di Giuseppe Guarino
CRONOLOGIA E BIBBIA
Incongruenze o stile letterario?
INDICE
Introduzione
Daniele
I vangeli di Matteo e Marco
Quale Calendario?
Il Vangelo di Giovanni
Conclusione
Introduzione
Noi occidentali siamo ancora, in larga misura, asserviti al dio Kronos.
Ma che cos’è, esattamente, la cronologia? Così la definisce la Treccani:
«cronologìa s. f. [dal gr. tardo χρονολογία, comp. di χρόνος “tempo” e -λογία “-logia”]. – 1. Disciplina che si propone di chiarire i rapporti temporali dei fatti storici, precisando la collocazione di ciascuno di essi nel tempo. 2. C. geologica, sinon. di geocronologia. 3. Ordine secondo il quale si succedono determinati fatti: la c. delle battaglie di Napoleone. 4. Opera che espone fatti storici nella loro successione cronologica.»
Kronos, il tempo inteso come scorrere inesorabile di anni, giorni, ore, minuti e secondi, divenne per i Greci — a seguito di varie peripezie mitologiche — una divinità. Non a caso diciamo ancora oggi che «il tempo è tiranno».
Forse non ce ne rendiamo conto, ma la mentalità greca continua a esercitare una profonda influenza sulla nostra quotidianità, rendendoci, in un certo senso, schiavi del tempo. Questa naturale propensione a ordinare ogni cosa secondo una sequenza temporale, quando applicata allo studio degli eventi storici, prende il nome di cronologia. Istintivamente analizziamo i fatti disponendoli in ordine cronologico e, quando tale ordine viene meno, percepiamo la narrazione come confusa o difettosa. Se un racconto non ossequia il dio Kronos, siamo pronti a gridare allo scandalo.
Eppure non è sempre stato così.
Non è dunque uno scandalo se, in armonia con il contesto culturale e storico in cui fu composta, la Bibbia non riconosce un vincolo cronologico rigido nella narrazione degli eventi. O, più precisamente, l’intento narrativo e teologico nella Sacra Scrittura assume una precedenza assoluta rispetto alla cronologia.
Quando alcuni rilevano presunti errori cronologici nei Vangeli, il problema non è la Bibbia, ma l’ignoranza di fatti storici e letterari ormai accertati. Nelle Scritture non è il quando ad avere la preminenza, bensì il senso degli eventi. La Bibbia, in altre parole, si scrolla di dosso la nostra ossessione per l’ordine cronologico per orientare il lettore verso qualcosa di più importante: il significato; qualcosa di più profondo: la Verità.
Non si tratta, dunque, di errori, ma di intento.
Non di imprecisioni, ma di una conferma dell’antichità e dell’ebraicità — e quindi, indirettamente, dell’autenticità — degli scritti biblici, e in particolare dei Vangeli.
Vediamo ora, in concreto, di cosa stiamo parlando.
Daniele
Daniele è un libro particolare, oggetto di attacchi dal primo secolo d.C. a oggi, proprio a causa delle profezie straordinarie che contiene. Attacchi che vengono dall’esterno, dal filosofo Porfirio nei primi secoli del cristianesimo, silenziato dalla Chiesa nascente, e dall’interno, dalla critica liberale.
Questi i libri che ho scritto e pubblicato in proposito.
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Nelle nostre Bibbie collochiamo Daniele tra i Profeti — fra i cosiddetti profeti maggiori e i dodici minori — mentre nel canone ebraico si trova tra gli Scritti (Ketuvim), e a buon diritto. Alcuni studiosi sostengono che questa collocazione nella terza sezione del Tanakh implichi una composizione tarda del libro di Daniele e la sua conseguente tarda ricezione nel canone. Tale conclusione, tuttavia, non è dimostrabile. La sua inclusione tra gli Scritti non dipende dalla datazione, ma chiaramente dallo stile della narrazione, che lo distingue nettamente dai libri profetici classici.
Vediamo ora come si sviluppa la cronologia nel libro di Daniele, nel modo più semplice possibile.
| 607 a.C. →
Impero neo-babilonese |
536 a.C. →
Medo-persiani |
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| Daniele capitoli | |||
| 1, 2, 3, 4, 5 | 6 | ||
| 7, 8 | 9, 10, 11, 12 | ||
Per quanto riguarda Daniele, il suo libro e le sorti del popolo ebraico condotto in cattività, il momento storico del regno neo-babilonese che ci interessa è il 607-606 a.C. circa.
Durante i quarantatré anni di regno di Nabucodonosor e dei suoi successori sono ambientati i capitoli da 1 a 5. Nel capitolo 5, con notevole precisione di dettagli storici, viene narrata la caduta di Babilonia e l’insediamento dei Persiani sotto Ciro.
Il capitolo 6 racconta eventi avvenuti durante questa nuova egemonia medo-persiana. Alcuni, male informati — sebbene spesso ben titolati — vedono qui un’incongruenza storica, poiché confondono il Dario della dinastia persiana con il Dario medo, che Ciro pose a capo della provincia babilonese (cfr. Daniele 5:31). La scelta di un Medo per l’amministrazione di Babilonia era motivata dal fatto che Babilonesi e Medi erano stati in passato alleati, quando insieme avevano causato la caduta dell’impero assiro, secondo la ben nota logica per cui il nemico del mio nemico è mio amico. Un medo risultava quindi la persona più indicata per questo incarico.

I primi sei capitoli del libro di Daniele sono dunque disposti in ordine cronologico.
I capitoli 7 e 8, invece, tornano indietro nel tempo, collocandosi ancora durante il periodo dei re babilonesi. Dal capitolo 9 in avanti, la narrazione riprende un ordine cronologico. I capitoli 9 e 11 si collocano durante il regno di Dario il Medo, poiché il profeta Daniele ricevette queste visioni mentre si trovava ancora a Babilonia. Nel capitolo 10, invece, viene citata la datazione Persiana, visto che viene menzionato il re persiano Ciro.
Nel mio libro su Daniele ho definito questa peculiarità del libro “disordine cronologico”. Come si può vedere, ed è piuttosto evidente, la prima porzione del libro — i capitoli da 1 a 6 — segue un ordine cronologico. Dal capitolo 7 al 12, invece, si torna indietro a quando i babilonesi erano al potere, per poi proseguire nuovamente secondo la successione temporale.
L’intento narrativo è dunque più importante dell’ordine cronologico. È il significato degli eventi a essere determinante, non il momento in cui essi sono accaduti.
Se qualcuno dovesse concludere da ciò che il libro di Daniele non sia un’opera unitaria, si sbaglierebbe. Citerò un solo elemento a sostegno della sua unità: il bilinguismo del libro. Come è noto, Daniele è stato scritto in aramaico ed ebraico. In ebraico sono redatti il capitolo 1, i primi tre versetti del capitolo 2 e i capitoli da 8 a 12; in aramaico le restanti sezioni. L’unità del libro appare evidente. Il capitolo 1 appartiene alla prima divisione (capitoli 1–6), mentre il capitolo 7, pur essendo scritto in aramaico, è chiaramente in base ai contenuti parte della seconda metà del libro (capitoli 7–12). Le sezioni in ebraico riguardano strettamente la nazione di Israele; quelle in aramaico, lingua internazionale dell’epoca, si rivolgono alle nazioni in generale e trasmettono un messaggio di portata più universale, destinato ai contesti in cui Israele era stato disperso.
I Vangeli di Matteo e Marco
Marco è il Vangelo che a mio avviso conserva un ordine cronologico più attendibile, almeno per quanto riguarda l’ultima settimana di Gesù, dopo il suo ingresso a Gerusalemme.
Ne ho discusso ampiamente in un libro.
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Matteo invece, in ossequio al principio che vuole l’intento superiore all’adesione alla sequenza temporale, con maggiore attenzione al cosa piuttosto che al quando, gestisce diversamente la sua narrazione.
Propongo su due colonne i due vangeli per dimostrarlo.
| Matteo 21 | Marco 11 |
| Versi da 1:11. Gesù entra a Gerusalemme | Versi 1 a 10. Gesù entra a Gerusalemme |
| v. 11 Gesù torna a Betania
E Gesù, entrato in Gerusalemme, venne nel tempio; ed avendo riguardata ogni cosa attorno, essendo già l’ora tarda, uscì verso Betania, con i dodici. |
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| v. 12 a 14 La mattina seguente Gesù maledice il fico
Il giorno seguente, quando furono usciti da Betania, egli ebbe fame. Veduto di lontano un fico, che aveva delle foglie, andò a vedere se vi trovasse qualche cosa; ma, avvicinatosi al fico, non vi trovò niente altro che foglie; perché non era la stagione dei fichi. Gesù, rivolgendosi al fico, gli disse: “Nessuno mangi mai più frutto da te!” E i suoi discepoli udirono. |
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| v. 12-16 Gesù purifica il tempio
12 Gesù entrò nel tempio, e ne scacciò tutti quelli che vendevano e compravano; rovesciò le tavole dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombi. |
15-18. Gesù purifica il tempio
15 Vennero a Gerusalemme e Gesù, entrato nel tempio, si mise a scacciare coloro che vendevano e compravano nel tempio…
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| v. 17 Gesù torna a Betania
E, lasciatili, se ne andò fuori della città, a Betania, dove passò la notte. |
v. 19 Gesù esce dalla città quella sera
Quando fu sera, uscirono dalla città. |
| v.18-20
La mattina, tornando in città, ebbe fame. E, vedendo un fico sulla strada, gli si accostò, ma non vi trovò altro che foglie; e gli disse: “Mai più nasca frutto da te, in eterno”. E subito il fico si seccò. I discepoli, veduto ciò, si meravigliarono, dicendo: “Come mai il fico è diventato secco in un attimo?” |
20-22 Il giorno dopo torna a Gerusalemme
La mattina, passando, videro il fico seccato fin dalle radici. Pietro, ricordatosi, gli disse: “Maestro, vedi, il fico che tu maledicesti è seccato”. |
Come vediamo, Matteo non si cura di specificare che Gesù tornò a Betania dopo il suo ingresso a Gerusalemme. Marco, invece, ci dice che la purificazione del tempio avvenne il giorno seguente. In Matteo, quell’evento segue immediatamente l’ingresso a Gerusalemme. L’intento narrativo supera dunque l’interesse per la cronologia.
Matteo deve enfatizzare la rottura definitiva con il giudaismo del Secondo Tempio, con Israele. È Israele il fico nel quale Gesù non trova frutto e che, per questo, viene maledetto.
Marco, al contrario, distribuisce su due giorni distinti sia la maledizione del fico sia la purificazione del tempio, che avviene il giorno dopo l’ingresso a Gerusalemme. Appare chiaro che Marco è più attento alla cronologia e, attraverso questa scansione temporale, mette in evidenza la pazienza di Dio. In Matteo, invece, la narrazione dei capitoli precedenti al capitolo 21 ha già fatto precipitare la situazione.
«Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta. Infatti vi dico che da ora in avanti non mi vedrete più, finché non direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”» (Matteo 23:37-39)
Ciò che a noi può apparire come un’incongruenza, o forse come un’omissione, è in realtà un intento preciso. Anche il modo in cui l’evento viene narrato è in ossequio alla verità che in esso si rivela.
Quella che potrebbe sembrare una contraddizione o un’imprecisione diventa così un autentico pregio dell’opera di Matteo. L’evangelista ci mostra come, con magistrale attenzione e guidato dallo Spirito Santo, abbia riportato gli eventi affinché emergessero le verità che il suo Vangelo era chiamato a esporre: una prospettiva affidatagli dallo Spirito, diversa da quella degli altri evangelisti e certamente non asservita alla cronologia, né a una rigorosa esposizione temporale degli eventi, ma orientata al loro significato profondo.
I fatti esistono. La realtà esiste. La Verità, però, è il modo in cui questi fatti vengono interpretati alla luce del perfetto piano e della volontà di Dio. Questo non significa alterare la realtà, ma conferire un senso eterno a ciò che accade.
Quale Calendario?
I vangeli sono delle opere letterarie meravigliose. Sono la Parola di Dio, ma anche letteratura. Infatti mi stupisco (o forse dovrei stupirmi se non fosse per il fatto che forse alla fine non c’è nulla di cui stupirsi), che non vengano studiati a scuola sotto il profilo squisitamente letterario.
Ho preso un libro molto bello a Malta che si intitola “The New Testament as Literature” scritto da Kyle Keefer e pubblicato dall’università di Oxford – scusate se è poco. Riporto alcune citazioni pertinenti con l’argomento di questo articolo dalle pagine 18 e 19.
“Queste narrazioni, chiamate vangeli, non si curano particolarmente della cronologia. Neanche un dettaglio fisico della persona di Gesù è menzionato”.
“Molti studiosi affermano che i vangeli sono perfettamente in linea con il genere delle antiche biografie, un genere che doveva soddisfare aspettative molto diverse dalle nostre”.
“La precisione cronologica, in questo stile di scrittura, viene messa al servizio alla tesi dominante dell’autore”.
Gli autori “…raccolgono il materiale che hanno ricevuto…lo posizionano e organizzano…in modo da essere adatto al loro prodotto finale”.
Quindi, nel loro mettere in secondo piano certi fattori come la cronologia, non solo i vangeli assecondano la mentalità ebraica che ereditano dal Tanakh ma sono in perfetta armonia con il genere letterario biografico del tempo.
Del resto, bisogna capire una cosa che può sembrare banale ma che fa la differenza: nel mondo antico non vi era un calendario uniforme. Si tratta di una conquista molto recente e gli storici lottano letteralmente per riuscire a far coincidere le date dei vari calendari locali fra di loro e in relazione al nostro calendario gregoriano.
Alcuni commentari al libro di Daniele, seguendo autori scandalosamente poco accorti, parlano di discrepanze nelle datazioni di Daniele, raffrontate con le date proposte invece dal libro di Geremia. In particolare alcuni vedono Daniele 1:1 in contraddizione con Geremia 25:1. Ma si tratta semplicemente di un uso di calendario diverso. Daniele adotta il calendario babilonese, Geremia quello in uso in Giudea. Nessuna incongruenza, solo calendari diversi.
In parole povere, se la Bibbia fornisse datazioni più particolari, vista la loro relatività, forse avremmo solo più confusione che chiarezza.
Il Vangelo di Giovanni
Un dettaglio del Vangelo di Giovanni mi colpisce particolarmente: la purificazione del tempio è collocata nel capitolo 2, nei versetti 13–25.
Questo posizionamento manda in crisi molti studiosi. Tuttavia, se teniamo a mente il principio che stiamo osservando — il disinteresse per il quando e l’attenzione per il senso di ciò che accade — non sarà difficile comprendere perché Giovanni possa collocare la purificazione del tempio all’inizio del suo Vangelo. Alcuni commentatori, come Arno C. Gaebelein, che stimo moltissimo, ipotizzano due purificazioni del tempio: una all’inizio del ministero di Gesù e una dopo il suo ingresso trionfale a Gerusalemme, alla fine del ministero. Non è così. Del resto, come è evidente leggendoli attentamente, i capitoli 2, 3 e 4 del Vangelo di Giovanni non presentano affatto un Gesù all’inizio del suo ministero.
In Matteo, Gesù inizia predicando il vangelo del Regno. Per diversi capitoli intima ai suoi discepoli di rivolgersi esclusivamente agli Israeliti, annunciando loro la salvezza. Il rifiuto del popolo di Dio è graduale e il conflitto con il clero giudaico cresce progressivamente, fino a culminare nella purificazione del tempio. In Giovanni, invece, il quadro è radicalmente diverso. Già nel capitolo 1 si afferma apertamente: «È venuto in casa sua, e i suoi non l’hanno ricevuto». E subito l’annuncio della salvezza assume una dimensione universale: «ma a tutti quelli che lo hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio» (Giovanni 1:11–12).
Il crescendo che caratterizza Matteo non esiste in Giovanni. Fin dall’inizio è chiarito che la salvezza è ormai aperta a tutta l’umanità. Mentre in Matteo leggiamo: “Da quel tempo Gesù cominciò a predicare e a dire: “Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino” (Matteo 4:17), in Giovanni invece subito Gesù è annunciato in prima persona come “l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo!” (Giovanni 1:29).
È in questo contesto che la purificazione del tempio segue immediatamente la chiamata dei discepoli e il primo miracolo.
È inoltre evidente che Giovanni 2, a partire dal versetto 13, non descrive un evento collocabile all’inizio del ministero di Gesù. Lo dimostrano sia la familiarità con il clero giudaico, sia quanto emerge chiaramente all’inizio del capitolo 3:
«Or c’era fra i farisei un uomo di nome Nicodemo, un capo dei Giudei. Questi venne a Gesù di notte e gli disse: “Maestro, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio, perché nessuno può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui”» (Giovanni 3:1–2)
A quali segni si riferisce Nicodemo? Fino a quel momento Giovanni ha narrato soltanto le nozze di Cana, un evento che non ebbe carattere pubblico. È quindi evidente che l’incontro con Nicodemo avviene in una fase avanzata del ministero di Gesù, quando un esponente di primo piano del clero giudaico sente il bisogno di incontrarlo per discernere se egli sia davvero il Messia promesso.
Sempre sul tema della chiamata universale si sviluppa il discorso di Giovanni nel capitolo 3, fino al versetto 21. Successivamente torna la figura di Giovanni Battista, la cui testimonianza assume toni marcatamente universalistici. Egli dichiara apertamente: «Egli rende testimonianza di ciò che ha visto e udito, ma nessuno riceve la sua testimonianza» (Giovanni 3:32). Qui emerge il rifiuto di Israele. Subito dopo segue un appello rivolto a tutti gli uomini: «Chi crede nel Figlio ha vita eterna; chi invece rifiuta di credere al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui» (Giovanni 3:36).
Non è casuale che nel capitolo 4 sia una samaritana — e per di più una donna — a riconoscere Gesù come il Messia. Da una parte abbiamo capi religiosi riluttanti; un uomo autorevole, ma confuso, che va di notte, di nascosto, a parlare con Gesù per indagare. Dall’altra, una Samaritana che non solo lo riconosce come il Messia, ma lo annuncia pubblicamente agli abitanti della sua città, i quali giungono alla fede. Per aiutare il lettore non familiare con questa complicata questione storica, e quanto “rivoluzionario” sia il comportamento di Gesù, l’evangelista precisa: «i Giudei non hanno relazioni con i Samaritani» (Giovanni 4:9). Gesù rompe gli schemi: rompe le barriere religiose e nazionali. Dio raggiunge chiunque sia disposto ad aprire la porta del cuore. Tuttavia, è importante notare che il Signore non rinnega la sua origine giudaica né l’elezione del suo popolo: «Voi adorate quel che non conoscete; noi adoriamo quel che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei». E subito aggiunge, in piena armonia con il tema dell’universalità dell’annuncio evangelico: «l’ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori» (Giovanni 4:22–23).
Il capitolo 4 si chiude in modo altamente significativo con la guarigione del figlio di un ufficiale. Gesù lo guarisce a distanza, senza recarsi fisicamente da lui. Questo episodio prefigura la salvezza che sarebbe giunta fino ai Gentili, popoli presso i quali Gesù non si recò mai personalmente, affidando invece questa missione ai suoi discepoli.
I primi quattro capitoli del Vangelo di Giovanni esprimono narrativamente ciò che Gesù dirà ai suoi discepoli dopo la risurrezione: «Riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme, in tutta la Giudea e Samaria, e fino all’estremità della terra» (Atti 1:8). Non è forse questa la progressione dell’annuncio del Cristo nei primi capitoli del quarto vangelo? Prima ai Giudei, che in larga parte non credono; poi ai Samaritani; infine ai Gentili.
Conclusioni
Leggo e studio i Vangeli e la Bibbia in generale da oltre quarant’anni. Ancora oggi rimangono per me una meravigliosa e continua scoperta di nuovi tesori, non solo spirituali, ma anche letterari.
Chi apre la Bibbia alla ricerca di errori perde tempo. Chi la richiude in fretta, convinto di avervi trovato incongruenze e contraddizioni, soddisfatto di potersi dare una pacca sulla spalla e di non doversi confrontare con il Dio dei cristiani, non sa davvero cosa si perde.
Quando, tempo fa, mi misi alla ricerca della cronologia nelle quattro diverse narrazioni evangeliche dell’ultima settimana di Gesù — con l’intento di ricostruire la corretta sequenza degli eventi di quegli ultimi giorni del suo ministero — fui colpito da due elementi opposti e complementari: da un lato l’assoluto disinteresse degli evangelisti per una rigida scansione cronologica; dall’altro il meraviglioso dispiegarsi di verità e messaggi d’amore eterni. Questo percorso mi portò a rivedere molti miei preconcetti e, dopo anni di approfondimenti storico-filologici, maturai la convinzione che la nostra ossessione per la cronologia non appartiene agli scritti biblici.
Nella libertà espressiva del potente messaggio della salvezza, prende invece il sopravvento tutta la straordinaria peculiarità di uno stile letterario unico e grandioso. Così nascono i Vangeli: dalla cultura ebraica, dal giudaismo del Secondo Tempio, dalla testimonianza del Cristo risorto, troppo dirompente per restare confinata entro i ristretti confini di Israele o per essere asservita al mero succedersi di giorni, mesi e anni del nostro calendario.
Nessun errore, dunque; nessuna incongruenza. Piuttosto, un intento letterario magistralmente affidato alle parole e ai supporti materiali — papiro, pergamena, carta — affinché la Verità e potenza del Vangelo potesse viaggiare nel tempo fino a noi: dominando Kronos, senza mai esserne schiavo.
“Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”
(Matteo 24:35, Marco 13:31, Luca 21:33).



