La nascita del Nuovo Testamento: Parola scritta vs Tradizione orale
| «Farò in modo che, dopo la mia partenza, abbiate sempre modo di ricordare queste cose» (2 Pietro 1:15). |
I critici dell’affidabilità e della datazione tradizionale del Nuovo Testamento sostengono spesso che la predicazione primitiva del Vangelo fosse affidata esclusivamente alla tradizione orale. Vi è del vero in questo, infatti, sia nel I secolo che oggi, nulla è potente quanto la predicazione della Parola. Tuttavia, è importante riconoscere che la Parola scritta ha sempre svolto un ruolo cruciale come punto di riferimento: un mezzo oggettivo e affidabile per confermare ciò che costituisce la vera e pura Parola di Dio.
Per semplificare diremo che alla parola predicata spettava il compito di diffondere il Vangelo, ma alla scrittura è stata affidata la sua fedele preservazione. In merito ho scritto un altro articolo – Scripta manent
Sebbene la terminologia non sempre lo renda ovvio, discutere del “Canone” della Sacra Scrittura significa essenzialmente determinare quali libri possono essere legittimamente inclusi nelle nostre Bibbie e considerati la Parola ispirata di Dio.
Affronterò questo argomento in modo semplice, forse persino eccessivamente semplicistico per il lettore con una mentalità scientifica. Ciononostante, da una prospettiva puramente cristiana, la questione è davvero semplice.
Riguardo all’Antico Testamento, Gesù stesso affermò il canone ebraico attraverso le sue frequenti citazioni e l’adempimento delle profezie contenute nei suoi libri. Riconobbe la tradizionale divisione ebraica in Legge, Profeti e Salmi, che rispecchia la struttura dell’Antico Testamento che leggiamo oggi. Come espresso in Luca 24:44: “Poi disse loro: ‘Queste sono le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi'”.
L’Antico Testamento è citato regolarmente in tutto il Nuovo Testamento, e la sua autorità svolge un ruolo fondamentale nel dimostrare che Gesù era il Messia promesso. Gesù stesso fece spesso riferimento a figure come Mosè, Daniele e Davide, attingendo continuamente alle Scritture. Ad esempio, durante la tentazione nel deserto e quando lesse il libro di Isaia nella sinagoga, Gesù affermò che in lui si stava adempiendo quanto era stato scritto secoli prima.
In questo modo il canone ebraico venne incorporato e accettato nel canone cristiano.
La situazione diventa un po’ più complessa se volgiamo l’attenzione al Nuovo Testamento. Agli albori del cristianesimo, la rigorosa mentalità ebraica dovette, in un certo senso, conciliarsi con l’influenza filosofica e culturale greca che dominava il mondo a quel tempo. Questa tensione era simile alla sfida affrontata dall’ebraismo ortodosso in Israele nel confrontarsi con l’approccio più ellenizzato alla fede e alla vita della diaspora ebraica.
Il compito della Chiesa primitiva non era certo facile. Era già stato difficile distinguere e accettare l’autentica testimonianza apostolica da quella di alcuni “falsi apostoli”.
Leggiamo in Apocalisse 2:1-2: “All’angelo della chiesa di Efeso scrivi: Queste cose dice colui che tiene le sette stelle nella sua destra, che cammina in mezzo ai sette candelabri d’oro: Io conosco le tue opere, la tua fatica e la tua costanza, e che non puoi sopportare i malvagi; e hai messo alla prova quelli che si dicono apostoli e non lo sono, e li hai trovati bugiardi.”
Dato l’elevato numero di Vangeli, di epistole falsamente attribuite a Paolo e di vari scritti apocrifi attribuiti a diversi apostoli, il compito di raccogliere e determinare quali testi fossero gli scritti autentici e ispirati del Nuovo Testamento deve essere stata non poca cosa.
“Ora, fratelli, riguardo alla venuta del nostro Signore Gesù Cristo e al nostro raduno con lui, vi preghiamo di non lasciarvi così facilmente scossi e turbati, né da ispirazioni, né da discorsi , né da qualche lettera fatta passare come nostra… ” (2 Tessalonicesi 2:1-2)
Paolo era molto attento e si assicurava di fornire conferme uniche che garantissero l’autenticità dei suoi scritti.
«Il saluto è di mia mano, di Paolo; questo è un segno in ogni lettera; così scrivo». (2 Tessalonicesi 3:17)
«Il saluto è di mia propria mano, di Paolo» (1 Corinzi 16:21)
«Questo saluto è di mia propria mano, Paolo» (Colossesi 4:18).
Le chiese sicuramente fecero copie delle lettere ricevute e le inviarono alle altre chiese. Paolo incoraggiava questo.
«Vi scongiuro per il Signore che questa lettera sia letta a tutti i fratelli santi» (1 Tessalonicesi 5:27)
Questo non accade in una Chiesa che si basa sulla tradizione orale!
Nella seconda epistola di Pietro, le epistole di Paolo vengono elevate al rango di “Scrittura”: “…e considerate che la pazienza del nostro Signore è salvezza, come anche il nostro caro fratello Paolo vi ha scritto, secondo la sapienza che gli è stata data, e in tutte le sue epistole, trattando in esse di queste cose. Vi sono alcune cose difficili da capire, che gli uomini ignoranti e instabili travisano, al pari delle altre Scritture, per la loro propria distruzione” (2 Pietro 3:15-16).
Nelle parole dell’apostolo Pietro percepiamo la tensione che caratterizzava la Chiesa del primo secolo, chiamata a distinguere tra testimoni veri e falsi degli eventi che circondavano la nuova fede.
La consapevolezza che il ritorno del Signore non sarebbe avvenuto in quel periodo immediato fu rivelata a Pietro direttamente da Gesù stesso. Ciò rese essenziale garantire che, una volta senza che i testimoni non sarebbero stati più in vita, la testimonianza della risurrezione di Gesù fosse trasmessa in modo definitivo e affidabile.
«Per questo motivo non tralascerò di ricordarvi sempre queste cose, benché le conosciate e siate saldi nella verità presente. Anzi, ritengo giusto, finché sono in questa tenda, di tenervi desti ricordandovi, sapendo che tra breve dovrò lasciare la mia tenda, come mi ha fatto sapere il Signore nostro Gesù Cristo. E anche dopo la mia dipartita, mi impegnerò affinché abbiate sempre un ricordo di queste cose. Infatti, non siamo andati dietro a favole artificiosamente inventate per farvi conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, ma siamo stati testimoni oculari della sua maestà» (2 Pietro 1:12-16).
Nella Chiesa primitiva, c’era davvero un grande fermento. Da un lato, c’era una profonda consapevolezza dell’autorità di ciò che era stato tramandato dagli apostoli e da loro convalidato. Dall’altro, c’era una viva consapevolezza della necessità di salvaguardare questa eredità da qualsiasi tentativo di deformarla: sia interpretando male gli scritti apostolici, sia producendo narrazioni spurie o resoconti paralleli privi di autorità apostolica.
In conclusione, l’interesse e la diligenza della Chiesa nei primi secoli, una volta che i fondamenti e le direttive apostoliche furono saldamente stabiliti, devono essersi concentrati su un unico obiettivo: la conservazione e la raccolta di prove autentiche della fede.
Per quanto scomodo possa essere per la mentalità scientifica del nostro tempo, dobbiamo riconoscere che solo la Chiesa primitiva, apostolica e post-apostolica, possedeva i mezzi per portare a termine con successo questo compito! E l’unica soluzione razionale è fidarsi delle conclusioni a cui è giunta. La responsabilità di determinare il Canone delle Scritture non è stata affidata alla Chiesa di oggi.
In alcuni ambienti, non c’è sufficiente stima per il pensiero critico e il dialogo attivo tra le prime comunità cristiane. Eppure, non c’è motivo di credere che gli autentici libri apostolici del Nuovo Testamento non abbiano ottenuto immediatamente un riconoscimento universale tra le chiese cristiane. La Chiesa primitiva era pienamente attrezzata per questo compito. Sebbene eminenti studiosi possano presentare teorie brillanti e coinvolgenti, sostengo che oggi manchiamo di prove sufficienti per giungere a conclusioni veramente convincenti, sia storicamente che criticamente. L’ascesa e il declino di varie teorie e ipotesi supportano oggettivamente la mia tesi. .
I vari scritti apocrifi, come il Vangelo di Giuda, il Vangelo di Filippo, il Vangelo di Tommaso e altri, erano noti alla Chiesa. La loro attendibilità come documenti storici era, e rimane, inesistente. Per i loro contemporanei, questi testi non avevano alcun valore religioso, letterario o storico. Erano semplicemente vani tentativi di distorcere eventi centrali della fede cristiana.
La testimonianza che riceviamo dall’antichità riguardo al Canone del Nuovo Testamento è indiretta, e si ritrova negli scritti dei primi cristiani del I, II e III secolo e oltre. In questi scritti, il Nuovo Testamento è spesso citato come Sacra Scrittura, con testi che si allineano strettamente con ciò che conosciamo oggi. Gli scrittori cristiani dei primi secoli, pur vivendo in epoche e regioni diverse, forniscono una testimonianza straordinaria e coerente del testo del Nuovo Testamento.
Esistono anche testimonianze dirette, come il Canone Muratoriano (circa 170 d.C.), o, più in particolare, l’attento e dettagliato resoconto fornito da Eusebio, vescovo di Cesarea nella prima metà del IV secolo. Nel venticinquesimo capitolo della sua Storia Ecclesiastica, Eusebio affronta specificamente la questione del Canone e, con grande chiarezza, dà priorità ai quattro Vangeli, seguiti dagli Atti degli Apostoli; quindi alle lettere di Paolo, seguite dalla Prima Lettera di Giovanni e dalla Prima Lettera di Pietro, per concludere con il libro dell’Apocalisse. Con notevole precisione storica – a testimonianza del suo rigore intellettuale – Eusebio registra che, fino alla sua epoca, la questione della canonicità dell’Epistola di Giacomo e di quella di Giuda, così come della Seconda Lettera di Pietro e della Seconda e Terza Lettera di Giovanni, rimase irrisolta. Per garantire l’accuratezza, osserva inoltre che alcuni continuarono a mettere in dubbio – e in effetti alcuni lo fanno ancora oggi – l’autenticità dell’Apocalisse. Fa riferimento anche ad altri scritti, come il Vangelo agli Ebrei, oggi perduto, che specifica essere stato tenuto in grande considerazione tra i credenti di origine ebraica – alcuni sostengono possa essere una versione ebraica di Matteo. Altri testi vengono semplicemente classificati da lui come non autentici. Adottando un tono notevolmente duro, egli discute alcuni scritti e aggiunge il suo giudizio: a parte il silenzio della Chiesa al riguardo, «il loro stile è molto diverso da quello degli apostoli, e i sentimenti e lo scopo delle cose in essi riportate, deviando il più possibile dalla sana ortodossia, mostrano che sono opera immaginaria di uomini eretici». L’atteggiamento di Eusebio è comprensibile; riflette la posizione della Chiesa di fronte a evidenti falsificazioni, che costituivano un attacco diretto e meschino alle verità più care della fede cristiana.
Per completezza, è necessario notare che i tentativi di aggiungere qualcosa alla pura Parola di Dio non si limitarono alle sfide affrontate dalla Chiesa primitiva. In effetti, analogamente a quanto avveniva con gli antichi scritti apocrifi, qualsiasi opera letteraria che un movimento religioso propone come meritevole della stessa riverenza delle Sacre Scritture dovrebbe essere considerata con la dovuta diffidenza. Il Libro di Mormon, ad esempio, è un testo che, senza una legittima giustificazione, viene equiparato al Nuovo Testamento e utilizzato come se fosse la Parola di Dio. Si dice che sia stato consegnato al profeta Joseph Smith, il quale era turbato dalle numerose divisioni presenti tra le chiese cristiane. Eppure, a mio avviso, il gruppo noto come Santi degli Ultimi Giorni, o Mormoni, è riuscito non a promuovere l’unità, ma piuttosto a introdurre ulteriori divisioni ed errori dottrinali.
All’interno del movimento dei Testimoni di Geova, l’impegno personale nella lettura delle Scritture è costantemente accompagnato dallo studio approfondito delle pubblicazioni della Watch Tower, l’organo ufficiale dell’organizzazione. Agli aderenti non è consentito esprimere opinioni dissenzienti in merito alle decisioni del corpo direttivo.
Allo stesso modo, la Chiesa cattolica, attraverso la sua catechesi e il suo Magistero, presenta un’interpretazione della Scrittura che deve essere considerata autorevole e accettata senza riserve dai suoi fedeli. L’interpretazione individuale della Bibbia non è permessa. Alle Scritture, la Chiesa cattolica ha aggiunto la sua Tradizione e il suo Magistero, entrambi considerati di pari autorità e considerati Parola di Dio allo stesso livello della Sacra Bibbia.
Per quanto riguarda il contenuto necessario alla salvezza e le verità dottrinali essenziali per la fede, è stata la Chiesa apostolica a garantirne la trasmissione donandoci il Nuovo Testamento, l’unica testimonianza affidabile dell’autentica dottrina apostolica. Tutto ciò che lo contraddice non può avere origine da Dio.
Devo riconoscere che non sono in grado di adottare una posizione imparziale o neutrale su questioni riguardanti la Bibbia.
Pur dedicandomi con grande diligenza alle esigenze scientifiche di un rigoroso approccio storico-letterario, devo anche, in quanto credente, riconoscere l’imperativo di trasmettere ai lettori il profondo significato esistenziale ed eterno che questi scritti possono avere. Avendo stabilito i fatti presentati finora, il passo successivo che propongo al lettore è di considerare le implicazioni religiose della Parola di Dio, in particolare la testimonianza che offre riguardo alla persona di Gesù, ai suoi insegnamenti, alla sua morte, sepoltura e resurrezione. Rivolgo un invito al lettore – se non l’ha ancora fatto – a compiere questo passo successivo e riporre fede in Gesù Cristo, il Figlio del Dio vivente, per ricevere per mezzo di Lui la vita eterna che Egli ha promesso (Giovanni 1:11-12).
In conclusione di questa discussione sul Canone del Nuovo Testamento, va notato che, una volta scomparsi i testimoni oculari di Gesù, i Vangeli canonici, gli Atti degli Apostoli, le Epistole e infine l’Apocalisse vennero riconosciuti come fonte autorevole e affidabile di dottrina e pratica per la fede cristiana emergente. Insieme, l’Antico e il Nuovo Testamento costituiscono la Parola scritta di Dio – la Rivelazione divina data all’umanità e alla Chiesa – affinché “l’uomo di Dio sia completo, pienamente preparato per ogni opera buona” (2 Timoteo 3:17).