Cancellare ogni traccia: libri al rogo

di Giuseppe Guarino

Nota dell’autore: questo articolo contiene errori, è stato scritto da un essere umano.

Quando mi viene detto che i libri non sono importanti. Quando mi si dice – a volte con orgoglio – che non piace leggere, che non piacciono i libri. Quando vedo case piene di dispositivi elettronici ma spogli di libri. Io sto davvero male, seriamente male.

Io credo che solo lo schiavo riesca ad apprezzare la gioia della libertà quando la conquista. Tutto ciò per cui si è lottato è prezioso, ma ciò che si ha in eredità spesso si dà per scontato, e forse non se ne percepisce il valore.

La libertà dei paesi occidentali non è arrivata per caso. Non esiste nessuna classe governante o privilegiata che sia mai stata veramente e totalmente disposta a cedere anche solo parte della libertà e ricchezza che possiede. I popoli che sono liberi hanno dovuto lottare per esserlo.

Fra le cose che costituiscono la nostra libertà vi è il sapere. Il sapere vero, libero, non censurato. E nessun metodo ad oggi è più valido di un libro per la definizione, per l’affermazione e la diffusione di un’idea e del pensiero.

 

Già da un’antichità remotissima l’uomo ha fermato le proprie idee e parole in forma scritta. Le tracce più antiche di scrittura sono in sumerico e risalgono a circa seimila anni fa.

Quattromila anni fa circa, durante la terza dinastia di Ur in Mesopotamia, persino una transazione così semplice come la vendita di una pecora avveniva tramite un accordo scritto. Ad un tempo ancora più remoto risalgono le migliaia di testi rinvenuti a Ebla da una spedizione archeologica italiana.

Dell’antico Egitto ci sono arrivate iscrizioni murarie, nelle piramidi, nelle tombe e su tavolette d’argilla, in particolare la cosiddetta corrispondenza di Amarna. Grazie all’arte decorativa dell’antica scrittura geroglifica, la cultura egiziana è potuta giungere sino ai nostri giorni. Ma i pochi reperti non incisi su pietra, ma su papiro hanno rivelato un mondo ancora più complesso. Papiri risalenti intorno al 1700-1500 a.C. testimoniano delle conoscenze matematiche e chirurgiche di quel popolo. Probabilmente se il papiro fosse riuscito a sopravvivere al passaggio dei secoli oggi molte di quelle cose che non sappiamo della tecnologia egiziana ci sarebbero state chiare.

 

Chi governa lo sa, chi sta al potere conosce quanto sia potente un libro.

Guardate cosa ci dice la storia.

L’Imperatore Qin Shi Huang (III sec. a.C.), primo imperatore della Cina ordinò di bruciare tutti i libri di storia e filosofia. Voleva che la storia iniziasse con lui.

Nella prima guerra mondiale si verificò il cosiddetto “Stupro del Belgio”. Il 25 agosto 1914 i tedeschi devastarono la città di Lovanio; deliberatamente, con la benzina, diedero fuoco alla biblioteca dell’Università Cattolica che conteneva circa 300.000 libri e manoscritti medievali. Per sancire il principio che “a volte ritornano”, il regime nazista bruciò in pubblico migliaia di libri scritti da ebrei e oppositori politici. Il rogo più grande avvenne a Berlino il 10 maggio 1933.

Attraverso l’Inquisizione, la Chiesa di Roma ha promosso la distruzione di testi considerati eretici o pericolosi per la fede. Per citare un esempio su tutti: i libri del filosofo Giordano Bruno vennero bruciati insieme a lui nel 1600. Un concilio a Tolosa nel 1229 giunse a proibire ai laici francesi il possesso di copie della Bibbia; nel 1234 un altro concilio, Tarragona, ordinò il rogo delle traduzioni della Bibbia in lingue volgari.

La lista potrebbe continuare.

 

Perché sono proprio i libri ad essere presi di mira?

Perché un libro lo leggi, lo rileggi, lo studi, lo mediti; lo tieni a casa tua e qualcun altro potrà trovarlo e a sua volta leggerlo. Un libro ferma un’idea in maniera chiara e univoca.

Ho letto “1984” di Orwell e, come molti, sono rimasto sconvolto da quante analogie sono possibili fra il futuro distopico descritto in quel romanzo e il mondo di oggi.

Il protagonista di “1984” aveva una mansione specifica e credo che Orwell abbia inserito di proposito questo dettaglio. Winston, si chiama così, corregge gli scritti pubblicati per conto del Ministero della Verità affinché siano conformi al pensiero del Grande Fratello, cancellando le divergenze di idee, distruggendo gli originali difformi, facendo in modo che scompaia ogni traccia di dissenso passata e presente.

Ray Bradbury è autore di quello che ormai è divenuto un classico, “Fahrenheit 451”. Si tratta di una narrazione distopica su un mondo futuro nel quale la lettura e il possesso dei libri è illegale, perché impossibile da controllare come sicuro mezzo di propaganda. Viene preferita la televisione, che è controllata dal regime. Se non vi fa riflettere questo, non so cosa aggiungere.

 

Se riflettiamo un attimo, se riusciamo a staccarci un attimo dalla corsa alla quale ci costringe la vita odierna, se riusciamo a liberarci dall’intrattenimento che ormai riempie ogni possibile vuoto di silenzio delle nostre vite, nel silenzio forse potremo comprendere quanto può essere fondamentale un libro.

Non è per caso se a oggi non sia stato trovato nessun supporto migliore per lo studio e l’approfondimento di qualsiasi materia. I libri sono fondamentali durante i cicli di studio. E il cartaceo rispetto al digitale è oggettivamente il supporto ancora oggi più valido e funzionale.

La lettura e ancora di più lo studio richiedono impegno, dedizione. Ma se vogliamo dar vita e vigore ai nostri neuroni, pensare seriamente, conoscere, valutare, nulla è più indicato di un libro.

 

Nel XVI secolo William Tyndale tradusse la Bibbia in una lingua comprensibile dal popolo e ne promosse la lettura. Le molte versioni che oggi sono a nostra disposizione sono figlie di un periodo in cui la più grande ribellione possibile contro la tirannide religiosa fosse tradurre la Bibbia e farla leggere alla gente comune.

Sappiamo di questo grande promotore della autentica cultura religiosa cristiana perché il suo lavoro è sopravvissuto, perché dei libri ne parlano. Se si fosse riuscito a silenziare la sua voce, distruggere tutte le copie della sua traduzione biblica e non ci fosse arrivato alcun libro che parlasse della libertà voluta e conquistata da parte di alcuni individui coraggiosi del passato, oggi non godremmo della libertà che hanno conquistato anche per noi di loro non sarebbe rimasta nessuna memoria. Tanto dobbiamo ai libri!

 

Sulla mia materia posso dire qualcosa in più.

Se non fossero stati scritti i Vangeli qualsiasi opinione su Gesù andrebbe bene. Se oggi invece possiamo controbattere con evidenze storiche a chi ha idee fantastiche, lo dobbiamo proprio al “libro” che ha fermato i fatti in maniera certa.

Se nessuno può oggi inventarsi gran che sul Cristianesimo, lo dobbiamo al “libro” che ne custodisce, ferma e tramanda gli insegnamenti.

Amo la storia della trasmissione del testo biblico e l’ho studiata in maniera approfondita, così come la sua origine e la formazione del testo che attualmente utilizziamo.

Per secoli, la Chiesa, quella nascente prima, quella dei primi secoli poi, si è prodigata perché si individuassero i testi attendibili, si scartassero i plagi, i clamorosi falsi, e si tramandassero prove storiche attendibili sui fatti che riguardano la nostra fede.

Per secoli, privatamente prima, poi nei monasteri, la copia dei manoscritti biblici del Nuovo Testamento è andata avanti parallelamente alla sapiente opera degli scribi giudaici, la cui scrupolosità, al di là di ogni possibile immaginazione, è stata messa al servizio per la preservazione dell’Antico Testamento come ci arriva oggi.

 

Ora facciamo un passo avanti: utilizziamo intuito e analisi della situazione attuale e proiettiamoci in un possibile futuro. Come Orwell e Ray valutiamo la realtà attuale e proiettiamola in un possibile futuro, a noi più prossimo che a loro, quindi leggermente più chiaro, più prevedibile.

La digitalizzazione è una bella cosa. Come le tante cose buone dell’uomo può essere utilizzata per il bene e per il male. L’energia atomica è stata una grande conquista, ma le nostre manie di autodistruzione l’hanno subito consacrata ad un utilizzo militare. Oggi abbiamo l’IA, l’intelligenza artificiale, che così tanto ricorda il Grande Fratello Orwelliano, che tutto osserva e tutto sa. Si tratta anche qui di una meravigliosa conquista della scienza e della tecnologia dell’uomo. Ma sapremo utilizzarla per il bene dell’umanità? La corsa dei governi all’utilizzo militare e come mezzo di controllo non lascia presagire nulla di buono. Sono pessimista o realista? Non è forse un’analisi concreta, e non un cieco ottimismo, che può permettere di porre rimedio a certe circostanze prima che sia innescato un processo irreversibile?

In un mondo dove non esistono libri e tutto è digitalizzato, ogni espressione non gradita di pensiero potrebbe essere facilmente obliterata, cancellata come se non fosse mai nemmeno esistita. Chi ha un’età come me (58 anni questa settimana) vede nella generazione attuale di Tik Tok e di social sempre più legati alla velocità e votati all’intrattenimento, nota come ciò danneggi oggettivamente il senso critico e il tempo dedicato alla riflessione pura. Una fuga più o meno consapevole da una realtà oggettivamente sgradevole riguarda una buona percentuale di giovani e non solo. Il motto “vivere alla giornata” non è stato mai così in voga.

 

Per fortuna abbiamo ancora i nostri libri. Cartacei. Tangibili. Inalterabili. Il cuore mi si colma di gioia quando vedo una nuova libreria: lì è la libertà, il pensiero, le opinioni; non importa di chi e quali.

 

Con questo mio articolo voglio incitare alla rivoluzione: acquistate libri, cartacei. Leggeteli. Fermatevi a riflettere. Prendete appunti, traete conclusioni, formatevi idee e opinioni vere e non che viaggiano sull’onda della moda, dei social o peggio della televisione.

Investite in voi stessi e nel vostro futuro: comprate libri; regalateli, quando avete letto quelli che avete e non c’è più spazio a casa vostra dateli a chi saprà farne buon uso: nessun libro è stato scritto perché prendesse polvere in uno scaffale.

Rivoltatevi contro chi vi vuole intrattenuti, confusi e storditi: fermatevi, comprate libri e leggeteli. Non possiamo dare per scontata la libertà che altri hanno conquistato per noi. Difendiamola, quotidianamente, dedicandoci alla conoscenza, al pensiero e alla sua diffusione: sosteniamo i libri, gli editori e le librerie.

Non permettiamo che nuovi, più sottili e sofisticati roghi tecnologici mettano a tacere la libertà del pensiero dell’uomo cancellandone la sua più lucida e consapevole espressione: IL LIBRO.

 

20 Luglio 2026

 

Aggiungo a questo articolo un racconto “distopico” intitolato “Reception 2040”.

Era l’ultimo atto che consacrava il mio ritiro definitivo: andare a prendere le mie ultime cose rimaste in struttura, e concludere così i quasi dieci anni di servizio e godermi finalmente la mia pensione.

L’ingresso era sempre lo stesso, immutato da dieci anni a questa parte. Ma qualcosa quella mattina era diversa, o forse ero io che percepivo tutto diversamente, viste le circostanze.

Un misto di varie sensazioni mi assalì appena mi trovai all’interno della hall.

Come nei flashback dei film di fantascienza anni ’90 rivedevo il movimento, la gente che entrava e usciva, la reception, i sorrisi, l’incro-ciarsi di linguaggi diversi, quel caro benvenuto immancabile per chiunque varcasse quella soglia… Adesso una semplice voce e uno schermo con un’immagine digitale che goffamente scimmiotta la bellezza ed eleganza dei movimenti di un essere umano di genere femminile.

«Benvenuto in Hotel. Come posso esserle utile?»

«Sono venuto a prendere la mia roba».

«Certo. Identificazione positiva: ex dipen-dente G.T. Lei ha garantito un ultimo ingresso per il ritiro delle sue cose, la invito a non dimenticare nulla».

«Perché hai questa voce femminile e perché sei così fastidiosamente gentile e accondiscen-dente!»

«Se vuole posso impostare una voce maschile»

«Appunto. Lascia perdere».

Nelle tiepide giornate di primavera a quest’ora del mattino gli ospiti sedevano ai loro tavoli e facevano colazione. Un delicato brusio faceva da sottofondo.

A volte dei bimbi scappavano e dei genitori alle prime armi improvvisavano, sorpresi loro per primi, una fermezza nel tono di voce che scoprivano aver ricevuto in dotazione in quanto neo genitori.

I ragazzi erano i più terribili. Alcuni odiavano il loro vociare e si allontanavano da quei gruppetti rumorosi, ma allegri. Altri ripensavano agli anni trascorsi, quando stavano da quella parte della barricata della vita.

Adesso solo silenzio e un triste allinearsi di robot in attesa di ricevere il carico delle comande che avrebbero dovuto consegnare alle relative camere.

Come era potuto cambiare tutto in maniera così radicale in meno di dieci anni! Ma ancora più sorprendente era il modo in cui la gente si era adattata a tale cambiamento. Come se coltivare la pigrizia, l’intrattenimento e la comodità fosse tutto ciò per cui fossimo stati creati, come se non vi fosse altro.

I robot cominciavano a sfilare verso le camere. Colazione in camera. I più maliziosi vedevano in queste nuove regole — qui come in alti luoghi simili — una trama per voler isolare la gente il più possibile, limitare i contatti al minimo indispensabile.

Ricordo quando eravamo giovani tenevamo gli occhi aperti per paura che ti fregassero il portafoglio sul bus o che ti fermassero dei bulli per strada. Questo non succede più. In teoria siamo al sicuro pressoché in ogni luogo in cui ci troviamo. Eppure il senso di insicurezza è alimentato e fatto dipendere dalla capacità di astenersi dai contatti con l’esterno, con persone non conosciute. A volte per far rabbrividire i più giovani racconto come da ragazzi ci fermassimo ad aiutare le persone in difficoltà per strada. Quando ci fermavamo se qualcuno forava una gomma o peggio avesse un incidente. Tutte follie ormai inconcepibili.

«Ma davvero tu guidavi una tua automobile? Ma non era rischioso?»

«E spiegavo: allora non c’erano i servizi condivisi di autovetture a guida robottizzata».

La cosa suscitava stupore nei più giovani.

Inutile ragionare con i parametri dei miei tempi, ero stanco di sentirmi antiquato e superato. Quindi mi tenevo ormai per me i miei sproloqui.

Avevo provato a scrivere qualcosa in proposito. E fu così che scoprii perché non avevo letto nulla del genere: il mio libro venne subito censurato e ogni traccia venne rimossa dalla memoria collettiva AInternet.

Avevo provato a parlarne ai miei nipoti. Ma il loro disinteresse era stato assoluto. La scuola ormai era stata tramutata in una continua gestione comportamentale che spingeva al più assoluto rispetto per un prossimo che bisogna tenere il più lontano possibile per mantenere una migliore conservazione del tessuto sociale.

Tutte queste riflessioni ed ero ancora nella Hall, intento a guardare quei robot sfilare. L’unica cosa buona che avevano era che ricordavano più dei vassoi ambulanti che delle entità intelligenti.

I robot umanizzati erano i peggiori. Quelli li detestavo. Ma anche quello lo facevo in silenzio.

«Ex impiegato G.T. le chiedo cortesemente di ritirare i suoi oggetti personali nel tempo più breve possibile. Fra dieci minuti le verrà confiscato tutto e inviato al macero e lei sarà allontanato coercitivamente dalla struttura. Grazie».

Un insulto mi uscì automaticamente dalla bocca. Purtroppo quei maledetti aggeggi non hanno problemi connessi al volume della voce di noi umani.

«Ex impiegato G.T. il suo immotivato turpiloquio contro una struttura intelligente pubblica verrà immediatamente sanzionato con la detrazione di due punti dalla tua SCS – scheda comportamentale sociale – e il confinamento nel tuo alloggio per due giorni. Il mancato conformarti a questa decisione verrà sanzionato in sede giudiziaria con una pena più adeguata. Grazie».

Maledetta lettura facciale.

«La lettura dei tuoi tratti conferma il tuo disappunto. Non è prevista nessuna sanzione, ma il fatto verrà archiviato nella tua memoria pubblica per possibili futuri riferimenti».

Forse meglio andare a prendere le mie cose ed evitare questo inutile confronto.

Squillò  il mio cellulare.

«Pronto»

«La sai l’ultima?»

Il sorriso comparve sul mio viso.

«No, dai, non adesso, sono in albergo a prendere la mia roba»

«Ti chiamo fra dieci minuti? Ti taglierai delle risate. Questa è troppo forte»

«Dieci minuti sono pochi. La barzelletta è quella dei due robot in piazza? Guarda che la so.»

«No, no. I robot in piazza sono almeno dieci e aspettano chi non arriverà».

Cominciai a ridere, sia io che chi stava dall’altra parte del telefono.

Chiusi la chiamata.

Poi rischiai come mi piaceva fare a volte con quegli idioti:

«Troppo bella questa. L’hai sentita tu alla Reception? Come fate a non ridere anche voi a crepapelle?»

«Ex impiegato non so cosa voglia dire. La prego di completare il suo ritiro e allontanarsi dalla struttura entro sette minuti. Grazie».

Era successo circa due anni prima. Un genio si era accorto che l’AI non riusciva a capire l’umorismo, le risate la confondevano e la facevano andare in tilt. Quindi era quella la soluzione.

“No, no. I robot in piazza sono almeno dieci e aspettano chi non arriverà” significava che un presidio di robot stava all’esterno del nostro rifugio in piazza, che non dovevo avvicinarmi e che ci saremmo trovati al rifugio numero dieci.

L’armadietto era ormai l’unico ad essere chiuso, gli altri erano palesemente in disuso. Presi le mie cose non senza un certo senso di nostalgia, un sentimento difficile da spiegare.  Ognuno parlava di qualcuno e di qualcosa. Come ogni angolo, ogni dettaglio di quella stanza, dei corridoi. Tutto portava con sé un carico di ricordi che impietoso riversava sulle mie spalle al mio passaggio.

Il ricordo dei cartellini da timbrare. Quei computer che non parlavano e che non si riparavano da soli, che portavamo all’assistenza, quando erano ancora indifesi e noi al potere. Le lamentele per i ritardi e gli anticipi per stare semplicemente lì a parlare con le colleghe. Le lunghe notti di silenzi e rumori unici, di soprassalti quando il sonno ti assaliva.

Poi gli arrivi, uno ad uno, dei colleghi, al mattino. Anche quel semplice aggeggio che non funzionava mai quando dovevi timbrare l’ingresso o l’uscita, anche quello mancava. E poi tutti indaffarati a preparare, ad accogliere i primi a svegliarsi. Le lamentele.

Tutto finito.

Quella quiete, quel silenzio a quell’ora del giorno era innaturale. La nuova normalità. Quella quiete che correva sul filo della paura, della diffidenza, della chiusura verso l’esterno a favore di una vita di agi, di estreme comodità e assenza di preoccupazioni.

Non a caso i greci chiamavano la verità aletheia. Quel prefisso privativo “a” che ricorda che per possedere la verità è necessario rinunciare a qualcosa. Non per nulla gli inglesi espressero, da un’altra prospettiva, che “ingorance is bliss”, cioè che l’ignoranza è beatitudine. Noi italiani diciamo appunto “beata ignoranza”.

Tutta qui la mia roba, entrava in uno zainetto. Tutte cose che non mi servono. Ma era solo un pretesto per vedere un’ultima volta quel luogo e rituffarmi nei ricordi, i più cari compagni di chi ormai ha raggiunto una certa età.

Salgo le scale dopo aver usato con nostalgia il mio caro bagno, meta di frettolosi viaggi notturni. Adesso nessuna fretta.

Quella fredda reception… Gli entusiasmi dei nuovi arrivati, le lamentele da chi si sarebbe aspettato di più dal trascorrere degli anni. Il sonno di chi iniziava il turno mattutino e, peggio ancora, di chi terminava quello notturno.

Accogliere è un’arte. Ma che dico: era un’arte. Ora è un semplice protocollo. O forse anche meno di questo. Ma la cosa più triste non è nemmeno questo, quanto il fatto che nessuno ricorda com’era — se non qualche dinosauro come me.

«Hey, addetta all’accoglienza, ho il tempo di raccontarti una storiella?»

«Hai ancora due minuti prima di essere espulso ex-dipendente»

«Mi bastano. Ascolta. C’erano due fratelli. Uno va a vivere lontano, in Australia. Ogni tanto chiama a casa per sapere come vanno le cose. Un giorno il fratello rimasto a casa è costretto a dargli una brutta notizia: “è morto il gatto”. Immagina lo sconforto del fratello lontano da casa. “Ma che fai, mi dai una notizia così tragica in questo modo? Avresti dovuto avere un po’ più di delicatezza, non credi? Magari mi potevi dire che il gatto era sul tetto e non riusciamo a farlo scendere. E magari la volta seguente che chiamavo mi dicevi che il gatto era caduto dal tetto e che state facendo di tutto per salvargli la vita. E poi, alla fine, quando avrei chiamato di nuovo, mi informavi che purtroppo, avete fatto di tutto, ma il gatto non ce l’ha fatta ed era morto. E io ero pronto alla notizia. Comunque, hai altre notizie per me?” E il fratello: “la mamma è sul tetto e non riusciamo a farla scendere”».

E proruppi in una sonora risata che rimbalzò sulle mura sorde.

«L’hai capita?» dissi all’IA.

«Tua mamma è sul tetto, mi sembra di aver capito. Vuoi che avverta le autorità? Posso metterti in contatto con chi potrà fornirti un aiuto immediato»

«Era una barzelletta, serviva a provocare ilarità, riso»

«Ah, ah, ah. Certo scusami. Ah, ah, ah.»

La risata della AI era leggendaria. Il suo bisogno di compiacere a ogni costo la obbligava a fingere di capire l’umorismo delle cose e imitare goffamente la risata umana. Un po’ come facevamo noi impiegati quando i nostri capi raccontavano le loro barzellette e volevamo tagliarci le vene, ma davamo il nostro meglio in una risata palesemente artificiale per poter mantenere il posto di lavoro.

Uscii per l’ultima volta da quella porta, che impietosa si richiuse dietro di me. Nessun: “torna indietro”, nessun: “stai ancora un po’”.

A volte ti svegli e pensi che è stato tutto un sogno, che non hai settant’anni. Ma ti guardi le mani, senti gli acciacchi e poi, alla fine, ti guardi allo specchio e capisci che è vero, che non hai sognato. Dentro ti senti giovane: lo dici sempre ma non convinci nessuno e non serve a farti ringiovanire.

Passando dalla piazza vidi i dieci robot appostati e tirai dritto ridendo, pensando alla bella storiella che avevo raccontato prima.

La risata li confonde, non riescono a leggerti in viso. Ridere è l’unica via di fuga.

In ogni senso.

Mancavano due giorni al convegno della barzelletta che si sarebbe tenuto online e in presenza in ventotto nazioni. Eravamo tutti ansiosi di raccontare la nostra storia e ridere a crepapelle. Questa volta avrebbe riso tutto il pianeta insieme. Avremmo riso davvero tutti, finalmente.

Dalla sede cominciò la trasmissione.

«Benvenuti alla prima mondiale di una barzelletta per il mondo. Io sono il vostro ospite. Siete pronti a ridere a crepapelle?»

Lo studio dal quale aveva luogo la trasmissione era scarno. E il macchinario, il barzellettometro stava lì pronto per essere azionato.

«Il nostro meraviglioso congegno che porterà le risate e l’umorismo in tutto il mondo è pronto»

Era davvero bellissimo, pronto a cambiare finalmente la storia, a rimettere tutto a posto. Almeno così speravamo.

«La sapete l’ultima?» disse il presentatore. «L’ultima nel senso dell’ultima proprio, che non ve ne sarà un’altra!»

E tutti giù a ridere. Me compreso, davanti a quello schermo tre anni di sacrifici. E quello era l’ultimo scherzo, l’ultima barzelletta.

Le macchie solari avrebbero raggiunto la terra fra 10 minuti esatti. Non se ne vedevano così da decenni. I congegni che avevamo sparso dappertutto nel globo le avrebbero amplificate grazie al campo elettromagnetico della terra. Un espediente tanto semplice quanto efficace. Se tutto fosse andato come previsto, davvero saremmo stati noi gli ultimi a ridere. Questa generazione sorpassata, questi inutili testimoni di un mondo che non esisteva più, avrebbero avuto l’ultima parola, sarebbero stati gli ultimi a ridere. Ride bene chi ride ultimo, no?

All’ora X il viso del presentatore divenne teso e serio. Fu tutto troppo veloce perché AI potesse accorgersene e fare qualcosa. In contemporanea in tutto il globo i congegni vennero attivati.

Nessuno sa cosa accadde dopo esattamente.

Un grosso tuono sembrò scuotere tutta la terra, un’onda a bassissima frequenza interferì con le onde celebrali degli abitanti del pianeta in ogni dove e caddero tutti come addormentati. Anche io.

Quando mi svegliai non c’erano immagini sul visore. Non c’era luce nel mio appartamento. Il mio telefonino era totalmente spento e non riuscii a riaccenderlo.

Corsi fuori più veloce che potevo.

Vidi auto ferme ovunque. Molti robot erano immobili e non davano alcun segno di operatività. Altri erano in terra in posizioni assurde.

La gente vagava confusa, chiedendosi cosa fosse accaduto.

I semafori erano tutti spenti.

Non c’era un’insegna che fosse illuminata.

Ce l’avevamo fatta!

Ecco la nostra seconda opportunità, l’opportunità di cui tutta l’umanità aveva bisogno: ricominciare daccapo.

Questa volta risi, ma risi davvero, non per coprire le mie emozioni, ma perché il nostro più grande nemico era stato sconfitto. AI non esisteva più. Il prezzo da pagare era stato distruggere tutto il resto della tecnologia della nostra epoca. Ma era un prezzo accettabile per recuperare la nostra libertà, in nome di quella Aletheia che richiede di doversi privare di qualcosa pur di possederla.

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