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Perfezione numerica della Bibbia

di Giuseppe Guarino

Ogni lettera dell’alfabeto ebraico ha un valore numerico, come è riportato nella tabella qui accanto. Da alcuni studi, sembra che anche la matematica testimoni la perfezione della Parola di Dio. Vediamo di cosa sto parlando.

Di seguito il nome di Davide scritto in ebraico ed il valore numerico di ciascuna lettera.

D V D
ד ו ד
4+6+4 = 14

La somma dei numeri corrispondenti alle lettere ebraiche presenti nel nome David è 14. Non è coincidenza che il vangelo di Matteo cominci con la genealogia di Gesù e che questa si divida in 3 parti e ogni parte contempla 14 nomi. Matteo stesso lo specifica.

Matteo 1:17: “Così, da Abraamo fino a Davide sono in tutto quattordici generazioni; da Davide fino alla deportazione in Babilonia, quattordici generazioni; e dalla deportazione in Babilonia fino a Cristo, quattordici generazioni.“

Se 14 è il numero del nome di Davide, 42 nomi elencati dall’evangelista corrispondono a 14 x 3. Ciò non è casuale. Come è risaputo 42 è numero di tribolazione e di un periodo di attesa dell’adempimento delle promesse di Dio e del suo intervento.

Anche con i numeri della sua narrazione Matteo, ebreo che scrive ad ebrei, si premura di chiarire che Gesù è il Messia tanto atteso dalla nazione ebraica.

Per coloro che ritengono impossibile che un uomo o una famiglia tramandi la propria genealogia in maniera come ce la riporta il vangelo di Matteo, e che quindi ritengono la sua narrazione fantasiosa, basta citare il premio Nobel Shemuel Josef Agnòn il quale dichiarò di sapere di essere discendente del profeta Samuele. (Alberto Mello, L’ebraicità di Gesù e dei Vangeli, EDB, p.23)

Ivan Panin era un matematico divenuto un credente dopo aver scoperto l’impossibile (o divina) perfezione numerica esistente nelle lingue originali della Bibbia. Basta cercare su Google per approfondire gli straordinari risultati delle sue ricerche.

Non sono un matematico e dubito che potrei apprezzare sufficientemente il lavoro di Panin. Sono più incline agli studi di teologia e storia ed in questi campi ho raggiunto la mia personale convinzione sull’origine divina delle Scritture ebraico-cristiane. Ma una cosa mi ha colpito leggendo dei risultati di Panin.

Il primo verso della Bibbia (Genesi 1:1) in ebraico è di straordinaria bellezza. L’ho fatto imparare a memoria in originale ad entrambi i miei figli perché ritengo sia un’espressione completa della fede monoteista nel Dio della Bibbia.

Ecco come si presenta nell’alfabeto ebraico (che è privo di vocali e si legge da destra verso sinistra).

בראשׁית ברא אלהים את השׁמים ואת הארץ

Fondamentalmente, nel nostro alfabeto, si legge così: “Berescit barà Eloim et asciamaim veet aarez”. Per la pronuncia esatta si può ascoltare l’audio su youtube seguendo questo link.

Le impossibili coincidenze numeriche che rinveniamo già nel solo primo verso della Bibbia sono incredibili.

È composto da 7 parole.

La prima e l’ultima sono composte rispettivamente da 6 e 4 lettere, due numeri molto significativi, che simboleggiano rispettivamente uomo e terra.

La seconda e la sesta parola sono di 3 lettere ciascuna. (3+3=6). Il 3 è un numero che indica completezza.

La somma delle lettere della prima e dell’ultima parola e della terza e quinta è di 10.

Il totale delle lettere del verso è 28, cioè 4 volte 7, simbolo della terra (4) e della perfezione (7).

La somma delle lettere delle prime 3 (completezza) parole è 14. La somma delle seconde 4 (terra) parole è 14.

Non mi stupisce che anche la matematica renda testimonianza all’origine divina delle Parola di Dio. Scrivo questo breve articolo proprio per portarlo all’attenzione dei miei confratelli evangelici.

Devo, però, segnalare che ho visto molti estremismi su internet, che non hanno nulla a che vedere con le osservazioni scientifiche che solo un vero matematico è in grado di fare. Se quindi da una parte mi entusiasmo per le conclusioni raggiunte da un uomo ferrato nella sua materia (Panin), dall’altra metto devo mettere in guardia i miei lettori dagli entusiasmi di chi non chiama in causa la matematica ma da letteralmente i numeri.

Detto anche questo, posso concludere che non mi sorprende se appare matematicamente evidente che anche i numeri testimoniano la perfezione della Parola di Dio e la sua origine divina. Panin non vide altra soluzione per spiegare l’occorrenza del numero 7 e dei suoi multipli in tutta la Bibbia, impossibile da ricondursi all’attività umana.

 

 




Divorzio: La Bibbia lo permette?

di Giuseppe Guarino

Premessa.

Sto scrivendo un libro sul divorzio. Estraggo qui una parte di questo scritto ancora in lavorazione, visti gli interessanti risvolti dei miei approfondimenti. Alla fine di questo articolo pubblico la lettera di un mio lettore che spiega perché continuo a scrivere su un argomento ed in generale. Mi è stato detto che essere indipendente è la forza del mio lavoro e quindi scrivo su un argomento così spinoso conscio che il mondo evangelico è ancora diviso. Dobbiamo tutti comprendere che, ben più importante della diatriba esegetica, vi è una priorità: non abbandonare chi sta sperimentando la tragedia di un divorzio, perché non naufraghi anche spiritualmente: affinché la fine del suo matrimonio non sia anche la fine della sua vita da cristiano. E’ una pesante caduta. Ma ci si può e ci si deve rialzare e continuare il proprio cammino di fede. Anzi, continuarlo con maggiore convinzione! Non è facile, ma è indispensabile impedire a qualsiasi circostanza della vita di porsi fra noi e Cristo.

Desidererei che i miei scritti sul matrimonio e sul divorzio fossero intesi in questo senso e non come incitazioni all’immoralità.

La Bibbia permette il divorzio?

Sono convinto di una cosa: la Bibbia ci insegna che Dio ha istituito il matrimonio ed è chiaro intuire che il divorzio non era nei piani originari del Signore. Il Signore Gesù lo ha confermato durante il suo ministero terreno. Ma non erano nei piani di Dio nemmeno la fornicazione, l’adulterio, la poligamia; il peccato in generale. Il brano biblico che parla dell’unione matrimoniale, la poesia d’amore di Adamo per Eva, preceda la Caduta. Esclama Adamo alla vista di Eva:

essa è carne dalla mia carne

osso dalle mia ossa

(Genesi 2:23 – versione CEI)

L’istituzione del matrimonio precede quindi il peccato dell’uomo narrato nella Genesi al capitolo 3. (Quindi chi immagina che il sesso nel matrimonio sia peccato, sbaglia di grosso e grossolanamente. Ma questo è un altro argomento).

Purtroppo con il peccato l’ideale dell’Eden è ormai lontano e rimane la tristezza della contemplazione della miseria umana. Non solo nel matrimonio, ma in tutti i campi della vita personale e sociale dell’uomo.

Fu per questo che le previsioni della legge mosaica contemplavano la possibilità del divorzio.

“Quando un uomo sposa una donna che poi non vuole più, perché ha scoperto qualcosa di indecente a suo riguardo, le scriva un atto di ripudio, glielo metta in mano e la mandi via”. (Deuteronomio 24:1).

L’interpretazione sui limiti ed il significato delle parole di Mosè venne discussa fra il clero ebraico e Gesù. Esaminiamo in dettaglio il senso delle parole riportate dal vangelo di Matteo, dove è descritto questo dialogo del Signore con i Farisei.

      “Dei farisei gli si avvicinarono per metterlo alla prova, dicendo: “È lecito mandar via la propria moglie per un motivo qualsiasi?” Ed egli rispose loro: “Non avete letto che il Creatore, da principio, li creò maschio e femmina e che disse: “Perciò l’uomo lascerà il padre e la madre, e si unirà con sua moglie, e i due saranno una sola carne?” Così non sono più due, ma una sola carne; quello dunque che Dio ha unito, l’uomo non lo separi”. (Matteo 19:3-6)

La questione riguardava la pratica diffusa ai tempi di Gesù di divorziare senza un valido motivo, che è, bene o male, qualcosa molto simile a quanto succede ai giorni nostri.

La domanda dei Farisei pone enfasi sul motivo del divorzio, non sulla possibilità del divorzio, che era contemplato dalla legge mosaica. Chiedono infatti: “è lecito … per un motivo qualsiasi”?

Allo stesso tempo, nel valutare il senso delle parole di Gesù, dobbiamo tenere conto che la risposta netta del Signore è anche motivata dall’intenzione dietro la domanda posta dai farisei: “per metterlo alla prova”. La loro domanda non è volta ad un sereno approfondimento del significato della Parola di Dio, ma ha il solo scopo di metterlo in difficoltà.

Gesù quindi risponde con un netto “no”. Gesù è intransigente perché argomenta contro chi è troppo permissivo. Prende posizione in maniera netta perché egli non può approvare il divorzio “per un motivo qualsiasi”.[1] Perché tale era la pratica di alcuni ai suoi tempi e tale prassi andava contro la legge mosaica.

     Essi gli dissero: “Perché dunque Mosè comandò di scriverle un atto di ripudio e di mandarla via?” Gesù disse loro: “Fu per la durezza dei vostri cuori che Mosè vi permise di mandare via le vostre mogli; ma da principio non era così. Ma io vi dico che chiunque manda via sua moglie, quando non sia per motivo di fornicazione, e ne sposa un’altra, commette adulterio”. (Matteo 19:7-9)

I farisei allora lo interrogano chiedendogli perché Mosè regola il divorzio. Il loro riferimento è il “comando” specifico di dare un atto scritto di divorzio alla moglie ripudiata previsto dalla Legge. Anche la domanda viene posta con lo stesso spirito della prima, cioè per mettere Gesù in difficoltà perché è come se dicessero: “se è come dici tu sul matrimonio, perché Mosè regola il divorzio”?

Rivediamo in dettaglio le parole di Gesù. 

     Gesù disse loro: “Fu per la durezza dei vostri cuori che Mosè vi permise di mandare via le vostre mogli; ma da principio non era così.  

Gesù risponde spiegando che il divorzio non era l’ideale di Dio, ma l’unione coniugale. La miseria della condizione umana lo ha, però, reso necessario. “Ma da principio non era così ” è proprio il riferimento aperto alla perfezione della creazione di Dio che è stata turbata dall’ingresso del peccato.

Quindi, stabilito questo, Gesù conferma le previsioni mosaiche, che regolano in maniera precisa il divorzio. Il Signore richiama gli ebrei del suo popolo a mettere da parte la propria interpretazione ed i propri usi, per la fedele applicazione della Legge di Mosè che promuove dei comportamenti equi per le parti coinvolte ed i terzi. Come un vero codice civile dei nostri giorni. Perché per alcuni aspetti la Legge mosaica, è proprio un codice di prescrizioni che permettono il vivere civile.

La chiave di lettura per comprendere il senso delle parole del Signore, è che egli spiega anche in questo caso la Legge mosaica riaffermandone l’interpretazione autentica e diretta contro la tradizione ed i costumi degli ebrei del suo tempo. Gesù non insegna nulla di nuovo, riconduce all’interpretazione semplice e diretta della Parola di Dio, contro usi e costumi del suo tempo che se ne discostavano. Analizziamo quindi nel dettaglio le sue parole.

  Ma io vi dico che chiunque manda via sua moglie, quando non sia per motivo di fornicazione, e ne sposa un’altra, commette adulterio”. 

“Ma io vi dico” è un’espressione che Gesù ripete più volte nel commentare la Torah, gli scritti mosaici. Ciò che è di solito tradotto “ma” in italiano, corrisponde al greco originale “deὲ” che non necessariamente indica contrapposizione con quanto detto in precedenza, come la traduzione in italiano potrebbe lasciare intendere, ma, è mio avviso, qui semplicemente ritma la frase in greco ed introduce l’interpretazione di Gesù.

       chiunque manda via sua moglie, quando non sia per motivo di fornicazione

       Mosè aveva previsto espressamente: “Quando un uomo sposa una donna che poi non vuole più, perché ha scoperto qualcosa di indecente a suo riguardo, le scriva un atto di ripudio, glielo metta in mano e la mandi via”. (Deuteronomio 24:1).

Se l’uomo “manda” semplicemente “via sua moglie” senza darle un atto scritto che comprovi il divorzio, sta infrangendo la legge. Evidentemente alcuni allora facevano così e Gesù ne sta sanzionando il comportamento in quanto contro le previsioni di Mosè.

Ciò equivale alla pratica di molti oggi che si separano informalmente e prendono un’altra donna in casa o, più spesso, visto che è prassi in Italia che sia l’uomo a lasciare l’abitazione coniugale, vanno a vivere con un’altra donna. Ciò è adulterio, non una vera separazione e divorzio dal coniuge che permette una nuova, vera unione matrimoniale. E se una tale condotta  (mi spiace dirlo, ma è vero) in Italia è favorita da una legislazione impossibile, le previsioni mosaiche non giustificavano l’agire con tanta leggerezza.

       chiunque manda via sua moglie, quando non sia per motivo di fornicazione

       Che significa quella chiarificazione: “quando non sia per motivo di fornicazione”. Anche qui purtroppo l’esegesi che non tenga conto dell’ambiente ebraico e del contesto nel quale Gesù fa la sua affermazione, è errata. Io stesso in passato sono stato mandato fuori strada dal non avere tenuto conto del fatto che Gesù sta semplicemente ribadendo il contenuto della Legge mosaica e non revocandone o rivedendone le previsioni.

La chiarificazione di Gesù è legata al valore legale del matrimonio. Cioè se un uomo manda via sua moglie in maniera informale, senza divorziare per iscritto da lei, ciò è contro la Legge. Tranne che lo stato in cui i due vivono non sia un matrimonio che abbia valore legale. In quest’ultimo senso va intesa l’affermazione di Gesù: “quando non sia per motivo di fornicazione”. Perché non si può divorziare se non ci sono i presupposti per parlare di matrimonio.

L’adulterio o la fornicazione dopo la promessa di matrimonio, ma prima della convivenza della coppia – come nel caso che Giuseppe supponeva per la gravidanza di Maria – non è causa di divorzio. (Mi dilungo sulla questione in una nota, per non perdere qui il filo del discorso.[2]). Il riferimento di Gesù a ciò che qui è tradotto con “fornicazione”, è ad una unione non valida come matrimonio secondo la Legge di Mosè.

      Leggiamo in 1 Corinzi 5:1: “ Si ode addirittura affermare che vi è tra di voi fornicazione; e tale immoralità, che non si trova neppure fra i pagani; al punto che uno di voi si tiene la moglie di suo padre! ”

In questo caso una tale unione (di chi conviveva con la moglie del padre!) non era valida secondo la Legge mosaica, perciò è definita “fornicazione”. Leggiamo infatti in Deuteronomio 22:30: “Nessuno prenderà la moglie di suo padre”. Una tale unione, proprio perché illegittima, non si potrà sciogliere con un atto legittimo quale è il divorzio previsto dalla legge mosaica.

In 1 Corinzi e in Matteo 19, la parola originale è “πορνεία”. Di solito è tradotta “fornicazione”.

Anche in questa occasione, come in altri, la  traduzione della CEI offre un’ottima alternativa. Essa infatti traduce, a mio avviso, alla luce di quanto evidenziato, in maniera più esatta: “chiunque ripudia la propria moglie, se non a caso di concubinato, e ne sposa un’altra commette adulterio”.

       e ne sposa un’altra, commette adulterio”.

       Quest’affermazione merita un chiarimento. Cito dal mio libro “7Q5: Il Vangelo a Qumran?”, pagina 47 della seconda edizione, 2015”.

“Un esempio molto evidente del sostrato semitico dei vangeli possiamo notarlo accostando Matteo 5:15 a Marco 4:21. Qui la copula “e” di una possibile fonte originale ebraica verrebbe resa letteralmente con il corrispondente greco “kai” in Matteo, mentre in Marco la stessa frase viene intesa nel senso più ampio che può assumere grazie alle peculiarità della lingua ebraica e troviamo nell’originale (traduzione?) greco con “ina”, preposizione che indica lo scopo per cui una cosa viene fatta.

      Marco 4:21: “Poi diceva ancora: “Si prende forse la lampada per metterla sotto il vaso o sotto il letto? Non la si prende invece per metterla sul candeliere?” (Nuova Riveduta).

Matteo 5:15: “e non si accende una lampada per metterla sotto un recipiente; anzi la si mette sul candeliere ed essa fa luce a tutti quelli che sono in casa.” (Nuova Riveduta).

La Nuova Riveduta, in linea con le traduzioni più recenti, in ossequio al chiaro sostrato semitico di Matteo, traduce la congiunzione “kai”, “e”, con “per”.”

Se vogliamo attribuire un senso più ampio alla congiunzione con la quale viene introdotta l’affermazione “ne sposa un’altra”, potremo tradurre: “per sposarne un’altra”.

Detto quanto sopra, proporrei una traduzione “libera” della frase di Gesù che riassuma quanto detto finora per spiegarne il senso.

  “Se un uomo manda via la moglie senza darle un legale documento scritto di divorzio – tranne che l’unione non venga riconosciuta illegittima dalla Legge di Mosè – e lo fa per sposare un’altra donna, commette adulterio.”

Nessuna deroga di Gesù alla Legge – come lui stesso aveva premesso prima di cominciare ad insegnare. Piuttosto il richiamo ad essere fedeli allo spirito ed alle prescrizioni mosaiche.

Questo il sunto delle parole di Gesù: Il divorzio non era nei piani di Dio quando creò l’uomo e la donna. Ma la malvagità dell’uomo lo rende in alcuni casi necessario: che avvenga quindi secondo quanto stabilito dalla Torah.

Se i cristiani sposati fossero tutti perfettamente impegnati a mettere in pratica le parole del Nuovo Testamento sugli obblighi coniugali, il divorzio sarebbe praticamente impossibile fra credenti. Visto, però, che oggi tali semplici direttive vengono ignorate per lasciare il posto agli insegnamenti ricevuti via etere da teleromanzi e telefilm che ben altri modelli di matrimoni ci propongono, anche le unioni fra cristiani risentono dell’atmosfera dei nostri giorni, che così bene si presta alla distruzione delle famiglie.

Anziché guardare ed assorbire dalla tv tutti i modelli sbagliati, sarebbe importante che ogni moglie ed ogni marito fossero a conoscenza dei propri doveri (prima dei loro diritti, che invece ci viene così facile apprendere) come la Scrittura ce li descrive e si sforzassero di vivere di conseguenza.

La conclusione, alla luce delle parole di Gesù, è che la Bibbia permette, per certe particolari circostanze, il divorzio, sebbene non lo promuova e non rappresenti e non sia lo stato ideale voluto da Dio quando creò l’uomo e la donna.

UNA LETTERA.

Ricevo più lettere di chi ha letto quanto ho già scritto frettolosamente e persino malvolentieri  sul divorzio che di chi ha letto i miei libri ed amati studi. E’ leggendo lettere come quella che segue che io trovo il senso e la spinta per continuare il mio lavoro.

e-mail ricevuta il 30 agosto 2015.

Oggetto: DOPO AVER LETTO SUL DIVORZIO

Conosco Dio da 39 anni e mai mi sarei aspettato di incorrere in una situazione di crisi familiare tale da indurci alla separazione e quindi, fra poco, anche al divorzio. Inutile confermare la crisi profonda nella quale mi sono ritrovato in certi momenti per l’etica cristiana alla quale ho sempre tenuto e per l’incomprensione ed il giudizio decisamente privo di fondamento di certa chiesa.
Il tuo articolo mi è servito per ritrovare solidarietà in un problema sempre distratto dalla maggioranza dei cristiani categorici.
Tenevo a comunicartelo perché sapessi che mi è stato utile leggere quelle parole.
G.A.
NOTE 

[1] Tenga conto il lettore che è fondamentale considerare lo scopo di chi parla per ben capire il senso di ciò che dice. Gesù sembra intransigente, assolutamente contro il divorzio in ogni senso, perché prende posizione contro chi lo accetta “per un motivo qualsiasi”. Allo stesso modo io sembrerò permissivo quando mi trovo ad argomentare contro chi è intransigente.

[2] Per l’adulterio le previsioni della Legge erano altre. Si capisce, però, che non si tratta di leggi attuabili. Oggi i tempi e le condizioni sociali sono diversi.

“Se uno commette adulterio con la moglie di un altro, se commette adulterio con la moglie del suo prossimo, l’adultero e l’adultera dovranno essere messi a morte”. (Levitico 20:10)

 “Quando un uomo sposa una donna, entra da lei, e poi la prende in odio, le attribuisce azioni cattive e disonora il suo nome, dicendo: “Ho preso questa donna e, quando mi sono accostato a lei, non l’ho trovata vergine”,  allora il padre e la madre della giovane prenderanno le prove della verginità della giovane e le presenteranno davanti agli anziani della città, alla porta. Il padre della giovane dirà agli anziani: “Io ho dato mia figlia in moglie a quest’uomo; egli l’ha presa in odio, ed ecco che le attribuisce azioni cattive, dicendo: “Non ho trovato vergine tua figlia”. Ora ecco le prove della verginità di mia figlia”, e mostreranno il lenzuolo davanti agli anziani della città. Allora gli anziani di quella città prenderanno il marito e lo castigheranno; e, per aver diffamato una vergine d’Israele, lo condanneranno a un’ammenda di cento sicli d’argento, che daranno al padre della giovane. Lei rimarrà sua moglie ed egli non potrà mandarla via per tutto il tempo della sua vita. Ma se la cosa è vera, se la giovane non è stata trovata vergine, allora si farà uscire quella giovane all’ingresso della casa di suo padre, e la gente della sua città la lapiderà a morte, perché ha commesso un atto infame in Israele, prostituendosi in casa di suo padre. Così toglierai via il male di mezzo a te. Quando si troverà un uomo coricato con una donna sposata, tutti e due moriranno: l’uomo che si è coricato con la donna, e la donna. Così toglierai via il male di mezzo a Israele. Quando una fanciulla vergine è fidanzata e un uomo, trovandola in città, si corica con lei,  condurrete tutti e due alla porta di quella città, e li lapiderete a morte: la fanciulla, perché, essendo in città, non ha gridato; e l’uomo, perché ha disonorato la donna del suo prossimo. Così toglierai via il male di mezzo a te. (Deuteronomio 22:13-24).

Il libro è adesso stato pubblicato

 

Prova Testimoniale

di Giuseppe Guarino

Un fatto è vero perché qualcuno può testimoniare che esso è realmente avvenuto, l’ha visto, udito, ne è stato, come si dice spesso, spettatore. Il nostro sistema giuridico prevede la prova testimoniale per dimostrare o confutare la veridicità di un fatto. La testimonianza è anche uno dei punti cardini della fede cristiana.

La Chiesa Cattolica festeggia le ricorrenze di diversi santi che correttamente definisce “martiri”. Nell’uso comune della parola, viene chiamato “martire” chi subisce ingiustamente da un’altra delle sofferenze, o chi si immola per una qualche causa. Il significato della parola originale, mantenuto nella terminologia cattolica, è ben più profondo. “Martire”, infatti, deriva dal greco “μάρτυς”  che significa “testimone” e di conseguenza “martirio” deriva dal verbo “testimoniare”. Quindi martire, nel suo significato autentico, è colui che testimonia della Verità dell’Evangelo a costo della vita.

Vi è un testimone più attendibile di un uomo in punto di morte? Chi si ostinerebbe a sostenere una menzogna quando è minacciata la sua stessa vita? In quel fatale momento, prima di spirare, molte persone hanno sentito il bisogno di liberarsi di alcuni pesi, di rivelare dei segreti, di riparare a dei torti, dire verità taciute.

Ci poniamo poi un’altra domanda: chi sarebbe così folle da morire per una menzogna?

Nel libro degli Atti leggiamo proprio che gli apostoli e quanti presenti all’assunzione in cielo del Signore, sarebbero stati suoi testimoni, per mandato espresso di Gesù.

“Ma riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all’estremità della terra“. (Atti 1:8)

Se veramente Gesù non fosse risorto dai morti, se veramente gli apostoli avessero avuto qualche dubbio su questa cosa, sarebbero stati così folli da vivere una vita povera, dedita all’evangelo ed all’amore per gli altri? Sarebbero stati così folli che quando venivano imprigionati anziché gridare la propria innocenza e confessare che si trattava tutto di una congiura, cantavano le lodi di Dio?

Se Pietro non avesse avuto la certezza che Gesù fosse resuscitato si sarebbe ostinato a testimoniare una menzogna e a non rinnegarla nemmeno a costo della propria vita?

Paolo era un uomo istruito, un dotto. Eppure dedicò la sua intera vita alla predicazione dell’Evangelo ed all’apostolato al quale Gesù l’aveva specificatamente chiamato. Se fosse stata tutta una montatura ad un certo punto non avrebbe dovuto stancarsi, impaurirsi, fuggire davanti a morte certa, confessando che si trattava tutto di una congiura e di un’invenzione? Nelle sue epistole non da per nulla l’impressione di essere un idiota, mentre sarebbe da idioti vivere la vita che ha vissuto lui e fare la morte che ha fatto per una menzogna. In nome di chi e di quale guadagno?

Gli apostoli infatti non ebbero alcun guadagno terreno dall’adempiere al proprio compito, se non vivere la loro esistenza da perseguitati e concluderla dando la vita per essere fedeli fino in fondo all’incarico di testimoni della resurrezione che Gesù aveva loro affidato.

Sento ogni giorno parlare di chi crede e di chi non crede, di teorie su teorie e ragionamenti filosofici. Ma quanti di questi gentiluomini messi dietro ad una scrivania ed un pc a sputare sentenze sulla nostra Fede in Cristo Gesù sarebbero così convinti delle proprie teorie da sostenerle fino alla morte? Gli uomini ai quali noi abbiamo creduto, l’hanno fatto. Se il prezzo della loro vita è stato pagato in vano per alcuni, è invece valso la salvezza di molti.

I brani neotestamentari che ricordano il valore della testimonianza apostolica sono tra i più belli e significativi della Parola di Dio e meritano di essere ricordati nella chiusura di questa breve riflessione-studio.

“Quel che era dal principio, quel che abbiamo udito, quel che abbiamo visto con i nostri occhi, quel che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato della parola della vita (poiché la vita è stata manifestata e noi l’abbiamo vista e ne rendiamo testimonianza, e vi annunziamo la vita eterna che era presso il Padre e che ci fu manifestata), quel che abbiamo visto e udito, noi lo annunziamo anche a voi …”  (1 Giovanni 1:1-3)

“Infatti vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del nostro Signore Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole abilmente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua maestà“. (2 Pietro 1:16)

Prima di affidarci a questo o quel individuo ed alle parole che dicono sulla Fede e sull’Evangelo, misuriamo la loro  attendibilità di testimoni. Gli apostoli hanno provato di essere testimoni disinteressati e fedeli, ritenere che ciò che ci abbiano tramandato è attendibile è una logica conseguenza.

Chi è il mio prossimo?

di Giuseppe Guarino

La bellissima copertina di Charlie Brown che ho scelto per questo mio studio/riflessione ci introduce ad un argomento fondamentale della condotta di ogni cristiano.

 

Chi è il mio prossimo?

Sembra una domanda persino stupida. Invece è davvero importante e da non sottovalutare. Come spesso accade la risposta è più semplice di quanto si possa immaginare. Con grande pazienza ed amore Gesù spiega, e ci spiega, con parole semplici concetti che, una volta illustrati da lui, diciamo nel nostro cuore: ma come facevo a non capirlo da me?

Dò per scontato che molte cose che dirò il credente le conosca già. Aggiungerò quindi qualche dato per approfondire il contesto nel quale Gesù insegna, così da dare qualcosa anche a chi di questa riflessione non avrebbe bisogno.

Luca 10:25-37

25 Ed ecco, un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova, dicendo: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?» 

I dotti della Legge erano esperti nella Torah, i primi cinque libri della Bibbia, e in generale nell’insegnamento delle Scritture ebraiche.

La domanda posta a Gesù da un uomo di tale importanza sembra persino ridicola. Il testo ci dice che il fine è “metterlo alla prova”. Forse, però, dietro l’atteggiamento pubblico, tenuto per cercare di mantenere il proprio rango, da “rabbi a rabbi”, il dottore vuole veramente conoscere il pensiero di Gesù. Gli ebrei amavano gli scambi di idee ed il dialogo. Le diverse opinioni non erano motivo di divisioni insanabili. Notate infatti come leggendo il Nuovo Testamento è evidente che Sadducei, Farisei, Scribi, ecc… tutte fazioni con idee divergenti sull’interpretazione della Rivelazione, rimanevano comunque parte integrante del giudaismo del secondo tempio. Il modo in cui pone la domanda il “dottore”, la maniera in cui la fa propria, potrebbe anche essere il frutto di una profonda crisi personale e la richiesta sincera di una risposta che risolva il dramma di un’anima in tormento. Forse quest’uomo osserva tutte le clausole della Legge, si sforza di fare la volontà di Dio, è erudito, sa di esserlo, ma in qualche modo sente che questo non basta. Magari avrà sentito parlare di “vita eterna” da Gesù e vuole chiarimenti da parte sua e lo fa nascondendosi dietro una sfida per non sembrare debole agli occhi dei suoi correligionari. Come Nicodemo si nascondeva andando da lui di notte, forse quest’uomo si nasconde dietro un atteggiamento per non perdere il prestigio della sua condizione.

26 Gesù gli disse: «Nella legge che cosa sta scritto? Come leggi?» 

Gesù è l’uomo più saggio che sia mai esistito. Gli fa a sua volta una domanda, come per dire al suo interlocutore: lo sai che devi fare o in tutta una vita di studio non hai capito nulla? E il dottore deve rispondere per non perdere la faccia.

27 Egli rispose: «Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la forza tua, con tutta la mente tua, e il tuo prossimo come te stesso». 

Il dottore della Legge cita appunto la Torah, i precetti dati da Dio a Mosè e da Mosè al popolo, quelli che conosce di sicuro a memoria.

Un importante appunto. Siamo abituati a considerare l’amore come un sentimento, qualcosa che proviamo. Nella Bibbia l’amore non è visto come il sentimento e basta. E’ un’azione. Amare il prossimo come noi stessi non implica di struggersi nel proprio cuore per il prossimo, ma il compiere azioni di amore verso gli altri come le compiamo quotidianamente verso noi stessi. La Bibbia non è un libro di filosofia e qui non si fa del romanticismo, ma l’insegnamento di Gesù mira al concreto, a cambiare sì dal di dentro l’uomo, ma affinché ciò si realizzi concretamente nella quotidianità dei rapporti interpersonali. Ad amare in astratto siamo bravi tutti!

28 Gesù gli disse: «Hai risposto esattamente; fa’ questo, e vivrai». 

Spesso abbiamo le risposte ai nostri quesiti sotto il nostro stesso naso, ma: o non ce ne rendiamo conto o preferiamo ignorarle.

29 Ma egli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?» 

Il dottore della Legge non ha fatto una bella figura. Ha fatto una domanda con una risposta ovvia, una risposta che lui stesso ha fornito. In qualche modo adesso prova a salvare la faccia. Ma, alla fine di questo racconto, si renderà conto che sarebbe stato molto meglio per lui se non avesse posto la prima domanda e ancora di più questa seconda.

30 Gesù rispose: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico, e s’imbatté nei briganti che lo spogliarono, lo ferirono e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31 Per caso un sacerdote scendeva per quella stessa strada, ma quando lo vide, passò oltre dal lato opposto. 32 Così pure un Levita, giunto in quel luogo, lo vide, ma passò oltre dal lato opposto. 

La via che collegava Gerusalemme a Gerico era piuttosto trafficata. Era un percorso importante. La classe sacerdotale che abitava a Gerico era una fazione opposta a quella gerosolomitana. Ma avevano anche loro a cuore la salvaguardia del patrimonio religioso ebraico. A questo fine i sacerdoti di Gerico e quelli del tempio crearono insieme un archivio proprio a Gerico delle Scritture e dei tesori del giudaismo per preservarli da eventuali pericoli scaturenti dalle forze di occupazione romana.

Questo spiega perché sacerdoti e leviti percorrano questa strada. Scrive Simone Paganini, dal quale ho appreso le informazioni che ho riportato sopra, nel suo “Gesù, Qumran e gli esseni”, p.79, che Gerico era una “città dominata dalla classe sacerdotale e dotata di una propria biblioteca”.

Gesù colpisce nel vivo il cuore del dottore della Legge. Non gli parla di un caso astratto, ma concreto. Secondo me il racconto di Gesù potrebbe addirittura non essere fantastico: nella sua onniscienza il Signore potrà aver riportato alla memoria un evento realmente accaduto del quale il dottore della Legge sapeva o era stato testimone oculare. Non sarebbe scritturalmente impossibile – vedi Giovanni 1:48.

Sacerdoti, Leviti, dottori della Legge, ecc… tutte persone importanti, coinvolte nel culto del tempio e nella preservazione della tradizione giudaica, dedite allo studio delle Scritture e osservanti la Legge. Nessuno si ferma a soccorrere un pover’uomo in difficoltà – e che difficoltà! Con le sue parole Gesù dà letteralmente uno schiaffo morale al dottore della Legge, quando dice:

33 Ma un Samaritano, che era in viaggio, giunse presso di lui e, vedendolo, ne ebbe pietà; 

Tutti quegli uomini religiosi, il fiore della cultura e del pensiero ebraico, coloro che dovevano illuminare Israele, avevano fallito nel primo e più importante comandamento della Legge mosaica. E chi si ferma a soccorrere l’uomo? Un samaritano.

I samaritani erano considerati dai giudei credenti di seconda categoria, non erano puri Israeliti.

Il popolo di Samaria, terra a nord di Giuda, era nato dopo la disfatta delle tribù di Israele nel 722 a.C. per mano degli Assiri. Questi, particolarmente crudeli, avevano deportato il meglio del popolo, come loro costume, e lasciato la parte più povera della gente nel territorio messo a ferro e fuoco. Questa terra era quindi divenuta oggetto di colonizzazione da parte degli stessi assiri che col tempo si mischiarono con i nativi, dando vita al popolo samaritano, mal visto dai giudei del sud.

(La piantina qui sopra è tratta da Wikipedia. Mostra i due regni di Giuda ed Israele, nati dopo la morte di Salomone. Israele cadde per mano degli assiri, appunto nel 722 a.C. Nei libri dei profeti leggiamo il perché di una così grande disfatta. Giuda a sud resistette alla furia assira, ma cadde per mano di Nabucodonosor, come leggiamo in Daniele, Geremia, ed altri libri dell’Antico Testamento, nel 586 a.C. Ma con la disfatta babilonese e l’illuminato regno del persiano Ciro, il popolo ebbe il permesso di ricostruire città e tempio di Gerusalemme. Così il regno di Giuda risorse letteralmente dalle proprie ceneri e, sebbene sottoposto ai vari grandi imperi del passato (persiano, greco e romano), riuscì a mantenere la propria integrità nazionale e religiosa. Fino al 70 d.C., anno in cui Gerusalemme ed il tempio vennero di nuovo rasi al suolo e cominciò la diaspora terminata nel 1948 con la costituzione dello stato di Israele.)

Immaginate il sentimento di quel dotto quando Gesù marchia come trasgressori della Legge le più alte cariche religiose del clero ebraico e plaudiva facitore della più importante delle Leggi bibliche un samaritano – l’ultima ruota del carro.

34 avvicinatosi, fasciò le sue piaghe versandovi sopra olio e vino, poi lo mise sulla propria cavalcatura, lo condusse a una locanda e si prese cura di lui. 35 Il giorno dopo, presi due denari, li diede all’oste e gli disse: “Prenditi cura di lui; e tutto ciò che spenderai di più, te lo rimborserò al mio ritorno”. 36 Quale di questi tre ti pare essere stato il prossimo di colui che s’imbatté nei ladroni?» 37 Quegli rispose: «Colui che gli usò misericordia».

“Prossimo”, come anche “ospite”, è una parola che può usarsi in maniera reciproca. Il samaritano era quindi il prossimo dell’uomo aggredito e viceversa, l’uomo aggredito era il prossimo del samaritano. Alla luce di ciò le parole di Gesù diventano ancora più significative: c’è uguaglianza nel nostro stato di esseri umani. Gesù infatti non chiede chi fosse il prossimo del samaritano o dei rappresentanti del clero, ma di colui che si era imbattuto nei ladroni.

Gesù gli disse: «Va’, e fa’ anche tu la stessa cosa».

Noi “uomini di chiesa”, “religiosi”, noi che ci diciamo “cristiani” dobbiamo stare attenti a non trascurare di mettere in pratica l’amore per il prossimo. La nostra religiosità, il nostro sapere, la nostra reputazione, non può farci ritenere santi abbastanza, spirituali abbastanza, da mettere da parte il comandamento più importante della Parola di Dio. In generale, il nostro stato di grazia con Dio non deve farci inorgoglire, riempire di noi stessi, guardare agli altri dall’alto in basso, ma rendere più umili ed obbedienti. Se valiamo di più, o pensiamo di valere di più; se sappiamo, o pensiamo di sapere più degli altri, allora mettiamoci al servizio degli altri.

“Ma Gesú disse loro: «I re delle nazioni le signoreggiano, e coloro che esercitano autorità su di esse sono chiamati benefattori. Ma con voi non sia cosí; anzi il piú grande fra di voi sia come il minore e chi governa come colui che serve. Chi è infatti piú grande chi siede a tavola, o colui che serve? Non è forse colui che siede a tavola? Eppure io sono in mezzo a voi come colui che serve.” (Luca 22:25-27)

Il nostro testo continua così.

“35 e uno di loro, dottore della legge, gli domandò, per metterlo alla prova: 36 «Maestro, qual è, nella legge, il gran comandamento?» 37 Gesù gli disse: «”Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente“. 38 Questo è il grande e il primo comandamento. 39 Il secondo, simile a questo, è: “Ama il tuo prossimo come te stesso“. 40 Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti».”  (Matteo 22:35-40)

Quando nessuno ci guarda, quando nessuno sa, quando gli unici occhi sono quelli della nostra coscienza e di Dio, è quello il momento della verità.

Personalmente non ho la coscienza del tutto pulita, so di avere sbagliato molte volte. Molte altre volte ho fatto bene ed ho subito delle conseguenze negative per aver fatto del bene. Perché spesso fare bene significa esporsi, personalmente ed emotivamente.

A volte infatti facciamo bene e ci scontriamo con chi è ingrato, con chi sputa sulla mano che tendiamo per aiutare. A volte subentra una certa stanchezza e ci chiediamo persino se ne valga davvero la pena per certe persone. In questi giorni anche io – che sono un essere umano – mi sono chiesto quanto e se ne vale la pena, visti alcuni tristi recenti eventi personali.

Eppure, si. Ne vale la pena. Fare bene è sempre la scelta giusta. Farlo a prescindere, pensando che il bene lo meritano tutti fino a prova contraria – e non viceversa. E ciò anche se non avremo il plauso di nessuno: la gente oggi vi potrà marchiare come stupidi, ingenui nella migliore delle ipotesi, illusi; potrà persino immaginare che nascondiate un qualche secondo fine – in un mondo dove nessuno fa nulla per nulla; e chi avrà beneficiato del vostro intervento potrà persino dirvi apertamente: “chi t’aveva chiesto niente?” (a me è successo)

Eppure le parole di Giacomo echeggiano sempre nella mia mente.

“La religione pura e senza macchia davanti a Dio e Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puro dal mondo.” (Giacomo 1:27)

Per alcune persone sono buono, per altre cattivo; alla maggior parte sono indifferente. Ho fatto il meglio che ho potuto nella mia vita, ma non mi illudo di aver fatto bene o meglio di altri. Ma posso testimoniare la veridicità della Parola di Dio ed esorto ognuno a cercare con tutto il cuore di vivere una fede che si manifesti anche in atti d’amore verso il prossimo. Non per ricevere alcuna pacca sulla spalla da altri uomini, o perché si spera nella gratitudine futura di chi ha beneficiato del nostro intervento, ma perché il Signore ci comanda di fare così. Notate Infatti che nella storia riportata dal vangelo di Luca non ci viene detto cosa accade dopo; se l’uomo sia stato o meno grato al samaritano, se questi avrà mostrato la sua riconoscenza o, una volta stato bene, sia andato via senza nemmeno curarsi di dirgli un grazie. Ciò è omesso, credo, proprio perché il nostro comportamento verso il prossimo non deve essere finalizzato ad un guadagno, anche morale, né deve mirare a creare uno stato di debito in chi ha beneficiato del nostro aiuto. C’è un detto molto bello: “fai bene e scorda.” La nostra retribuzione è nascosta in Dio e si paleserà al momento opportuno, in questa vita o nella prossima, come ci assicurano le parole di Gesù. Il nostro compito è solo obbedire ed esercitare amore sincero e disinteressato per chi il Signore mette sul nostro cammino.

“il Padre tuo, che vede nel segreto te ne darà la ricompensa palesemente.” (Matteo 6:4)

Per chiudere questa riflessione, in maniera un po’ inusuale, allego il link ad un brano di Keith Green, musicista cristiano, che negli anni ’80 scrisse questa bella canzone basata sulla storia raccontata da Gesù. Buona visione e buon ascolto.

 

 

Creazione, caduta ed opportunità di redenzione

di Giuseppe Guarino

Ogni libro della Bibbia mi piace per un motivo diverso. Perché ha qualcosa di diverso da dirmi ed insegnarmi. E lo fa ogni volta che lo rileggo o anche se solo lo medito.

Sto traducendo un libro sul racconto della Creazione che troviamo nel libro della Genesi. Se qualcuno mi considera un bigotto, fondamentalista ignorante, sappia che non mi sento tale. Asimov è uno dei miei autori preferiti. E, di recente, mi sono imbattuto e sto leggendo un meraviglioso libro di Stephen Hawking.

Se da una parte ciò può sollevare alcuni miei lettori, preoccuperà altri. Perché mi sono reso conto che gli individui dalla mente chiusa non stanno da una parte soltanto della barricata. Infatti, spesso, dalle mie parti, fa più vittime il fuoco amico che quello del nemico.

Detto ciò, spero di avere appianato la strada per una lettura che voglia essere rilassata, interessata e non critica ed ipercritica.

Leggiamo questo stupendo brano della Genesi che riguarda il nostro rapporto con Dio.

Genesi 2

15 L’Eterno DIO prese dunque l’uomo e lo pose nel giardino dell’Eden perché lo lavorasse e lo custodisse. 16 E l’Eterno DIO comandò l’uomo dicendo: «Mangia pure liberamente di ogni albero del giardino; 17 ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare, perché nel giorno che tu ne mangerai, per certo morrai».

Dio crea l’uomo e gli dà un luogo dove vivere e da curare.

E’ per questo che abbiamo bisogno di una dimora. E’ per questo che abbiamo bisogno di qualcosa e di qualcuno di cui occuparci e di qualcosa da fare. Un gatto riesce a stare seduto e non fare nulla. Un cagnolino è felice accanto al suo padrone. Gli uccelli volano nel cielo e si posano su dei fili e sono appagati. Ma noi esseri umani abbiamo bisogno di uno scopo. Abbiamo bisogno di qualcosa che ci tenga occupati. Altrimenti, come diceva il Vate: “il tedio assale”.

E’ così che Dio ci ha creati ed è questo che ci conferma la Bibbia: non siamo così per caso, ma perché creati ad immagine e somiglianza di Dio.

Dio dà l’intera creazione all’uomo. Ogni cosa è a sua disposizione. Una sola cosa gli è negata, un solo frutto, un solo divieto gli viene posto davanti.

Perché Dio fa questo?

Perché proibisco a mio figlio di mettere le dita in bocca? Perché gli dico di mangiare cibi sani? Perché lo obbligo a studiare? Lo faccio perché lo amo. Lo faccio perché voglio il meglio per lui.

Ma Dio perché crea l’albero della conoscenza del bene e del male?

E’ implicito che creando l’uomo a Sua immagine e somiglianza, l’uomo ha capacità di capire, di scegliere. Quindi, piuttosto che abbandonarlo ad una sorte oscura, Dio rende la scelta di vita più facile possibile: relega la scelta sbagliata ad un singolo atto, a mangiare di un singolo frutto. Per mantenere la sua integrità l’uomo doveva semplicemente non fare una singola cosa. E’ come se ti dessi un castello con mille stanze e ti dicessi: “una sola stanza non puoi usare. E lo faccio perché quella stanza riserva pericoli mortali.” Ti spiego pure il motivo. Invece di pensare alle 999 che ti dò, però, ti crucci per l’una che per il tuo bene ti precludo?

21 Allora l’Eterno DIO fece cadere un profondo sonno sull’uomo, che si addormentò; e prese una delle sue costole, e rinchiuse la carne al suo posto. 22 Poi l’Eterno DIO con la costola che aveva tolta all’uomo ne formò una donna e la condusse all’uomo. 23 E l’uomo disse:

Questa finalmente

è ossa delle mie ossa

e carne della mia carne.

Lei sarà chiamata donna perché è stata tratta dall’uomo». 24 Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una sola carne. 25 E l’uomo e sua moglie erano ambedue nudi e non ne avevano vergogna.

Il verso 23 è la prima poesia d’amore mai scritta. Ed è stata scritta da un uomo innamorato, innamorato a prima vista!

Come mai Dio creò la donna da una costola dell’uomo?

La lezione di questo brano della Scrittura basterebbe a dimostrare quanto contrario sia all’ideale voluto da Dio il comportamento inqualificabile dell’uomo nei confronti della donna. Chi in tutta la creazione può meritare altrettanto rispetto da parte dell’uomo se non la donna, che viene proprio da lui? E se viene dalla sua costola – avrete sentito dei predicatori ed insegnanti della parola già dirlo – è perché  è stata creata per stare accanto all’uomo. Né sopra, né sotto, ma accanto!

L’uomo e la donna vivevano in uno stato di purezza morale e intellettuale. Come dei bimbi, non avevano alcuna vergogna della loro nudità, nessuna malizia era entrata nel loro cuore. Essi vivevano una vita produttiva in comunione con il loro Creatore, godendo della felicità personale e di coppia. Chissà quale meraviglia di stato doveva essere il loro. Come anche oggi accade, quando tutto va bene e tutto fila liscio deve venire qualcuno a sfasciare tutto.

Genesi 3

1 Or il serpente era il più astuto di tutte le fiere dei campi che l’Eterno DIO aveva fatto, e disse alla donna: «Ha DIO veramente detto: “Non mangiate di tutti gli alberi del giardino”?». 2 E la donna rispose al serpente: «Del frutto degli alberi del giardino ne possiamo mangiare; 3 ma del frutto dell’albero che è in mezzo al giardino DIO ha detto: “Non ne mangiate e non lo toccate, altrimenti morirete”». 4 Allora il serpente disse alla donna: «Voi non morrete affatto; 5 ma DIO sa che nel giorno che ne mangerete, gli occhi vostri si apriranno, e sarete come DIO, conoscendo il bene e il male».

Da altri brani della Scrittura sappiamo che il serpente altri non è che il nemico delle nostre anime, colui che è Satana e Diavolo. Le sue parole sono astute, mischia sapientemente, come fa anche oggi, verità a bugia; anzi, tanta verità riesce ad inquinarla persino con una sola menzogna, insinuando il tarlo del dubbio nella mente umana.

Questa settimana il mio pastore ha predicato su parte di questo brano biblico ed ha detto una cosa che mi ha davvero colpito. Non so quanto possa essere in tema con la nostra discussione – lo era con la sua predica – ma è davvero molto interessante come concetto e voglio riportarlo: dov’era l’uomo quando tutto questo succedeva? Il nostro – parlo agli uomini – ruolo di custodi delle cose che Dio ci affida dobbiamo prenderlo seriamente. Dobbiamo essere noi uomini a proteggere, salvaguardare e custodire saggiamente la donna – per alcuni aspetti più debole di noi. Chiusa parentesi.

Il serpente compie la sua opera. Le sue parole insinuano quel dubbio che è in ogni uomo: ma il comandamento di Dio è davvero per il mio bene o è solo per impedirmi di godere di quest’altra esperienza, di godere pienamente la mia vita? In parole povere, la donna dubita dell’amore di Dio e dello scopo per il quale Dio proibisce il frutto, cioè preservarla dal male.

6 E la donna vide che l’albero era buono da mangiare, che era piacevole agli occhi e che l’albero era desiderabile per rendere uno intelligente; ed ella prese del suo frutto, ne mangiò e ne diede anche a suo marito che era con lei, ed egli ne mangiò. 7 Allora si apersero gli occhi di ambedue e si accorsero di essere nudi; così cucirono delle foglie di fico e fecero delle cinture per coprirsi.

La bellezza e profondità di questo brano della Scrittura rende innumerevoli il numero di pagine che si possono scrivere per descriverlo o analizzarlo.

La donna guarda il frutto: il peccato diventa bello. Prima forse non l’aveva davvero preso in considerazione. Ora lo guarda e diventa, ai suoi occhi, attraente, invitante. Mangiarlo diviene occasione di  risvolti positivi, ora lei vuole conoscere il bene ed il male. Ci riflette, quindi. Vaglia la cosa. I suoi sensi ed il suo intelletto ne sono sedotti prima, coinvolti poi. E mangia del frutto. Non solo ne mangia lei, ma lo fa mangiare anche al marito.

Di colpo, come un bimbo di due anni che in un attimo diviene un adulto, gli occhi degli uomini divengono maliziosi e si accorgono subito di un primo cambiamento non nella realtà che li circonda, bensì nella loro percezione della stessa: sono nudi. Cercano quindi di riparare alla menopeggio e si coprono. Da sempre facciamo errori e vi rimediamo meglio che possiamo. Meglio che possiamo implica: in maniera imperfetta e transitoria.

Sarà che la narrazione della Genesi sembra un po’ troppo ingenua e semplice all’uomo del ventunesimo secolo. Ma se davvero è così, come mai descrive perfettamente le nostre malefatte quotidiane, perpretate nella stessa ingenua o addirittura stupida maniera?

Ho riflettuto tanto su questa caratteristica della Bibbia.

Non credo vi sia una sola possibile descrizione per spiegare lo stile narrativo biblico in questo brano come in altri.

Mio padre mi spinse a studiare ragioneria da giovane e per anni ho fatto il lavoro di contabile e se c’è una cosa che ho imparato è che su ogni disquisizione teorico-filosofica prevale l’importanza del risultato. Se per millenni questa spiegazione sull’origine del male ha parlato ad uomini vissuti in epoche ed in luoghi distantissimi l’uno dall’altro, se così poche parole riescono a dire e spiegare così tanto, allora siamo davanti alla maniera giusta per veicolare la Rivelazione di Dio all’uomo.

Tante euridite e complesse denigrazioni elaborate in passato contro la Scrittura sono cadute nel dimenticatoio, divenute obsolete e superate, inutili in ogni senso. Lo saranno domani quelle elaborate oggi. Ma io credo che “la Parola del Signore rimane in eterno” (1 Pietro 1:25)

Ascoltavo Bob Dylan in auto. Una delle sue più belle canzoni è Hurricane. Con le sue rime e le sue note, in pochi minuti, riesce ad essere così incisivo! Un libro di duecento pagine scritto con paroloni, non potrebbe essere altrettanto efficace. Allora, anche la Bibbia, con questo suo linguaggio semplice, con la sua ritmica schematicità risulta davvero efficace come mi riesce difficile immaginare potrebbe essere se fosse narrata in qualsiasi altro modo.

8 Poi udirono la voce dell’Eterno DIO che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno; e l’uomo e sua moglie si nascosero dalla presenza dell’Eterno DIO fra gli alberi del giardino.

Questa scena è stupenda. Dio cammina nel giardino alla ricerca dell’uomo. Abbiamo davvero toppato: per un frutto abbiamo perso di passeggiare e conversare con il nostro creatore.

9 Allora l’Eterno DIO chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?». 10 Egli rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino, e ho avuto paura perché ero nudo, e mi sono nascosto». 11 E DIO disse: «Chi ti ha mostrato che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero del quale io ti avevo comandato di non mangiare?». 12 L’uomo rispose: «La donna che tu mi hai messo accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». 13 E l’Eterno DIO disse alla donna: «Perché hai fatto questo?». La donna rispose: «Il serpente mi ha sedotta, e io ne ho mangiato».

Quante volte ho visto scene simili. Tutti a dare la colpa agli altri per le proprie misfatte. Ho conosciuto poche persone capaci di assumersi le proprie responsabilità. Ricordo in terza elementare la maestra tornava dalla pausa caffè e tutti a negare di aver fatto il monello. Pensavo che con gli anni sarebbe cambiato tutto, ma trent’anni dopo il mio capo sbaglia una cosa, l’altro mio capo dice: “Giuseppe che hai combinato?” Dando la colpa a me. E l’altro, zitto, non ha avuto il coraggio di assumersi la sua responsabilità. Più che indispormi, la cosa mi ha fatto ridere. Ricordo poi quella volta quando il commercialista aziendale, pensando di non essere sentito, dava a noi all’amministrazione la colpa di errori suoi. E così via. Che delusione quando da piccolo sono diventato grande e ho potuto amaramente constatare che non solo con gli anni non si migliora, ma gli errori diventano solo più grandi ed i tentativi di coprirli più ridicoli e patetici.

14 Allora l’Eterno DIO disse al serpente: «Poiché hai fatto questo, sii maledetto fra tutto il bestiame e fra tutte le fiere dei campi! Tu camminerai sul tuo ventre e mangerai polvere tutti i giorni della tua vita. 15 E io porrò inimicizia fra te e la donna e fra il tuo seme e il seme di lei; esso ti schiaccerà il capo, e tu ferirai il suo calcagno». 16 Alla donna disse: «Io moltiplicherò grandemente le tue sofferenze e le tue gravidanze; con doglie partorirai figli: i tuoi desideri si volgeranno verso il tuo marito, ed egli dominerà su di te». 17 Poi disse ad Adamo: «Poiché hai dato ascolto alla voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero circa il quale io ti avevo comandato dicendo: “Non ne mangiare”, il suolo sarà maledetto per causa tua; ne mangerai il frutto con fatica tutti i giorni della tua vita. 18 Esso ti produrrà spine e triboli, e tu mangerai l’erba dei campi; 19 mangerai il pane col sudore del tuo volto, finché tu ritorni alla terra perché da essa fosti tratto; poiché tu sei polvere, e in polvere ritornerai». 20 E l’uomo diede a sua moglie il nome di Eva, perché lei fu la madre di tutti i viventi.

Questa è la parte più brutta: arriva il momento di subire le conseguenze per ciò che abbiamo fatto. Le subiamo noi e chi ci circonda. Se sbaglio io purtroppo pagano anche mia moglie ed i miei figli. Se non rispetto i segnali stradali sfascio una macchina in un incidente e rischio di far male a qualcuno. Se inquiniamo senza curarci del pianeta non possiamo pensare di cavarcela senza che l’intera umanità paghi. Se siamo ciechi egoisti, non ce la dobbiamo prendere se non con noistessi quando finiamo per essere soli. Se diamo un pugno nel muro ci faremo male ad una mano. Se mentiamo a raffica prima o poi noi stessi e chi ci sta intorno piangeremo le conseguenze.

La maledizione sul creato e sull’umanità è inevitabile conseguenza del nostro aver scelto di fare a modo nostro.

Anche oggi Dio dà i suoi comandamenti, ma oggi ci indispone persino l’idea di dover obbedire a qualcosa o qualcuno. Ci rendiamo conto che lo stato dell’uomo odierno è frutto della medesima disobbedienza dei nostri progenitori?

Anche oggi, forse più consapevolmente di allora, scegliamo di cogliere il frutto, vogliamo essere noi a decidere cosa è bene e cosa è male, affidare al nostro giudizio ciò che è giusto o sbagliato. Millenni di storia testimoniano che questa condotta non porta da nessuna parte. Sia individualmente che collettivamente. Credo di non dire nulla che non sia sotto gli occhi di tutti o meglio, come diceva Craxi, “non lo vede solo chi non lo vuole vedere.“

 21 Poi l’Eterno DIO fece ad Adamo e a sua moglie delle tuniche di pelle, e li vestì.

Dopo aver parlato della conseguenza del peccato dell’uomo, Dio stesso, come un genitore amorevole davanti ad un figlio messosi nei guai, si interessa attivamente per trovare una soluzione riparatoria.  Dio mostra subito  all’uomo che i suoi tentativi per rimediare alla sua condizione non sono sufficienti. Il semplice rimedio della foglie di fico non basta. La redenzione dell’uomo non sarà così semplice ed indolore e non potrà avvenire senza l’intervento determinante del creatore. Dio uccide un animale innocente per coprire l’uomo e la donna. Così facendo preannuncia che un innocente dovrà pagare con la sua vita affinché l’uomo sia davvero redento. Profeticamente viene qui annunciata – millenni prima – l’incarnazione del Figlio di Dio e la sua morte per la nostra salvezza. É proprio il dialogo fra Dio Padre e Dio Figlio che porta alla conversazione che segue.

22 E l’Eterno DIO disse: «Ecco, l’uomo è divenuto come uno di noi, perché conosce il bene e il male. Ed ora non bisogna permettergli di stendere la sua mano per prendere anche dell’albero della vita perché, mangiandone, viva per sempre». 23 Perciò l’Eterno DIO mandò via l’uomo dal giardino di Eden, perché lavorasse la terra da cui era stato tratto. 24 Così egli scacciò l’uomo; e pose ad est del giardino di Eden i cherubini, che roteavano da tutt’intorno una spada fiammeggiante, per custodire la via dell’albero della vita.

Allontanato per sempre dal luogo della sua originaria pace e gioia comincia il lungo cammino dell’uomo verso la sua opportunità di redenzione.

Il resto della storia la stiamo scrivendo noi ed é già tutta narrata nelle pagine della Bibbia che seguono a quelle sulle quali abbiamo appena meditato.

 

La Trinità – una domanda

Un mio contatto di Facebook mi ha posto una domanda e questa è stata motivo di una riflessione che vorrei condividere con i lettori del mio sito.

Domanda:

Giuseppe… ma Lei cosa pensa di coloro che dicono che vi sono “tre persone nello stesso Dio”? Io ho iniziato solo ora a ragionare davvero sulla “trinità” ma devo dire che sono veramente allucinato da quello che sento dire da alcuni su questo argomento.

Risposta:

Non è facile descrivere Dio con parole umane, probabilmente è impossibile.

La parola “persona” viene dal latino e fu utilizzata quando si cercò di tradurre il greco hypostasis in quella lingua. Ovviamente “persona” va visto oggi più come un termine tecnico che come l’esatto equivalente della parola d’uso comune.

Parliamo di tre persone dell’unico Dio per cercare di sintetizzare quello che la Scrittura ci dice del nostro Dio, che è UNO, ma è anche Padre, Figlio e Spirito Santo.

La Parola di Dio presenta questo fatto e ci invita a viverlo nella nostra quotidianità, come Dio sopra noi, fra noi e in noi, ma l’elaborazione della spiegazione del dato biblico non può essere perfetta, perché perfetto non è il nostro linguaggio, né lo siamo noi.

Viviamo la Trinità di Dio quotidianamente. Preghiamo dicendo “Padre nostro”, nel nome di Gesù, attraverso lo Spirito Santo che è in noi.

Sono convinto che vi sia troppa enfasi ormai sulla formula dottrinale, quando invece, proprio seguendo la traccia presente nella Parola di Dio, dobbiamo vivere questa realtà, la realtà di un Dio meraviglioso che si rivela a noi in maniera così completa.

Se il termine persona non ci soddisfa, difficile che un altro riuscirà appieno. Ma vivere la realtà della presenza dello Spirito Santo in noi, vivere la salvezza in Gesù Cristo e instaurare tramite questi una relazione filiale con il nostro Padre celeste, è molto più importante di una convinzione intellettuale.

Sto leggendo un libro di fisica. La gravità era al nostro servizio molto tempo prima che la scoprissimo e che la definissimo o sbaglio? Ed è lì a regolare in maniera non del tutto chiara il movimento degli astri.

In fisica la elaborazione teorica non sempre è accompagnata da una dimostrazione in laboratorio. Ciò vale per molte delle realtà del nostro universo. Leggi divine immutabili reggono l’universo, che noi le conosciamo o meno, che noi le comprendiamo o meno.

A volte vorremmo rinchiudere Dio all’interno della nostra mente, ma è come voler travasare l’oceano in una bottiglia con un cucchiaino. Un’azione più produttiva è sedere sulla spiaggia a contemplare la bellezza del mare, o fare una bella nuotata.

Il nostro Dio, in parole povere, non è una realtà che è vera e concreta solo se riusciamo a comprenderlo e descriverlo. Dio è Dio a prescindere da noi. E la meraviglia della Trinità è la descrizione di come questo Dio indescrivibile, non del tutto comprensibile, diviene vero e presente nella storia e nella nostra vita, tramite il Figlio e lo Spirito Santo. La strada della serenità spirituale non è la ricerca di una formula dottrinale all’interno della quale imprigionare Dio, bensì la ricerca del “Dio con noi” e del “Dio in noi” che ci permette di vivere in pace e comunione con il “Dio su noi”.


Quaderno per appunti 2019 con piano di lettura della Bibbia in un anno

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Questo quaderno per appunti l’ho  concepito per me stesso. Per ogni mese ha il piano di lettura della Bibbia che poi ha un quaderno per appunti a seguire. Molto semplice, molto utile. Ho acquistato la mia copia su Amazon.

Io non arrivo a leggere la Bibbia in un anno. Ma mi piace avere questo schema che mi da delle indicazioni. Ad esempio, l’anno scorso ho seguito un piano di lettura per il solo Nuovo Testamento,  perché richiede meno tempo.

Come si vede dall’immagine che segue, l’interno è molto semplice.

Dio benedica la lettura della sua Parola e spero questo mio lavoro vi possa essere utile.

Prassi ebraica nel Nuovo Testamento

La prassi ebraica della circonlocuzione del Nome divino e il Nuovo Testamento.

Chi ha letto gli articoli ed il libro che ho scritto sull’argomento sa che i miei studi mi hanno ormai portato a maturare la convinzione che il Tetragramma non fosse parte degli autografi del Nuovo Testamento. Vi sono, infatti, poco più che mere supposizioni e deduzioni dalla parte di chi lo ritiene possibile, ma prove oggettive ed unanimi dalla parte di chi è contro una tale eventualità.

Eppure, io sono convinto che l’utilizzo di una lingua che non sia quella madre difficilmente potrà non risentire della mentalità natia di chi vi si cimenta. A volte mi imbatto in degli scritti in inglese che sono così chiaramente opera di italiani, che di italiano hanno proprio tutto tranne la lingua: la costruzione delle frasi, la scelta dei vocaboli, ecc…, rimangono profondamente legati alla cultura e lingua italiane. Tomasi di Lampedusa scriveva in italiano, ma le sue continue revisioni del Gattopardo miravano ad epurare la sua opera dai sicilianismi che originavano involontariamente nel testo a causa della sua cultura.

La dipendenza dalla mentalità ebraica degli autori del Nuovo Testamento è riscontrabile nei cosiddetti ebraismi, o semitismi: espressioni verbali in greco palesemente dipendenti dalla lingua e dal pensiero ebraico dell’autore.

Se così è, voglio cercare di spingere l’analisi del Nuovo Testamento greco nella direzione della ricerca della prassi ebraica del I secolo che impegnava gli Ebrei nella ricerca di circonlocuzioni  che permettessero di evitare l’utilizzo del Nome veterotestamentario di Dio.

Perché appurare un tale fatto può essere importante? Perché può contribuire ai fattori che attestano l’antichità ed ebraicità del testo del Nuovo Testamento. E’ infatti praticamente impossibile che certi comportamenti siano originati da ambienti al di fuori dell’ebraismo e ciò, se teniamo conto che la distruzione del tempio segna un po’ la fine della Chiesa ebraica, riunita in Gerusalemme come luogo stesso di nascita della comunità cristiana.

“La normale procedura dello scriba di Qumran era scrivere il Tetragramma liberamente quando si copiavano i manoscritti biblici, ma nei commentari biblici quali 1QpHab, 1QpZeph, ecc., dove vi è una citazione biblica … seguita da un commentario, lo scriba scriveva il Tetragramma soltanto nella citazione, ma nel commentario egli scriveva la parola אל, (Nel nostro alfabeto: El) cioè “Dio”. George Howard, The Tetragram and the New Testament, Journal of Biblical Literature, 96/I (1977), p. 66.

Se ravvisiamo questa stessa prassi nel NT, allora abbiamo un’ulteriore conferma della sua antichità. Chi ad esempio immagina che gli scritti neotestamentari siano un prodotto tardo della Chiesa ormai totalmente in mano ai Gentili, deve arrendersi all’evidenza che da troppe prospettive l’antichità degli scritti apostolici è dimostrata dalla chiara assonanza con i documenti del periodo nel quale la loro composizione è stata sostenuta dalla tradizione della comunità cristiana.

Il Nuovo Testamento è stato scritto in greco, ma vi è una tradizione manoscritta che ci tramanda un testo ebraico di Matteo. L’ho già citato nel capitolo precedente. E abbiamo già rilevato come il comportamento nell’uso del Tetragramma sia in perfetta armonia con la prassi della comunità di Qumran.

Attraverso uno studio statistico delle occorrenze dei nomi sacri, mi sono convinto che una tale prassi è perfettamente riscontrabile anche nel Nuovo Testamento sebbene scritto in greco, grazie a quella dipendenza dagli schemi linguistici e tradizionali tipici dalla cultura ebraica.

Facciamo parlare i numeri e quanto sto dicendo apparirà chiaro da sé.

Per i dati statistici ho utilizzato il software biblico e-sword, freeware disponibile sul sito www.e-sword.net La traduzione biblica cui faccio riferimento è la Nuova Riveduta edizione del 1994.

LIBRO o PORZIONE DELLA SCRITTURA OCCORRENZE DEL TETRAGRAMMA OCCORRENZE PAROLA “DIO”
Pentateuco 1934 810
Isaia 500 138
Geremia 736 127
Ezechiele 445 253

Nell’Antico Testamento, principalmente nei libri dei profeti maggiori e nel Pentateuco, la preferenza per l’utilizzo del Tetragramma rispetto all’alternativa generica “Dio” è evidente.

A Qumran abbiamo visto che il Tetragramma veniva riportato nelle citazioni dell’Antico Testamento, ma nei commenti la circonlocuzione “Dio” veniva utilizzata come sostituto.

Se vediamo le statistiche dell’epistola agli Ebrei ci renderemo conto che questa è anche la prassi neotestamentaria, talmente evidente da essere visibile anche attraverso il greco e la sua traduzione in italiano.

  NOME SACRO NUMERO OCCORRENZE
Dio 83
Figlio 16
Gesù 16
Cristo 13
Signore (il Padre) 11
Padre 5
Signore (il Figlio) 5

Come vediamo la prassi, la tendenza, è invertita rispetto all’Antico Testamento. Se immaginiamo che Kyrios, Signore, riferito a Dio Padre potrebbe rappresentare il Tetragramma e che comunque ciò sarebbe incorporato nelle citazioni veterotestamentarie o nei diretti riferimenti alle espressioni ebraiche che lo incorporano, quanto affermo è presto dimostrato: la parola “Dio” è presente nel testo oltre sette volte più di “Signore”, che corrisponde al Tetragramma nell’originale ebraico cui fa riferimento il testo.

Ebrei è un’eccezione? Vediamo un altro esempio.

Marco è molto semitico. Di greco ha veramente solo l’aspetto. Carmignac lo ha sottolineato e dimostrato abbondantemente ed io l’ho citato in questo senso. Vediamo i dati statistici di questo vangelo sull’utilizzo dei nomi sacri.

NOME SACRO NUMERO OCCORRENZE
Gesù 151
Dio 52
Figlio 36
Signore (citazioni dall’A.T.) 7
Cristo 7
Signore (il Figlio) 6
Padre 5
Signore (il Padre) 2

Delle 9 volte che il libro chiama Dio col termine generico di “Signore”, 7 sono citazioni dall’Antico Testamento. La proporzione fra la frequenza della parola Signore e quella “Dio” è schiacciante a favore di quest’ultima.

Prendiamo ancora ad esempio due scritti di Paolo indirizzati a credenti di lingua e cultura greca: la prima e la seconda epistola ai Corinzi.

  NOME SACRO TOTALE OCCORRENZE 1 Corinzi 2 Corinzi
Dio 187 107 80
Cristo 111 64 47
Signore (il Figlio) 87 64 23
Gesù 46 27 19
Signore (il Padre) 11 5 6
Padre 6 3 3
Figlio 3 2 1

 

Il risultato è evidente nel rapporto Dio – Signore rispettivamente di 187 a 11.

L’esame dell’epistola ai Galati è addirittura sorprendente

  NOME SACRO NUMERO OCCORRENZE
Cristo 38
Dio 30
Gesù 16
Signore (il Figlio) 5
Figlio 4
Padre 4

 

Il tema di Galati è volutamente trattato in maniera forte e diretta e ciò non può non aver influenzato lo stile di scrittura dell’apostolo. In questo scritto troviamo nette conferme, ai fini della nostra ricerca, nell’assenza del termine “Signore” inteso come potenziale surrogato del Tetragramma e l’uso di “Dio” in armonia con il resto dei dati osservati finora.

Ritengo di aver sufficientemente trattato altrove la questione del rapporto fra Tetragramma e Scritture cristiane. Sono convinto di avere ampiamente dimostrato che non vi sono prove a favore della tesi che gli originali del Nuovo Testamento contenessero il Tetragramma, il Nome di Dio nella sua forma ebraica; anzi che tutte le prove dimostrano esattamente il contrario. Come è noto, invece, la Traduzione del Nuovo Mondo dei Testimoni di Geova, promuove comunque anche nel Nuovo Testamento la presenza (in questo caso non riesco a parlare di ripristino) della sua translitterazione del nome di Dio, Geova. Cito questa versione perché ci fornisce il dato più estremo a favore di una possibile presenza del Tetragramma nel Nuovo Testamento.

Questo il risultato del confronto del dato statistico per tutto il Nuovo Testamento:

Tetragramma nella TNM Dio nella Nuova Riveduta
Nuovo Testamento 237 1363

Ricordiamo qual era il dato dell’Antico Testamento.

LIBRO o PORZIONE DELLA SCRITTURA OCCORRENZE DEL TETRAGRAMMA OCCORRENZE PAROLA “DIO”
Pentateuco 1934 810
Isaia 500 138
Geremia 736 127
Ezechiele 445 253

Con le Scritture apostoliche ci troviamo oggettivamente, dati alla mano, davanti ad una drastica inversione di tendenza. Ciò, a mio avviso, si somma alle altre prove per dimostrare: a) l’antichità del Nuovo Testamento; b) il suo essere contemporaneo con gli scritti ebraici del primo secolo; c) il suo provenire da ambienti ancora profondamente influenzati dalla cultura ebraica. Il distacco definitivo da quest’ultima inizierà per il movimento cristiano con la distruzione del tempio di Gerusalemme: l’elemento non ebraico della Chiesa sarà già predominante prima della fine del I secolo. E’, quindi, impossibile che le Scritture cristiane – troppo intrise di cultura ebraica – siano state composte più tardi del periodo loro tradizionalmente ascritto dalla Chiesa delle stesse origini e, in generale, dagli studiosi cristiani conservatori dei nostri giorni.

Ho preso in considerazione il dato della Traduzione del Nuovo Mondo perché è a mio avviso eccessivamente ottimista sulla potenziale presenza del Tetragramma nel Nuovo Testamento. Ciò per dimostrare che, nella peggiore delle ipotesi, la tesi che stiamo discutendo qui è, comunque, già più che sostenibile.

Rimanendo invece sui dati offerti dal software e-sword, nella traduzione ebraica del Nuovo Testamento che esso mette a disposizione, il Tetragramma compare 133 volte. Ciò significa che nella migliore (o peggiore, dipende della prospettiva) delle ipotesi, gli autori del Nuovo Testamento, usando come riferimento la Traduzione del Nuovo Mondo, avrebbero fatto riferimento al Tetragramma, al di fuori delle citazioni bibliche, circa 104 volte, ma hanno preferito la parola “Dio” al suo posto 1363 volte.

Credo che quanto mi sono inizialmente proposto di dimostrare in questo paragrafo, sia adesso evidente anche per il lettore, numeri alla mano. Il Nuovo Testamento ha tracce di chiari comportamenti linguistico-culturali tipici di ebrei vissuti nel primo secolo ed in armonia con la prassi riscontrata negli scritti di Qumran.

Sempre facendo riferimento ai dati statistici, prima di chiudere la mia discussione non posso non considerare il Nuovo Testamento nella sua globalità. Il risultato è prova tangibile dell’orientamento della stessa fede cristiana.

Dio compare 1363 volte
Gesù compare 1112 volte
Cristo compare 536 volte
Messia compare 3 volte
Signore compare 680 volte (indistintamente riferibile al Padre o al Figlio)
Padre compare 368 volte
Figlio di Dio compare 236 volte
Salvatore compare 24 volte

Il numero dei riferimenti a Gesù (1112 + 536 + 3 + 236 + 24 + tutte le volte che è chiamato “Signore”) è talmente elevato che non possiamo non rilevare la tendenza nettamente cristocentrica delle Scritture neotestamentarie. Un dato forse ovvio, ma che confermiamo qui ulteriormente con la schiacciante oggettività della prova matematica.

The Christian Counter

 

L’insegnamento di Gesù e la fede ebraica

di Giuseppe Guarino

La revisione delle idee dei rapporti fra fede giudaica e cristianesimo è relativamente recente. Una migliore e più concreta comprensione del senso della missione e degli insegnamenti di Gesù passa per l’accettazione del Gesù ebreo, fedele all’insegnamento ed a sua volta rabbi ed interprete della Torah.

Il tempo sta sempre più rivelando l’infondatezza delle posizioni di chi si prodiga per screditare la fede cristiana tradizionale. L’assenza di una concreta alternativa sta, però, sempre più avvalorando l’attendibilità storica degli eventi che riguardano la vita di Gesù ed i suoi insegnamenti come li rinveniamo nel Nuovo Testamento.

Etichettare Gesù come esseno significa non avere compreso il senso del suo insegnamento ed aver fatto dell’essenismo una struttura statica ed uniforme, cosa che non era. Un doppio errore fatale.

L’insegnamento degli esseni, la dottrina dei farisei, dei sadducei e delle altre fazioni ebraiche non può inquadrarsi all’interno di rigidi schemi ma vedersi all’interno della realtà ad ampio respiro e variegata che era il giudaismo del primo secolo. In parole povere, non possiamo vedere l’esclusivismo proprio delle varie espressioni  di fede cristiana come un fenomeno che aveva dei paralleli all’interno della fede ebraica del secondo tempio.

La semplice devastante realtà è che la corrispondenza del pensiero di Gesù con quello degli esseni era altrettanto inevitabile quanto il suo condividere molte posizioni dei farisei o di altre fazioni del giudaismo, per il semplice fatto che tutte queste poggiavano sullo stesso principio sul quale si basava anche il “rabbi” Gesù: l’autorità della Torah e delle Scritture ebraiche in genere.

Gesù si sarà trovato diverse volte a favore dell’insegnamento farisaico contro quello del partito dei sadducei; ma si trattava di una questione incidentale e non un segno di appartenenza. Il Signore infatti non esitava a censurare scribi e farisei, contestando senza mezzi termini l’ipocrisia e l’inutile ritualismo che essi promuovevano e che sostanzialmente finiva per prendere il posto di un’autentica, sincera spiritualità.

Gesù avrà condiviso alcune posizioni degli esseni quando questi riprendevano legittimamente alcuni punti della fede ebraica, trascurati dalle altre fazioni del tempo o dal giudaismo in genere. Ma di sicuro non era un esseno, visto il modo in cui il suo insegnamento si discostava dal loro. Gesù condivideva la sua tavola con i peccatori ed era a suo agio a circondarsi di ogni genere di persone. Ciò è incompatibile con l’essenismo. La polemica di Gesù si faceva addirittura diretta quando condannava apertamente l’odio per i nemici – promosso invece dall’essenismo qumraniano.

Gesù era dunque  promotore di un insegnamento nuovo ma comunque profondamente ebraico. Inquadrare Gesù all’interno di una qualsiasi delle fazioni religiose del suo tempo significa disconoscere la profonda unicità del suo insegnamento. Scorporalo dal tempo storico in cui egli ha vissuto significa d’altra parte rinnegare il senso del Dio che si fa uomo, dell’incomprensibile che si rivela, dell’eterno che indossa tempo e spazio per parlare all’uomo nel linguaggio dell’uomo.

Per spiegare il senso della Rivelazione definitiva di Dio in Cristo, le Scritture affermano: “Dio, dopo aver parlato anticamente molte volte e in molte maniere ai padri per mezzo dei profeti,  in questi ultimi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che egli ha costituito erede di tutte le cose, mediante il quale ha pure creato i mondi.Egli, che è splendore della sua gloria e impronta della sua essenza, e che sostiene tutte le cose con la parola della sua potenza, dopo aver fatto la purificazione dei peccati, si è seduto alla destra della Maestà nei luoghi altissimi.” (Ebrei 1:1-3 – Nuova Riveduta)

C’è qualcosa di incredibilmente nuovo nell’insegnamento di Gesù rispetto ai suoi predecessori. Ma questo “nuovo” non è meno scritturale. Non vi è infatti nulla di ciò di cui parla il Nuovo Testamento che non sia profondamente radicato nell’Antico. Infatti gli apostoli annunciavano Gesù come Messia alla luce delle Scritture ebraiche. Anche oggi gli ebrei convertiti a Cristo adoperano la Tanakh per rivendicare il senso della loro fede nel Messia, storicizzata in Gesù di Nazareth.

Il Nuovo Testamento non serviva agli ebrei, ma ai Gentili; per questo venne scritto in greco e conobbe la sua diffusione fra le chiese al di fuori dell’ambito della cerchia giudaica. Forse Matteo fu l’unico resoconto in lingua originale ebraica tendente a dimostrare direttamente al popolo israelita la messianicità di Gesù.

Contro tendenze e convenienze, storiche ed intellettuali; contro il sensazionalismo, la fede cristiana prende oggi una migliore coscienza di sé, patrimonio a suo tempo già comunque della Chiesa primitiva.

L’approccio al Vangelo  – l’annuncio cristiano – e a Gesù deve tenere presenti due loro importanti caratteristiche: ebraicità ed universalità. Se abbracciamo l’ebraicità del messaggio cristiano soltanto rischiamo di essere animati dal semplice – e semplicistico – desiderio di trasformarci in ebrei. Abbracciare però soltanto l’universalità del messaggio evangelico senza la consapevolezza di quanto le sue radici siano profondamente ebraiche, ci farà perdere di vista da dove veniamo e dove stiamo andando.

Gesù non era un esseno, fariseo o sadduceo; egli era ebreo, nel senso religiosamente più profondo che può assumere questo termine. Ciò implicava il sostanziale accordo con alcuni aspetti del giudaismo del secondo tempio, ma anche il radicale disaccordo con i punti dove questo si era distaccato dalla purezza dell’insegnamento della Torah e dalla traccia lasciata dai profeti.

Gesù interpreta e vive l’ebraismo in maniera definitiva ed autorevole, segnando la fine di un’era e l’inizio di qualcosa di straordinariamente nuovo: il cristianesimo. L’autorità dell’Antico Testamento non è disconosciuta nel Nuovo, ma l’annuncio della morte e resurrezione del Maestro ed il suo prossimo ritorno diventano l’essenza dell’ Evangelo, della buona notizia, che eclissa ogni polemica e richiama la nostra attenzione sull’invito di Dio rivolto adesso ad ogni uomo, affinché accetti il Suo Amore in Cristo Gesù, nostro Signore e Salvatore.

“Io ho anche delle altre pecore che non sono di quest’ovile; anche quelle io devo raccogliere, ed esse ascolteranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge e un solo pastore” (Giovanni 10:16).

 

Per approfondimenti,

RADICI EBRAICHE DELLA FEDE CRISTIANA di Giuseppe Guarino

E’ importante non  trascurare le radici ebraiche del cristianesimo. Questo libro rifiuta certi estremismi di alcuni,  ma invita ad attingere con sobrietà alla lingua ed alla cultura ebraiche per una migliore interpretazione del Nuovo Testamento ed una più completa comprensione di alcuni eventi lì descritti.

clicca sulla copertina o sui link per acquistare il libro.

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Battesimo in acqua, battesimo nello Spirito Santo

di Giuseppe Guarino

Se non vedessi bene i caratteri in greco, leggi il pdf

Vi sono sfumature di una lingua che nessuna traduzione potrà mai rendere appieno in un’altra.

Quando ho tradotto la prima epistola di Giovanni, mi sono servito di molte note a piè di pagina per illustrare le possibili alternative. Sapevo che avrei commentato quanto avevo tradotto e ciò ha reso il mio compito senz’altro più facile. Anche nel tradurre Colossesi ho arricchito il testo con delle note. Ho invece volutamente utilizzato un sistema di traduzione diversa per Marco, dove non ho voluto appesantire il testo con delle note, proponendo una versione adatta più alla lettura che allo studio.

Spesso la scelta di un traduttore (o di un gruppo di traduttori) davanti a varie possibili traduzioni di un testo, dipende dal metodo di traduzione adottato, dal tipo di lettore al quale ci si vuole rivolgere, ecc. Fare una scelta significa esporsi; ma in alcuni punti, ciò è inevitabile. Si dovranno sacrificare alcune sfumature del testo, alcuni possibili significati; a volte per amore di chiarezza della lingua in cui si traduce, o per forza di cose.

Il brano oggetto della mia discussione è Marco 1:8 che la Nuova Diodati traduce così: “Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo“. La versione della Nuova Riveduta è pressoché identica: “Io vi ho battezzati con acqua, ma lui vi battezzerà con lo Spirito Santo“.

Riflettendo su questo passo, mi sono chiesto: ma si battezza conacqua, o in acqua? Questa riflessione mi è nata spontanea anche alla luce del greco. Legge così infatti il testo nell’originale: “ἐγὼ μὲν ἐβάπτισα ὑμᾶς ἐν ὕδατι, αὐτὸς δὲ βαπτίσει ὑμᾶς ἐν Πνεύματι ῾Αγίῳ”.

La preposizione (ἐν) tradotta “con” è in greco la medesima utilizzata per “in”. Si  tratta di un dativo che all’occorrenza può essere di mezzo (con) o di luogo (in). Quindi in realtà tradurre “con acqua” e “con Spirito Santo” non è sbagliato; è possibile. Ma, allo stesso tempo, tradurre “in acqua” e “in Spirito Santo” è altrettanto possibile.

Esaminando Marco 1:8 ho ritenuto opportuno mettere per un momento in secondo piano l’affermazione sullo Spirito Santo. Analizzerò di seguito la simbologia del battesimo “in” o “con” acqua, perché da questa che Giovanni battista trae spunto per poi parlare anche di battesimo “in” o “con” lo Spirito Santo.

Il battesimo

Il “Lexical Aids for Students of the New Testament Greek” di Bruce Metzger è un libro che analizza la frequenza dei termini più importanti dell’originale del Nuovo Testamento. Metzger ci informa sull’occorrenza delle parole che ci interessano.

–  βάπτισμα – battesimo – è utilizzata 20 volte nel Nuovo Testamento

– βάπτιζω – battezzare – è fra le parole che nel Nuovo Testamento compaiono fra le 71 e 80 volte

– βαπτιστὴς – battista – è utilizzata 12 volte.

Il battesimo è più antico del cristianesimo. Giovanni battezzava prima ancora che cominciasse il ministero di Gesù ed anche il Signore partecipò a questo rito pubblico di purificazione, consacrazione, dichiarazione di fede.

La parola italiana “battesimo” non è la traduzione del termine greco originale, ma quasi la sua  translitterazione. Lo stesso dicasi per il sostantivo “battista” ed il verbo “battezzare”. Non trovare una vera e propria traduzione dei termini originali citati impedisce al lettore medio della Bibbia di percepire un’importante sfumatura. Infatti, la radice di queste parole ha in greco un chiaro riferimento all’immersione, che è il modo nel quale si era battezzati nel giudaismo prima e nella Chiesa primitiva poi. (Purtroppo noi cresciuti all’interno della fede cattolica vediamo il battesimo come un rito di aspersione, ma ciò proprio ai fini della discussione che stiamo facendo adesso può mandarci fuori strada).

Leggiamo così nell’Antico Testamento, nel libro dei Re: “Allora egli scese e si immerse sette volte nel Giordano …” (2 Re 5:14)

La versione greca di questo passo dell’Antico Testamento legge così: “ καὶ κατέβη Ναιμαν καὶἐβαπτίσατο ἐν τῷ Ιορδάνῃ ἑπτάκι …”

Lella versione greca dei LXX (Settanta, Septuaginta) ci aiuta a comprendere ciò che implica “battezzare” e dimostra che la terminologia del Nuovo Testamento, anche in questo punto, non è inventata per l’occasione, bensì introdotta grazie ad un uso già esistente.

E’ proprio avendo presente che il battesimo è un rito di immersione, e conseguente emersione, che possiamo apprezzare il senso di alcune affermazioni del Nuovo Testamento.

“Essendo stati con lui sepolti nel battesimo, in lui siete stati anche insieme resuscitati, mediante la fede nella potenza di Dio che lo ha resuscitato dai morti“. (Colossesi 2:12 – Nuova Diodati).

Lo stesso apostolo Paolo  utilizza l’immagine battesimale in un brano di stupenda bellezza e profondità: il capitolo 6 dell’epistola ai Romani. Cito un verso soltanto: “Siamo dunque stati sepolti con lui mediante il battesimo nella sua morte, affinché, come Cristo è stato risuscitato dai morti mediante la gloria del Padre, così anche noi camminassimo in novità di vita“. (Romani 6:4 – Nuova Riveduta)

Il battesimo biblico, praticato prima della venuta del Cristo ed in uso nella Chiesa, è quindi un rito di “immersione”. Fermo questo, continuiamo la nostra discussione.

 

Battezzati in acqua o con acqua?

Se il battesimo è un rito di immersione, la naturale conseguenza è che si è battezzati in acqua più di quanto non si sia battezzati conacqua. Sono vere entrambe le cose, ma a mio avviso la prima è più descrittiva della seconda.

Scrive così Daniel B. Wallace discutendo Luca 3:16: “Here ὕδατι, as occasionally happens with the dat. of sphere, seems to function in a double-duty capacity – specifying both the place of baptism and the means of baptism.” Greek Grammar Beyond the Basics, p. 155. L’uso proprio della lingua greca del dativo, consente quindi in un’unica frase di esprimere entrambi i concetti, “con acqua” e “in acqua”.

Andiamo ad esaminare un brano biblico davvero emblematico per la comprensione delle sfumature delle quali stiamo discutendo.

“Ora noi tutti siamo stati battezzati in uno stesso Spirito nel medesimo corpo, sia Giudei che Greci, sia schiavi che liberi, e siamo stati abbeverati in un medesimo Spirito“. (1 Corinzi 12:13 – Nuova Diodati)

Questo il testo originale di questo passo: “καὶ γὰρ ἐν ἑνὶ Πνεύματι ἡμεῖς πάντες εἰς ἓν σῶμα ἐβαπτίσθημεν, εἴτε ᾿Ιουδαῖοι εἴτε ῞Ελληνες, εἴτε δοῦλοι εἴτε ἐλεύθεροι, καὶ πάντες εἰς ἓν Πνεῦμα ἐποτίσθημεν.”

Credo che la Nuova Diodati riesca a fornire una versione più fedele all’originale della Nuova Riveduta. Quest’ultima, a mio avviso, perde il ritmo e la bellezza dell’originale: “Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un unico Spirito per formare un unico corpo, Giudei e Greci, schiavi e liberi; e tutti siamo stati abbeverati di un solo Spirito.” Purtroppo mi costa dovere notare che in più brani l’esame della Nuova Riveduta delude, mentre mi sorprende la lodevole fedeltà all’originale della versione CEI.

 

Vari brani e versioni a confronto

Metto di seguito a raffronto tre versioni, la CEI, la Nuova Riveduta e la Nuova Diodati per alcuni brani chiave dove si parla del battesimo/acqua, battesimo/Spirito Santo.

Le preferenze nella traduzione sono state le seguenti:

– Nuova Diodati – su 8 occorrenze: 1 volta traduce “in”, le altre 7 “con”

– Nuova Riveduta – su 8 occorrenze: 3 volte traduce “in”, le altre 5 “con”

– Nuova Versione CEI – su 8 occorrenze: 6 volte traduce “in” o “nel”, le altre 2 “con”

 Nuova Diodati Nuova Riveduta Versione CEI
Matteo 3:11
Io vi battezzo inacqua, per il ravvedimento; ma colui che viene dopo di me … vi battezzerà con lo Spirito Santo, e col fuoco. Io vi battezzo conacqua, in vista del ravvedimento; ma colui che viene dopo di me … vi battezzerà con lo Spirito Santo e con il fuoco. Io vi battezzo nell‘acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me … vi battezzerà inSpirito Santo e fuoco.
Marco 1:8
 Io vi ho battezzati conacqua, ma egli vi battezzeràcon lo Spirito Santo Io vi ho battezzati conacqua, ma lui vi battezzerà con lo Spirito Santo» Io vi ho battezzato con  acqua; ma egli vi battezzeràin Spirito Santo
Luca 3:16
“lo vi battezzo conacqua … egli vi battezzerà con lo Spirito Santo e col fuoco Io vi battezzo inacqua … Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco  Io vi battezzo conacqua … Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco
Giovanni 1:26
Giovanni rispose loro. dicendo: “Io battezzo conacqua … Giovanni rispose loro, dicendo: «Io battezzo inacqua … Giovanni rispose loro: “Io battezzo nell’acqua …
Giovanni 1:33
“Colui sul quale vedrai scendere lo Spirito e fermarsi su di lui, è quello che battezza con lo Spirito Santo “Colui sul quale vedrai lo Spirito scendere e fermarsi, è quello che battezza con lo Spirito Santo”. “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezzanelloSpirito Santo”

 

Conclusioni

L’accostamento nei brani biblici del battesimo nell’acqua con il battesimo nello Spirito legittima una traduzione che preferisca il dativo di luogo a quello di mezzo. Non si può tralasciare comunque di menzionare il fatto che l’intraducibilità delle sfumature del testo greco sta nell’ampiezza del senso che può esprimere, abbracciando entrambe le valenze del dativo.

Vediamo di approntare una traduzione di Marco 1:8 che tenga conto di quanto detto finora.

Testo greco originale: “ἐγὼ μὲν ἐβάπτισα ὑμᾶς ἐν ὕδατι, αὐτὸς δὲ βαπτίσει ὑμᾶς ἐν Πνεύματι ῾Αγίῳ”

Traduzione letterale: “io vi ho battezzato in acqua, lui vi battezzerà nello Spirito Santo”

Fin qui le motivazioni che riguardano la traduzione, agli esegeti le ulteriori considerazioni sul significato del testo.

 

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