ai Galati non è la prima scritta da Paolo).

Chiudendo la prima epistola ai Tessalonicesi (5:27) a chi si riferiva Paolo quando diceva: “Io vi scongiuro per il Signore che si legga questa lettera a tutti i fratelli”? Parlava dei credenti di Tessalonica o dei credenti in generale?

Siamo all’inizio della cristianità e già c’era chi spacciava per opera di Paolo lettere che lui non aveva mai scritto – vedi l’esplicito riferimento in 2 Tessalonicesi 2:2. E ciò con il solo scopo di avvalorare questa o quella tesi contraria alla sana dottrina. Era solo l’inizio di una serie di falsi che sarebbero spuntati come i funghi nei decenni a venire ad opera di questa o quella setta in cerca di un qualche credito per le proprie dottrine. Paolo pone subito rimedio marchiando come autentica la sua epistola: “Il saluto è di mia propria mano, di me, Paolo; questo serve di segno in ogni mia lettera; è così che scrivo” (2 Tessalonicesi 3:17).

Difficile sottostimare quanto questi tentativi di plagio possano essere stati importanti. Devono aver messo le prime comunità cristiane sul “chivalà” circa l’autenticità degli scritti che passavano per le loro mani. Ciò che voleva essere un primitivo attentato alla nascita del Nuovo Testamento, finì, come spesso accade nei miseri tentativi del nemico, per contribuire ad una più consapevole cernita degli scritti autenticamente apostolici.

Anche ai Corinzi la medesima rassicurazione sull’origine paolina della missiva loro indirizzata: “Il saluto è di mia propria mano: di me, Paolo” (1 Corinzi 16:21).

Per la seconda ai Corinzi il bisogno di certificare l’autenticità è meno pressante. Il contenuto stesso dell’epistola che risponde a delle specifiche questioni dei Corinzi ed ha riferimenti personali troppo specifici è di per se segno dell’origine paolina.

Efesini, Colossesi e Filemone hanno viaggiato insieme, date in custodia alle cure di Tichico e Onesimo. Sono state scritte certamente durante la prigionia dell’apostolo a Roma. Queste conclusioni sono tratte fuori di dubbio alcuno mettendo a raffronto Efesini 6:21-22, dove Paolo nomina Tichico, e Colossesi 4:7-9, 11 dove vengono citati Tichico e Onesimo. Ne abbiamo già parlato.

Nella chiusa dell’epistola ai Colossesi troviamo una interessante affermazione, che un po’ echeggia a quella di 1 Tessalonicesi 5:27 e che vale la pena citare qui per esteso.

“Tutto ciò che mi riguarda ve lo farà sapere Tichico, il caro fratello e fedele servitore, mio compagno di servizio nel Signore. Ve l’ho mandato appunto perché conosciate la nostra situazione ed egli consoli i vostri cuori; e con lui ho mandato il fedele e caro fratello Onesimo, che è dei vostri. Essi vi faranno sapere tutto ciò che accade qui. Vi salutano Aristarco, mio compagno di prigionia, Marco, il cugino di Barnaba (a proposito del quale avete ricevuto istruzioni; se viene da voi, accoglietelo), e Gesù, detto Giusto. Questi provengono dai circoncisi, e sono gli unici che collaborano con me per il regno di Dio, e che mi sono stati di conforto.  Epafra, che è dei vostri ed è servo di Cristo Gesù, vi saluta. Egli lotta sempre per voi nelle sue preghiere perché stiate saldi, come uomini compiuti, completamente disposti a far la volontà di Dio. Infatti gli rendo testimonianza che si dà molta pena per voi, per quelli di Laodicea e per quelli di Ierapoli. Vi salutano Luca, il caro medico, e Dema. Salutate i fratelli che sono a Laodicea, Ninfa e la chiesa che è in casa sua. Quando questa lettera sarà stata letta da voi, fate che sia letta anche nella chiesa dei Laodicesi, e leggete anche voi quella che vi sarà mandata da Laodicea. Dite ad Archippo: “Bada al servizio che hai ricevuto nel Signore, per compierlo bene”. Il saluto è di mia propria mano, di me, Paolo. Ricordatevi delle mie catene. La grazia sia con voi” (Colossesi 4:7-18).

In particolare ci interessa una affermazione che però non dobbiamo fare l’errore di decontestualizzare: “Quando questa lettera sarà stata letta da voi, fate che sia letta anche nella chiesa dei Laodicesi, e leggete anche voi quella che vi sarà mandata da Laodicea”.

Paolo non sta affermando che esista una lettera scritta ai Laodicesi. Potrebbe essere così, ma non necessariamente. Egli letteralmente chiede che a Colosse venga letta l’epistola inviata da Laodicea, non l’epistola (scritta) ai Laodicesi.

Visto come sono posizionate le città sarebbe facile immaginare che arrivati ad Efeso, i latori delle epistole Paoline abbiano consegnato agli Efesini la lettera loro indirizzata e che una copia di questa, forse già approntata in precedenza, sia stata consegnata alla chiesa di Laodicea, per la quale andava più che bene, visto il contenuto generico della stessa. A Colosse è stata consegnata quella che la riguardava. Quindi la raccomandazione di Paolo: “Quando questa lettera sarà stata letta da voi, fate che sia letta anche nella chiesa dei Laodicesi, e leggete anche voi quella che vi sarà mandata da Laodicea”. Credo abbia senso.

Nella Chiesa antica, ma anche quella odierna, si sono sprecate le supposizioni in proposito a questa circostanza.

L’eretico Marcione pensava che l’epistola scritta ai Laodicesi fosse quella che noi oggi conosciamo come epistola agli Efesini. E, in un certo senso poteva anche aver ragione, se a loro era stata consegnata subito una copia di Efesini. È comunque opinione di alcuni studiosi che quest’ultima epistola debba considerarsi quasi un’epistola circolare e che l’inserimento della specificazione nell’introduzione “in Efeso” forse non faceva parte dell’originale. Ora, è vero che la lettera è un po’ generica nei saluti; ma difficile immaginare che esistessero due copie, una con l’intestazione “in Efeso” e l’altra “in Laodicea”, perché le problematiche discusse dal testo possono in un certo senso aver riguardato anche la realtà di Laodicea, e anche della Chiesa dei gentili in generale, ma traggono spunto da delle circostanze che riguardavano specificamente la chiesa in Efeso, che quindi ne era la naturale prima e unica destinataria. Poi il messaggio, per questo parliamo di epistole, raggiunge tematiche che abbracciano realtà universali e per ciò diviene importante la sua diffusione.

Il manoscritto Sinaitico (א) risalente al IV secolo, legge così Efesini 1:1:

“Παῦλος ἀπόστολος ΙΥ ΧΥ διὰ θελήματος θεοῦ τοῖς ἁγίοις τοῖς οὖσιν καὶ πιστοῖς ἐν Χριστῷ Ἰησοῦ”

Letteralmente:

“Paolo apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio ai santi che sono e fedeli in Cristo Gesù”.

Si accodano il papiro P46 (II secolo) e il codice Vaticano, chiamato B (IV Secolo). Bisogna aggiungere, però, che i correttori di Vaticano e di Sinaitico hanno aggiunto nel margine “in Efeso” – quindi da che parte realmente stiano questi manoscritti può essere argomento di discussione. La lettura tronca “ai santi che sono” non ha alcun un senso. Difatti il Nestle-Aland nella sua 28ma edizione, decide di mantenere la lettura in Efeso,

Παῦλος ἀπόστολος Χριστοῦ Ἰησοῦ διὰ θελήματος θεοῦ τοῖς ἁγίοις τοῖς οὖσιν [ἐν Ἐφέσῳ] καὶ πιστοῖς ἐν Χριστῷ Ἰησοῦ·

Onestamente non capisco perché il testo sia tra parentesi o perché venga messa in dubbio l’autenticità di “in Efeso”, visto il fatto che si trova nel resto della tradizione manoscritta.

È ovvio che o 1) qualche sbadato copista abbia o 2) qualcuno influenzato da idee marcionite o similari, abbia fatto cadere “in Efeso” più o meno accidentalmente.

Una lettura che avrebbe potuto sperare veramente di competere con quella in fondo presente in tutte le prove manoscritte avrebbe dovuto omettere

τοῖς οὖσιν ἐν Ἐφέσῳ,

lasciando così

τοῖς ἁγίοις καὶ πιστοῖς ἐν Χριστῷ Ἰησοῦ•

Che in italiano sarebbe stato: “ai santi e fedeli in Cristo Gesù”. Ma ci saremmo trovati davanti a qualcosa di chiaramente anomalo: un’epistola senza destinatari.

Quindi, l’unica semplice, naturale soluzione è che la lettura tradizionale è certamente quella corretta.

L’epistola agli Efesini potrebbe essere quella di cui si parla in Colossesi 4:16? Il fatto che lo sostenesse lo gnostico Marcione non depone a favore dell’omissione nella tradizione alessandrina – perché è quella che omette – anzi, potrebbe essere un fattore che ne ha motivato l’origine.

Si tratta di una questione di puro interesse accademico ma di nessuna rilevanza pratica. Allo stesso tempo, l’omissione “in Efeso”, come sottolinea l’intervento dei correttori in Vaticano e Sinaitico, serve solo a svilire il valore della testimonianza al testo biblico dei manoscritti che la propongono.

Ma veniamo all’argomento specifico di questo intervento.

Sempre a Colossesi 4:16 è da ascriversi l’ispirazione per un clamoroso falso, che è circolato con un certo successo nella chiesa latina, proprio un’epistola ai Laodicesi.

La copia più antica di questa epistola è il manoscritto Fulda che ha come autore Vittorio di Capua, e risale al 546 d.C.  Essa si trova in oltre 100 copie della traduzione latina della Bibbia, la Vulgata. Il più prestigioso manoscritto che la contiene è appunto il codice Fuldensis, 546 d.C.

Verso il finire del X secolo un monaco del Dorset compose un trattato nell’antico dialetto sassone sui libri dell’Antico e del Nuovo Testamento, dicendo che Paolo aveva composto 15 epistole. Egli colloca Laodicea dopo Filemone.

L’epistola ai Laodicesi si trova nelle Bibbie tedesche prima che Lutero completi la sua versione, a cominciare dalla prima edizione in tedesco del 1488. Qui Laodicesi si trova fra Galati ed Efesini.

Nella prima bibbia in ceco (Bibbia di Boemia), pubblicata a Praga nel 1488, Laodicesi si trova fra Colossesi e 1 Tessalonicesi.

Girolamo, l’autore della Vulgata, esprime dubbi sulla sua autenticità. Erasmo da Rotterdam ha espresso anche lui parere negativo circa l’autenticità della lettera e da allora essa venne tolta da tutte le edizioni del Nuovo Testamento.

Fu il concilio di Firenze del 1439-43 che, facendo eco ad un comune sentire della Chiesa, chiuse la questione anche per l’occidente escludendola categoricamente dal canone paolino, che veniva considerato di 14 epistole, includendo Ebrei.

Questo il testo dell’epistola ai Laodicesi, che sopravvive solo in un originale latino:

1 Paulus apostolus non ab hominibus neque per hominem sed per Iesum Christum, fratribus qui sunt Laodiciae. 2 Gratia vobis et pax a Deo Patre et Domino Iesu Christo. 3 Gratias ago Christo per omnem orationem meam, quod permanents estis in eo et perseverantes in operibus eius, promissum expectantes in diem iudicii. 4 neque destituant vos quorundam vaniloquia insinuantium, ut vos evertant a veritate evangelii quod a me praedicatur. 5 veritatis evangelii deservientes et facientes benignitatem operum quae salutis vitae aeternae 6 et nunc palam sunt vincula mea quae patior in Christo; quibus laetor et gaudeo. 7 et hoc mihi est ad salutem perpetuam; quod ipsum factum orationibus vestris et administrantem Spiritum Sanctum, sive per vitam sive per mortem. 8 est enim mihi vere vita in Christo et mori gaudium. 9 et in ipsum in vobis faciet misericordiam suam, ut eandem dilectionem habeatis et sitis unianimes. 10 ergo, dilectissimi, ut audistis praesentia mei, ita retinete et facite in timore Dei, et erit vobis vita in aeternum; 11 est enim Deus qui operatur in vos. 12 et facite sine retractu quaecumque facitis. 13 et quod est, dilectissimi, gaudete in Christo. et praecavete sordidos in lucro. 14 omnes sint petitiones vestrae palam apud Deum. et estote firmi in sensu Christi. 15 et quae integra et vera et pudica et iusta et amabilia facite. 16 et quae audistis et accepistis, in corde retinete, et erit vobis pax. 17 salutate omnes fratres in osculo sancto. 18 salutant vos sancti. 19 gratia Domini Iesu cum spiritu vestro. 20 et facite legi Colosensium vobis.

Traduzione in italiano

  1. Paolo, apostolo, non dagli uomini né per mezzo di un uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo, ai fratelli che sono a Laodicea.
  2. Grazia a voi e pace da Dio Padre e dal Signore Gesù Cristo.
  3. Rendo grazie a Cristo in ogni mia preghiera, perché rimaniate in lui e perseveriate nelle sue opere, attendendo la promessa nel giorno del giudizio.
  4. Né vi scoraggino le chiacchiere vane di alcuni che insinuano cose per distogliervi dalla verità del Vangelo che vi ho annunciato.
  5. Servendo la verità del Vangelo e compiendo opere di bontà che portano alla salvezza e alla vita eterna.
  6. E ora sono palesi le mie catene che soffro in Cristo; in esse mi rallegro e gioisco.
  7. E questo è per me per la salvezza eterna, ciò che è stato realizzato grazie alle vostre preghiere e all’opera dello Spirito Santo, sia nella vita che nella morte.
  8. Infatti, per me la vera vita è in Cristo e morire è gioia.
  9. E in lui compirà la sua misericordia in voi, affinché abbiate lo stesso amore e siate di comune accordo.
  10. Dunque, carissimi, come avete ascoltato in mia presenza, così mantenete e agite nel timore di Dio, e avrete vita eterna.
  11. Infatti, è Dio che opera in voi.
  12. E operate senza esitazione in tutto ciò che fate.
  13. E inoltre, carissimi, gioite in Cristo e guardatevi da chi è corrotto nel guadagno.
  14. Siano rese note tutte le vostre richieste davanti a Dio, e siate saldi nel pensiero di Cristo.
  15. E fate ciò che è integro, vero, puro, giusto e amabile.
  16. E ciò che avete ascoltato e ricevuto, conservatelo nel cuore, e avrete pace.
  17. Salutate tutti i fratelli con un santo bacio.
  18. Vi salutano i santi.
  19. La grazia del Signore Gesù sia con il vostro spirito.
  20. E fate leggere questa lettera ai Colossesi.

Come è evidente già da una lettura superficiale, ci troviamo davanti al più innocuo dei testi apocrifi. Non dice infatti nulla che Paolo non abbia detto nelle sue epistole e, come disse Lightfoot, ci troviamo davanti ad un collage di frasi autenticamente paoline messe insieme per l’occasione.

Le probabilità che questo scritto sia autentico, ovviamente sono nulle. Per via di chi ne ha sporadicamente e in maniera circoscritta sostenuto l’autenticità. Per via delle prove manoscritte. Per via del testo, palesemente un tentativo di rimediare all’apparente mancanza di un’epistola inviata a Colosse da Laodicea ed esplicitamente indirizzato a quest’ultima da Paolo.

Inoltre sfugge la necessità che ai Colossesi, ai quali è già stata scritta una epistola dai meravigliosi contenuti, sarebbe stato così pressante e necessario leggere un’epistola che è solo una raccolta di frasi paoline – palesemente assemblate dalle altre epistole dell’apostolo.

Purtroppo ai Laodicesi sarebbe stata davvero scritta una lettera qualche anno dopo, per mezzo dell’apostolo Giovanni e il cui testo troviamo nell’Apocalisse.

Questo articolo è tratto dal mio libro sull’apostolo Paolo e su quello di Antonino Taverna, che consiglio a chi volesse beneficiare di un testo che offre una attenta analisi dei giorni di Paolo a Damasco. Basta cliccare sulla copertina per saperne di più.

 

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