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Il libro del profeta Daniele

Ho scritto un libro che commenta Daniele sia dal punto di vista storico che profetico. Riporto di qui l’introduzione dal libro.

 

 

INTRODUZIONE (dal libro)

Un affetto particolare mi lega al libro biblico di Daniele. Si tratta di una delle prove più straordinarie dell’ispirazione della Bibbia. Se il lettore avrà la pazienza di esaminare il mio lavoro, spero di convincere di questo anche lui.

Purtroppo non tutti sono della mia stessa opinione. Credo che non sia nemmeno difficile comprendere il perché. Parliamo, infatti, di un libro che ha percorso un tragitto di oltre 2500 anni per giungere sino a noi. Ciò non può non facilitare le divergenze di vedute sull’attendibilità del suo testo o la affidabilità di alcune informazioni che contiene. Personalmente, però, lo dico subito, non ho riscontrato contraddizioni o errori nel libro di Daniele. Difficoltà certamente; diverse. Sarebbe impensabile aspettarsi il contrario. Ma dopo un attento esame di queste difficoltà, trasmetto con tutta onestà al lettore medio della Bibbia la mia convinzione sull’attendibilità dei contenuti del libro di Daniele, sia dal punto di vista storico che profetico.
Le difficoltà che sorgono con le informazioni storiche vengono con troppa premura liquidate, da una certa scuola di pensiero piuttosto in voga oggi, come errori ed incongruenze. Ma credo sia soltanto un errore di prospettiva, di atteggiamento. Perché se diamo per assodato che ogni informazione fornita dal libro di Daniele senza un adeguato e pronto riscontro nelle cronache extrabibliche sia un errore, guarderemo tutto dall’angolazione sbagliata. Se abbiamo il coraggio di cambiare prospettiva e, senza preconcetti, proviamo ad immaginare le narrazioni di Daniele come il risultato di un’esperienza diretta vissuta in prima persona, quando non troviamo riscontri nelle nostri fonti storiche profane, possiamo semplicemente immaginare che Daniele riferisce – in quanto testimone oculare e protagonista in prima persona dei fatti descritti nel suo libro – informazioni che, altrimenti sarebbero andati perdute.
Nel III secolo il filosofo pagano Porfirio, acerrimo nemico del cristianesimo, sostenne che l’entusiasmo dei cristiani per le profezie di Daniele era immotivato. Egli si prodiga per dimostrare che questo libro è soltanto una frode prodotta nel periodo dei Maccabei, nel II secolo a.C., quindi dopo che le profezie – spacciate solo per tali dall’ignoto autore di questo clamoroso plagio – si erano avverate. E’ comprensibile, logico e persino inevitabile, che un pagano, nemico della Fede, ritenga che le Sacre Scritture altro non siano che un falso e la nostra speranza in Cristo solo un’illusione. Ma mi chiedo come possa accadere che qualcuno che si definisce cristiano abbandoni così drasticamente la fede tradizionale della Chiesa (e della comunità ebraica), che affonda le proprie convinzioni nella testimonianza degli apostoli e del Signore Gesù Cristo stesso, a favore di un’“irrazionale” parvenza di razionalismo avente la sostanza dello scetticismo e dell’incredulità? E’ drammatico trincerarsi dietro una supposta “verità storica”, riconosciuta come tale solo nelle fonti extrabibliche e in ossequio ai risultati (soggettivi) degli studiosi, o meglio di certi studiosi, essere pronti a svuotare la Parola di Dio della sua autorità e definirsi comunque cristiani o pretendere di prodigarsi per un approfondendo della Verità.
La cosa più triste è che, senza preconcetti, senza preferire delle comode conclusioni affrettate, che originano solo da un cieco desiderio di dimostrare un’idea che precede l’attenta imparziale ricerca della verità, Daniele si rivela essere quello che pretende di essere: un meraviglioso documento giunto fino a noi dopo un lungo tragitto di ben 2500 anni, per testimoniarci la fedeltà di Dio.
Il colpo di grazia, auto infertosi da chi vuole svuotare Daniele della sua autorità storica e profetica, lo troverà il lettore attento nell’assoluta incongruenza delle conclusioni raggiunte dall’interpretazione di chi non lo considera una raccolta di autentiche profezie, nelle vere e proprie capriole esegetiche e vistose forzature storiche che fanno leva sulle difficoltà oggettive a cui accennavo prima, aventi come unico fine l’impossibile tentativo di racchiudere le profezie contenute in Daniele al periodo, il II a.C., in cui certi studiosi suppongono questa “frode” o “pia frode” sia stata prodotta.
Avvicinandoci a Daniele, con la semplicità di stupirsi di un bambino e con la conoscenza che ci comunica il Nuovo Testamento, troviamo qui delle stupende conferme e delle autentiche profezie che guardano dritte alla nostra “beata speranza”, al ritorno del Signore Gesù. E sono d’accordo con Sir Robert Anderson: “se la conoscenza del passato è importante, una conoscenza del futuro deve esserlo ancora di più, perché apre la mente e la fa elevare al di sopra della pochezza prodotta da una ristretta e non illuminata contemplazione del presente”.
Sarebbe più follia che presunzione dire che tutto è chiaro. Ma sono convinto che il lettore serio, con la guida insostituibile dello Spirito Santo, riconoscerà che le linee principali dell’interpretazione che presento, sono tracciate con sufficiente chiarezza nella stessa Scrittura.
Vi sono dei dettagli che meritano una breve ma fondamentale precisazione iniziale.
Quasi tutti i nomi dei principali protagonisti di questo studio non hanno una maniera univoca di scriversi. E’ qualcosa di molto comune nell’antichità; e, nello studio della storia, è una costante con la quale non può non doversi confrontare. Le divergenze, ad esempio, nel nome di un re a seconda del monumento, dell’iscrizione o del documento dove è trascritto, spesso ne rende incerta l’identificazione fra le diverse fonti. Il nome del principale re della rinascita babilonese lo troviamo di solito nei libri di scuola e nei testi storici italiani come Nabucodonosor, come ci viene tramandato dalle fonti storiche in lingua greca. Nelle varie versioni della Bibbia, il nome di questo re ha dato origine a diverse varianti. La Diodati lo chiama Nebucadnesar. La Riveduta Luzzi lo chiama Nebucadnetsar. La Nuova Riveduta in un certo senso si allontana dal testo ebraico della Bibbia scegliendo la lettura oggi adottata nei libri di storia, chiamandolo Nabucodonosor. La Nuova Diodati cerca di rimanere il più fedele possibile alla traslitterazione ebraica del testo della Bibbia e legge Nebukadnetsar, sfruttando l’ampliamento del nostro alfabeto tradizionale italiano. Nell’inglese “The Cambridge Ancient History” ci viene ricordato che il nome originale di questo re è Nabu-kudurri-usur, che significa “Nabu proteggi la mia stirpe”.
Non se ne stupisca il lettore. Non è forse vero che al nostro Cristoforo Colombo, per noi scopritore dell’America, viene dedicata una festa negli USA, chiamata il Columbus Day? Non è forse vero che la città di London diventa nella nostra lingua Londra? Paris non è per noi Parigi? La nostra Firenze non è conosciuta come Florence nel mondo anglosassone? Immaginiamo il fenomeno proiettato nel passato e fra lingue non così relativamente imparentate come le nostre lingue occidentali e le difficoltà degli storici ci appariranno subito chiare. Immaginiamo quale compito non semplice sia identificare il nome di un re fenicio scritto in accadico negli archivi della corrispondenza di un faraone egiziano!
Più complessa ancora è la questione legata alle datazioni.
Nell’antichità i calendari erano locali e gli anni di solito venivano riferiti a quelli del re al potere. Ne abbiamo diversi esempi nella Bibbia, quindi non c’è nemmeno bisogno di guardare altrove. Lo stesso libro di Daniele comincia così “Nel terzo anno del regno di Jehoiakim, re di Giuda, Nebukadnetsar, re di Babilonia, venne contro Gerusalemme e la cinse d’assedio.”
Visto che una datazione di questo genere è piuttosto relativa, a volte sorge il bisogno di raffrontare le datazioni di due nazioni diverse per potere avere una maggiore precisazione temporale. “Ecco la parola che fu rivolta a Geremia riguardo a tutto il popolo di Giuda, nel quarto anno di Ioiachim, figlio di Giosia, re di Giuda (era il primo anno di Nabucodonosor, re di Babilonia)”. Geremia 25:1.
E’ ovvio che non è sempre un compito facile riuscire a tramutare le datazioni dell’antichità, così oggettivamente relative, in una data certa del nostro calendario. Più andiamo a ritroso nel tempo più questa operazione è difficile. Anche perché il nostro stesso calendario non è perfetto. Esso è diviso in due parti principali, avendo come punto di riferimento la nascita di Gesù. Gli anni che precedono la nascita del Cristo sono detti appunto “avanti Cristo”, abbreviato a.C. Quelli che seguono sono anni “dopo Cristo”, d.C. Solo per citare il più evidente paradosso del nostro calendario basterà ricordare che a causa di un errore di calcolo iniziale, secondo alcuni studiosi, la nascita di Gesù è avvenuta nel 4 a.C.; secondo altri addirittura nel 6 a.C. Altre imprecisioni hanno portato, nei secoli passati, alla soppressione di interi giorni o settimane.
Un altro esempio biblico di antica datazione comparata la rinveniamo in Genesi 14:1, “Avvenne al tempo di Amrafel re di Scinear, di Arioc re di Ellasar, di Chedorlaomer re di Elam e di Tideal re dei Goim, che essi mossero guerra a Bera re di Sodoma, a Birsa re di Gomorra, a Sineab re di Adma, a Semeber re di Seboim e al re di Bela, cioè Soar”. Mentre l’uomo moderno può sentirsi indignato dal fatto che l’autore sacro non gli faccia comprendere in un modo a lui più familiare il periodo in cui si verificano questi eventi, d’altra parte l’uomo di quegli anni avrebbe più motivo di reputare incredibile il fatto che oggi si sia persa la memoria di re tanto famosi nella loro epoca. Ironia a parte, l’indicazione temporale della Genesi deve essere stata molto dettagliata, ma ci risulta impossibile oggi riferirla con altrettanta esattezza al nostro calendario. Né, ricollegandoci all’argomento legato ai nomi degli antichi re, siamo in grado di essere certi sull’identità di questi sovrani in base alle informazioni extrabibliche. Alcuni sostengono che uno di questi sia il famoso Hammurabi, re di Babilonia. Ma certezze non ve ne sono, non allo stato delle scoperte pubblicate. Sembra impossibile? Non lo è. Sabatino Moscati, professore ordinario all’Università di Roma ed archeologo, nel suo bel libro Antichi imperi d’Oriente, pag. 70, afferma che il regno di Hammurabi risale al XVIII secolo a.C. David Rohl, archeologo ed egittologo, è invece convinto, come afferma in vari punti del suo stupendo libro Il Testamento Perduto, che Hammurabi regnò nel XVI secolo a.C.
Un ultimo esempio di datazione antica che voglio proporre è quella che rinveniamo nel vangelo di Luca. “Or nell’anno quindicesimo del regno di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea. Erode tetrarca della Galilea, suo fratello Filippo tetrarca dell’Iturea e della regione della Traconitide e Lisania tetrarca dell’Abilene,2 sotto i sommi sacerdoti Anna e Caiafa, la parola di Dio fu indirizzata a Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto”. (Luca 3:1-2)
Qui l’evangelista tiene fede alla parola data all’inizio, cioè che avrebbe con ogni diligenza indagato sugli eventi dei quali stava narrando. Ovviamente le sue affermazioni devono avere avuto per i cristiani del primo secolo senso quali indicazioni temporali per comprendere bene quando si sono verificati gli eventi oggetto della narrazione evangelica. Invece di scuotere il capo in senso di disapprovazione, l’uomo del XXI secolo dovrebbe guadagnarne in umiltà (a me accade così) perché spesso la nostra cultura storica non è sufficiente da permetterci di rapportare in maniera soddisfacente i tempi degli eventi biblici nel nostro calendario.
Ma non finisce qui, vi sono altri tipi di difficoltà.
Nei testi di storia si troverà l’inizio del regno di Nabucodonosor riferito all’anno 605 a.C. del nostro calendario. Ciò secondo il nostro metodo di datazione. Ma per i babilonesi il primo anno di regno di un re non iniziava alla morte del predecessore, bensì dal capodanno dell’anno seguente, che nel calendario babilonese era nel mese di Nisan, che corrisponde al nostro Marzo – Aprile.
Questa lunga premessa sulle datazioni è importante perché il lettore comprenda che non si può essere dogmatici sull’esattezza delle date riferite al passato che sono, tanto più remote, quanto più soltanto indicative.
La differenza di uno o anche due anni tra un libro di storia o un commentario e l’altro non ci debbono sconvolgere quindi più di tanto e non possono nemmeno essere metro di giudizio per l’attendibilità di questo o quel libro.
Di norma, tutto ciò che ha un valore richiede fatica. Nonostante io abbia trascorso anni a studiare quanto qui presento allo studente volenteroso della Parola di Dio nella maniera più semplice che mi riesce, sarebbe irrealistico pensare che la lettura e lo studio del mio libro sarà facile. Ma ho messo tutto il mio impegno affinché possa riuscire di benedizione per chi ama il Signore e la Sua Parola.
La traduzione biblica che ho commentato è la Nuova Diodati. I motivi di questa scelta saranno particolarmente evidenti nel commento al capitolo 9 di Daniele. Ho, però, tratto molte citazioni anche dalla Nuova Riveduta.
Un lavoro di riferimento è stato il libro di Robert Dick Wilson, Studies in the book of Daniel. La testimonianza di Wilson è molto importante. Conoscendo oltre quaranta lingue, questo studioso riusciva ad attingere personalmente ai documenti storici originali, dai quali traeva le sue informazioni. Come dimostreranno le citazioni che ho tratto dal suo lavoro, ritengo il suo contributo all’approfondimento e difesa sul libro di Daniele di valore inestimabile.
Ho consultato i libri di Giuseppe Flavio, storico giudaico del I secolo d.C. E’ un riferimento molto importante la cui lettura, per chi studia la Bibbia, in particolare l’Antico Testamento, è molto istruttiva. Egli parla in più punti degli eventi che riguardano Daniele e lo chiamerò in causa più di una volta.
Ireneo (120-202) fu vescovo nella città di Lione. Nella sua monumentale opera “Contro le Eresie” accenna al libro di Daniele. Vedremo più avanti cosa ha da dire in proposito.
Dall’antichità cristiana ci arrivano due importanti libri che parlano approfonditamente delle profezie di Daniele: il commentario di Girolamo del IV secolo e gli scritti di Ippolito sull’Anticristo del III secolo. Sono dei testi che ritengo fondamentali perché testimoniano la continuità con l’insegnamento della Chiesa primitiva nelle linee principali dell’interpretazione che propongo. Li citerò più volte.
Lo scopo del mio lavoro è produrre un commentario che si concentri sull’esegesi del brano e che dipinga il più nitidamente possibile lo sfondo storico degli eventi narrati. Questo renderà il mio libro uno strumento più adatto alla consultazione ed allo studio che alla semplice lettura. Mi sono concentrato sull’interpretazione, lasciando l’applicazione della Scrittura al lettore. L’interpretazione della Parola di Dio credo sia un dato oggettivo. Per potere appieno percepire il significato di un brano, bisogna cercare di considerare il maggior numero di dettagli possibile, quali la lingua originale, il periodo di composizione, il destinatario o destinatari immediati dello scritto, ecc …, fattori che debbono concorrere tutti alla ricerca dell’autentico significato del brano considerato. Questa ricerca è stata il mio obiettivo primario.
L’applicazione, invece, non meno importante, comunque, rende viva la Parola, attualizzandola, dando un significato personale e particolare a chi legge o ascolta il brano biblico. Potremmo quindi dire che un brano biblico ha una sola interpretazione, ma è possibile anche ricavarne diverse applicazioni. Sono convinto che l’applicazione sia personale, legata alle circostanze che riguardano chi medita la Sacra Scrittura ed è parte del ministero dello Spirito Santo. Qua e là, però, mi lascerò lo stesso andare e proporrò qualche considerazione personale lo ritengo un privilegio da autore al quale non voglio rinunciare.
Un’ultima precisazione che faccio riguarda il mio metodo di scrittura. So di avere ripetuto certe cose più d’una volta nelle diverse parti del libro. Lo faccio di proposito e lo scopo è rendere il più possibile indipendenti i diversi capitoli, per permettere una più efficace consultazione o la lettura dei capitoli che interessano soltanto.




Il Dio del cielo farà sorgere un regno

di Giuseppe Guarino

Matteo 3:1 : “Or in quei giorni venne Giovanni Battista, che predicava nel deserto della Giudea, e diceva: «Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino!»

Cos’è questo “regno dei cieli” predicato da Giovanni Battista?

Egli lo annuncia al popolo di Israele come se questi sapessero di cosa egli stesse parlando. Ed era così In realtà. Nella vibrante attesa messianica di quel periodo, c’era una profonda conoscenza delle Scritture. E la frase “regno dei cieli” che troviamo nei Vangeli, è un riferimento specifico ad una importante profezia biblica.

Nel VI secolo a.C. il famoso re babilonese Nabucodonosor fece un sogno che nessuno riuscì a ricordargli ed interpretare se non Daniele, giovane ebreo da lui condotto prigioniero in Babilonia poco tempo prima. Nel sogno, spiegò il profeta, Dio aveva fatto vedere al re i quattro regni si sarebbero succeduti nella storia dell’umanità fino all’avvento del regno di Dio. Il quarto ed ultimo di questi regni era in maniera evidente quello di Roma e gli ebrei che conoscevano le Scritture – così come i cristiani dei primi secoli – ne erano perfettamente coscienti. Il regno seguente, il regno di Dio, era quindi ormai prossimo a manifestarsi.

Daniele 2:40-44: “poi vi sarà un quarto regno, forte come il ferro; poiché, come il ferro spezza e abbatte ogni cosa, così, pari al ferro che tutto frantuma, esso spezzerà ogni cosa. Come i piedi e le dita, in parte d’argilla da vasaio e in parte di ferro, che tu hai visto, così sarà diviso quel regno; ma vi sarà in esso qualcosa della consistenza del ferro, poiché tu hai visto il ferro mescolato con la fragile argilla. Come le dita dei piedi erano in parte di ferro e in parte d’argilla, così quel regno sarà in parte forte e in parte fragile. Hai visto il ferro mescolato con la molle argilla, perché quelli si mescoleranno mediante matrimonio, ma non si uniranno l’uno all’altro, così come il ferro non si amalgama con l’argilla. Al tempo di questi re, il Dio del cielo farà sorgere un regno, che non sarà mai distrutto e che non cadrà sotto il dominio d’un altro popolo. Spezzerà e annienterà tutti quei regni, ma esso durerà per sempre…

Anche Gesù annunciò il regno, secondo le Scritture:

Matteo 4:17: “Da quel tempo Gesù cominciò a predicare e a dire: «Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino!».

Eppure nulla accadde. L’attesa messianica dei giudei venne disillusa. Gesù fu ucciso e resuscitò il terzo giorno ed il mandato affidato alla Chiesa non fu più quello di annunciare il “regno dei cieli” ma di testimoniare di Lui:

Matteo 28:18-20: “Poi Gesù si avvicinò e parlò loro dicendo: «Ogni potestà mi è stata data in cielo e sulla terra. Andate dunque, e fate discepoli di tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro di osservare tutte le cose che io vi ho comandato. Or ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dell’età presente. Amen».”

Alla sua ascensione Gesù lasciò un incarico ai suoi discepoli.

Atti 1:6-8: “Così quelli che erano riuniti assieme lo interrogarono, dicendo: «Signore, è in questo tempo che ristabilirai il regno a Israele?». Ma egli disse loro: «Non sta a voi di sapere i tempi e i momenti adatti, che il Padre ha stabilito di sua propria autorità. Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme e in tutta la Giudea, in Samaria e fino all’estremità della terra».”

Ecco, il mandato adesso non riguardava più l’annuncio dell’arrivo del regno messianico, ma la testimonianza di Gesù, della Sua Persona e della Sua opera di salvezza ad ogni uomo.

Nella Chiesa nacque la consapevolezza che l’avvento del regno di Dio era stato in un qualche modo posticipato.

2 Pietro 3:9: “Il Signore non ritarda l’adempimento della sua promessa, come alcuni credono che egli faccia, ma è paziente verso di noi non volendo che alcuno perisca, ma che tutti vengano a ravvedimento.

Paolo spiega alla chiesa di Tessalonica, ed a tutta la Chiesa, che non ci dobbiamo fare ingannare, vi sono degli eventi ben precisi che dovranno aver luogo prima che il Signore Gesù ritorni per adempiere le promesse messianiche.

2 Tessalonicesi 2:1-4: “Or vi preghiamo, fratelli, riguardo alla venuta del Signor nostro Gesù Cristo e al nostro adunamento con lui, di non lasciarvi subito sconvolgere nella mente né turbare o da spirito, o da parola, o da qualche epistola come se venisse da parte nostra, quasi che il giorno di Cristo sia già venuto. Nessuno v’inganni in alcuna maniera, perché quel giorno non verrà se prima non sia venuta l’apostasia e prima che sia manifestato l’uomo del peccato, il figlio della perdizione, l’avversario, colui che s’innalza sopra tutto ciò che è chiamato dio o oggetto di adorazione, tanto da porsi a sedere nel tempio di Dio come Dio, mettendo in mostra se stesso e proclamando di essere Dio.

Con questa consapevolezza, la Chiesa primitiva, anche alla luce di  Daniele capitolo 2, pregava per l’unità dell’impero romano, affinché la profezia del “ferro che si mescolava all’argilla” non si verificasse, comparisse l’anticristo e quindi arrivasse la fine.

Inutile dirlo, oggi viviamo purtroppo veramente negli ultimi tempi. Come credo di aver già detto altrove, quelle profezie bibliche che da piccolo studiavo, oggi le vedo avverarsi davanti ai miei occhi. Quel ferro ed argilla che non possono mescolarsi rimandano troppo da vicino alla comunità europea nella quale viviamo, dove dei governanti hanno iniziato e continuano ad imporre con ogni mezzo, intellettuale, commerciale e politico, un’unione fra stati e popoli completamente diversi fra loro – per lingua, cultura, abitudini, ecc. E la meraviglia del mondo senza Dio davanti a quest’opera sembra essere stata descritta dall’apostolo Giovanni, quasi due millenni fa, quando scrisse…

Apocalisse 13:3: “E vidi una delle sue teste come ferita a morte; ma la sua piaga mortale fu sanata, e tutta la terra si meravigliò dietro alla bestia.

Apocalisse 17:8: “Gli abitanti della terra, il cui nome non è stato scritto nel libro della vita fin dalla fondazione del mondo, si meraviglieranno vedendo la bestia perché era, e non è, e verrà di nuovo.

Più passerà il tempo, più luce gli eventi getteranno su queste parole e su tutte le profezie bibliche sugli ultimi tempi ed il ritorno di Gesù.

Cosa possiamo fare? Perché Dio ci dà delle profezie bibliche che ci annunciano il futuro? Per turbarci? Al contrario: per non farci sentire confusi, smarriti, paurosi del nostro futuro.

Luca 21:28: “Ora, quando queste cose cominceranno ad accadere, guardate in alto e alzate le vostre teste, perché la vostra redenzione è vicina».

Le profezie bibliche non sono state scritte per fare di noi dei profeti, per farci predire il futuro, ma per avere sufficiente luce sugli eventi futuri della storia dell’umanità in maniera che, quando quelle cose staranno per accadere, noi rimarremo saldi, sicuri che Dio ha il controllo, che sa cosa accadrà e che permetterà che accada per il Suo imperscrutabile disegno divino – del quale noi facciamo meravigliosamente parte!

I giudizi per questo mondo, la sua rovinosa caduta, saranno per noi solo il segno che il Signore è vicino, che sta per tornare e portarci via con Lui. Il giudizio per il mondo, sarà per noi il momento della gloria eterna con Gesù.

Purtroppo lo stesso messaggio che per noi è di speranza, diventa di condanna per chi si ostina a non credere, a non arrendersi all’amore di Dio. Annunciare al mondo la salvezza in Cristo è il compito del quale non dobbiamo stancarci, ora più che mai, visto che il giorno del ritorno di Cristo è più vicino, come ci autorizzano a ritenere gli eventi che stanno accadendo attorno a noi.

Luca 21:36: “Vegliate dunque, pregando in ogni tempo, affinché siate ritenuti degni di scampare a tutte queste cose che stanno per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

 

The Christian Counter

Giuseppe Guarino è autore anche di un commentario storico-profetico al libro del profeta Daniele. Clicca sulla copertina per acquistarlo su Amazon.