L’apocalisse è il libro più difficile da comprendere che troviamo nel Nuovo Testamento. Mentre poi per gli altri libri della Scrittura abbiamo delle interpretazioni più o meno affermate, per questo libro non esiste in realtà un approccio univoco. Vi sono varie scuole di pensiero, ma nessuna è riuscita a guadagnarsi una misura di consenso tale da fare veramente scuola.
La interpretazione futuristica è fondamentalmente quella più comune a molte confessioni evangeliche, ma qui comincia e qui finisce spesso il punto in comune fra le diverse interpretazioni.
“Perché?” ci chiediamo. E ancora: “Questo fatto deve scandalizzarci?”.
Le profezie bibliche sono una buona porzione della Scrittura, nell’Antico e nel Nuovo Testamento. Molte si sono adempiute nel Cristo, quando si fece uomo. Alcune erano state ben comprese dal clero giudaico.
Matteo 2:3-6: “ Udito questo, il re Erode fu turbato, e tutta Gerusalemme con lui. 4. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informò da loro dove il Cristo doveva nascere. 5. Essi gli dissero: “In Betlemme di Giudea; poiché così è stato scritto per mezzo del profeta: 6. “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei affatto la minima fra le città principali di Giuda; perché da te uscirà un principe, che pascerà il mio popolo Israele” “.
Ma molte altre profezie non erano state comprese. Alcune addirittura non erano state nemmeno intese essere tali.
“E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, (Gesù) spiegò loro (ai discepoli) in tutte le Scritture le cose che lo riguardavano” (Luca 24:27).
A sua volta, essendo Gesù morto e risorto, secondo quanto era stato preannunciato dai profeti, essendo stato egli stesso testimone, adesso consapevole, Pietro proclamò nel giorno della Pentecoste il Vangelo, la buona notizia, basandosi proprio su quelle Scritture che non erano state capite ma che ora erano divenute per tutti comprensibili, in quanto avveratisi sotto gli occhi di tutto il popolo. Conosciamo tutti la meravigliosa esposizione di Pietro in Atti 2:14-41.
Ad esempio, non era stato compreso che il Cristo sarebbe morto e risorto. Ma adesso per Pietro era chiaro, Gesù stesso glielo aveva spiegato e lui ne era stato personalmente testimone: “Fratelli, si può ben dire liberamente riguardo al patriarca Davide, che egli morì e fu sepolto; e la sua tomba è ancora al giorno d’oggi tra di noi. Egli dunque, essendo profeta e sapendo che Dio gli aveva promesso con giuramento che sul suo trono avrebbe fatto sedere uno dei suoi discendenti, previde la risurrezione di Cristo e ne parlò dicendo che non sarebbe stato lasciato nel soggiorno dei morti, e che la sua carne non avrebbe subito la decomposizione. Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato; di ciò, noi tutti siamo testimoni.” (Atti 2:29-32).
Se cose così importanti non furono comprese dagli uomini di Dio fino alla loro meravigliosa realizzazione, perché preoccuparci se non tutto ci è chiaro in un libro così oggettivamente complesso come l’Apocalisse?
Sebbene comunque i dettagli, a mio avviso, non saranno compresi appieno fino a quei giorni terribili che vengono descritti nell’ultimo libro delle nostre Bibbie, io sono convinto che, per grandi linee, possiamo avere un’idea di ciò che descrive e del messaggio fondamentale che vuole lasciare ad ogni credente.
La realtà dei fatti è che la nostra cultura ci influenza in maniera determinante. La nostra ossessione per la cronologia – che è evidente, in particolare in italiano, dai ricchi dettagli dei nostri verbi – il nostro bisogno di identificare ogni cosa riconducendola alla nostra esperienza personale e alla nostra quotidianità, limita una comprensione alternativa, che a volte è necessaria davanti a certi brani della Scrittura, e che deve essere alimentata dalla riverenza per i brani biblici, ognuno scrigno di meravigliosi significati.
Indubbiamente ogni brano della Scrittura ha una sua interpretazione univoca.
Ma la Bibbia è un libro speciale, spirituale.
Il giorno della Pentecoste Pietro annunciò il Vangelo con potenza e coloro che lo ascoltavano lo udirono ciascuno nella propria lingua. Solo la Parola di Dio può compiere questo miracolo. E non lo vediamo spesso compiere nelle nostre chiese la domenica, quando l’uomo di Dio illustra la Scrittura ed è guidato dello Spirito Santo e ciascuno di noi che apriamo le nostre orecchie spirituali, sentiamo un messaggio personale, che ci riguarda in maniera unica: come se quella stessa Parola predicata parlasse ad ognuno nel linguaggio segreto del suo proprio cuore, per comunicare il messaggio di cui ha bisogno.
Possiamo allo stesso modo leggere la Scrittura e capirne un senso spirituale, esserne benedetti, lasciare che parli al nostro cuore in maniera incomprensibile, anche se non siamo in grado di tradurre ciò che essa vuole dire nei termini di una spiegazione (interpretazione o applicazione che sia) razionale e riferita alla nostra quotidianità.
Ricordiamo sempre: troppa luce può finire per accecarci. Godiamo della giusta quantità di luce che Dio dà a ciascuno di noi per illuminarci – forse anche un po’ di più finirebbe solo per accecarci, confonderci e disorientarci.
Detto ciò, parliamo dell’interpretazione dell’Apocalisse.
Non credo di essere il solo che comprende che per aver chiaro cosa dice l’Apocalisse bisogna aver chiaro cosa dicono i profeti dell’Antico Testamento e in particolare il libro di Daniele.
The Name of God in the English translations of the Old Testamentby Giuseppe Guarino
The difficulties connected with the personal Name of God revealed to Moses (Exodus chapter 3) are as old as the need to translate the Old Testament in another language.
The oldest known version of the Hebrew Bible is the Greek translation, the Septuagint, LXX. This version – originally of the Pentateuch only – was sponsored in the third century BC by the Egyptian ruler Ptolemy Philadelphus to enrich the library of Alexandria. The name (meaning Seventy) derives from the legendary original number of translators engaged in this work.
There are controversial ideas as to which path the LXX took concerning the Name. Some argue that the translators preferred to keep the Tetragrammaton, God’s Name, in its original Hebrew form, and simply inserted it into the Greek text. Others argue that the original translation had Kyrios (ie “Lord”).
Whatever the initial choice of those translators was, the difficulty of transposing from the Hebrew into another language such a precious word as the Personal Name of God is evident.
What is the best choice?
Let’s look briefly at the Hebrew original.
When God appeared to Moses, he said to him,
“ ‘I am who I am.’ Then he said: ‘Thus you shall say to the children of Israel: ‘the I AM has sent me to you.’”
If God says in the first person that he is: “the I AM”, the others will have to turn to him calling him: “ י ה ו ה , the God of your fathers, the God of Abraham, the God of Isaac and the God of Jacob has sent me to you.”
הוהי is the way in which the name revealed to Moses is represented in the Hebrew alphabet. It identified the God who sent him to his people to deliver them from Egypt.
Hebrew is read from right to left. So if we want to transliterate the Hebrew letters in our alphabet, we will have:
י ה ו ה
H W H Y
Hebrew is written from right to left. So, applying our common sense of writing, we have: YHWH.
The four Hebrew consonants could also be transliterated with the following letters: IHVH, JHWH, or JHVH.
The “y” must be preferred to the “j” and “i” because the “j” has lost the original sound of “long i” in favor of the Anglo-Saxon valence of “g” and the “i” expresses the sound of the Hebrew letter but not the consonant valence, which instead happens with the “y”.
The “v” renders the phonetic value of Hebrew better than the “w” does, though “w” is a more correct way to transliterate.
So, the transliteration JHVH is not exactly the correct one, but has become, indirectly, in the use of Jehovah, the most popular form of transliteration of the Name.
Depending on the various texts that are consulted, one can find a version or another of the transliteration. The simple truth is that, as it is sometimes the case when translating from one language into another, no one can be dogmatic and different transliterations, for different reasons can be considered equally effective alternatives.
The four letters that together make up the Name of God in the Old Testament are commonly referred to as the Tetragrammaton (from the Greek tetra grammaton, which means four letters).
In the Hebrew alphabet (we will say for simplicity) vowels are missing. It is made up of only 22 consonants. The discomfort that can follow is easily understood and the correct pronunciation of words is linked to the teaching of one generation to the next of the way a word must be read.
The 22 consonants of the sacred text were considered too holy to even evaluate the possibility to transliterate them into another alphabet. So, the Masoretes, Jewish scholars of the first centuries, added some symbols, which helped the pronunciation of words.
The was vocalized as follows:
יְהוָֹה
While in the vast majority of cases the symbols provided by the Masoretes would give the reader the necessary vowels to be added to the consonants in order to determine the pronunciation of the words, for the Tetragrammaton scholars speak of qere perpetuum, that is, of “permanent corrections, not shown in the margin but inserted in the text through an anomalous vocalization”[1].
This happened because when the Masoretes added their vocalization, the Orthodox Jews had long ceased to read the Tetragrammaton, preferring to pronounce in its place the word “Adonai”, corresponding to the English “Lord.” The vowels of Adonai were then those added to the consonants of the divine name for the vocalization.
In the 16th century, a German scribe who was transliterating the Bible into the Latin alphabet for the Pope simply interleaved the vowels with the consonants resulting in the reading Iehovah.[2]
Later (in 1611) the King James Version of the Bible, introduced the reading Iehovah. This, with the evolution of the English language, became Jehovah by many still considered the pronunciation par excellence of the name of God. For sure, it is the most commonly known and used.
The affection that binds Anglo-American Christians to Jehovah has generated several attempts to systematically use it in biblical translations.
In 1901 the American Standard Version, used Jehovah in all the places where the Hebrew original of the Old Testament had the Tetragrammaton.
In the 1960s, Jehovah’s Witnesses produced their own translation of the Bible which introduced Jehovah into both the Old and New Testaments.
There have been versions of the Bible that have adopted various readings/transliterations, the most famous of which is probably Yahweh, that many scholars believe to be the correct way to pronounce the Name.
In Italy, my country, a translation of the early 1900’s, Riveduta Luzzi, came up with a peculiar solution. They translated the Name as “the Eternal” in a consistent way, throughout the Old Testament. I once thought this solution was totally crazy. But with a better knowledge of the original I have certainly changed my mind. The reasons are explained very well by Asher Intrater, in his book “Who ate lunch with Abraham?” Asher basically says – and he is a Jew and a Hebrew scholar – that the three vowels e, o, a, added by the Masoretes for the reading of הוהי are a verbal structure. The e (sh’va) indicates the future versal tense, the o (holom) the present and the a (patach) the past, giving the name YeHoVaH the meaning of “He will be, He is, He was,” in other words, the Eternal. I strongly suggest you get a copy of this great book. It is a masterpiece.
Today’s Italian version The New Diodati adopts this reading for the Old Testament occurrences of the Name.
“The Eternal” is a peculiar choice that seems to be exclusively and Italian phenomenon. The reason why I am calling this to the readers’ attention is that this use of the term “The Eternal” is not totally destitute of biblical foundation. I will say more later about this fascinating topic.
Anyway, the reading Jehovah and its variations, Yehovah or Yehowah, cannot be considered the right representation of the sound of the original Name, simply because the vowels inserted are those of a qere perpetuum that invite the reader to read out lout Adonai, Lord, when the Name of God is the the text.
We must be honest. Being often confronted with problems in translating from one language to another, I know: the translation of the Divine Name of Exodus 3 and following is a serious problem. Those who propose easy ways out do it only to please the public, but do not solve or even face the problem, they oversimplify the matter in order to achieve their own goals and follow their personal agenda.
What should we do when translating the Old Testament into another language?
We could just leave the original four Hebrew letters, as we find in some manuscripts of the ancient Greek version of the Septuagint. The problem, however, remains: how should we read it? Those who put the Name in the Hebrew alphabet in the LXX were – no question about it – Jews and thinking of Jewish readers of the Sacred Text. Their purpose was not proselytism outside of the Jewish circles. Their text would be read by people who knew they should pronounce the Name Adonai.
No translation from one language to another, and this applies to 100% of the cases, will be able, in several points, to perfectly render all the nuances of one language into the language in which it is translated.
This is also the case with the Name revealed by God to Moses, as well as other names of God given in the Bible. For example, “Lord” is the way we translate the Hebrew אדני, Adonai. Yet, just like אלהים, Elohim, which we translate God, is a plural form. This is peculiar of the Hebrew language and can’t be rendered in English. Also “sky” and “water” just to name two other examples are plural in Hebrew, but translated in the singular in English – see Genesis 1:1.
The very idea of the “name,” of a person or a thing, in Hebrew is not the same as that which conveys the term “name” in our language.
Many, if not all, of those who call God Jehovah do so with the Western idea of “name” in mind. That is why they are only incidentally bothered by the fact that Jehovah is not the real name of God, that it is not the way the Tetragrammaton was actually pronounced.
Although for us Gentiles, foreigners, is quite hard to swallow, הוהי is the exclusive patrimony of the original text of the Tanakh (the Old Testament), something that belongs to the Hebrew culture and language.
Most of the various attempts to recover in the translations the greatness of the biblical original of Exodus 3 and of the other references to the Tetragrammaton have merits, but they fail to convey the entirety of the meaning of the original to the reader who will not go to study firsthand the original languages of the Hebrew Scriptures.
I may be quite unpopular to say this, when we use Jehovah, we cannot think of this as God’s Name. It is an English word created ex-novo to translate the Name and pronounce it in a way we can as we speak English. It is quite handy. Yet, we must be aware that it is as good as any other English word we can try to use to render the Name. I believe the same applies to Yahweh.
Personally, as a translator, I believe that if we use “Lord” or “LORD” we give credit to the choice made by the Jews themselves, who, out of respect for the holy Name of God, avoid its pronunciation – who are we Gentiles to judge them concerning this matter?
Using “Lord” we also follow the lesson of the first translation of Torah ever, the Septuagint, and we are perfectly aligned with the Greek New Testament use in quoting the Old Testament.
[1] Giovanni Deiana and Ambrogio Spreafico, Guide to the study of biblical Hebrew, Urbaniana University Press and British and Foreign Biblical Society, p. 20.
Alessandro Magno e il libro biblico del profeta Daniele di Giuseppe Guarino
Qualunque sia l’approccio al libro biblico di Daniele, oggetto come pochi di controversie fra studiosi di varie fazioni, un solo dettaglio non è sfuggito a nessun commentatore: il fatto che il libro parli di Alessandro Magno. Lo fa in diversi punti e con descrizioni di sicuro interesse sia per lo studioso dei testi sacri sia per quello di documenti storici.
Nell’esame delle parole utilizzate da Daniele si rimane in bilico tra una possibile percezione del profetico nello storico e dello storico nel profetico. Vediamo perché.
Daniele visse fra la fine del settimo secolo a.C. e per quasi tutto il sesto secolo a.C. Ancora giovanissimo venne deportato in Babilonia in una delle scorrerie del re babilonese Nabucodonosor. Venne quindi inserito nell’apparato statale babilonese con un certo successo, che gli permise di continuare nelle importanti cariche ricoperte persino dopo la conquista persiana.
Secondo il testo biblico che tramanda le vicende di questo profeta, egli possedeva un dono simile a quello di un suo illustre predecessore, Giuseppe, quello cioè di poter interpretare i sogni. Un dono che si trovò molto presto a dover manifestare per il re babilonese.
Un sogno che turbò Nabucodonosor lo spinse a cercare chi lo potesse interpretare. Nessuno vi riusciva. Fu un giovane – probabilmente ancora adolescente – di stirpe ebraica ad ardire di stare alla presenza del re, dirgli cosa aveva sognato e darne l’interpretazione.
Nei suoi tormentati sogni notturni il re babilonese aveva visto una gigantesca figura umana, composta da diversi materiali. Daniele li elenca e interpreta al re il significato simbolico di ciò che vede.
Daniele 2:37, 38: “Tu, o re, sei il re dei re, a cui il Dio del cielo ha dato il regno, la potenza, la forza e la gloria;e ha messo nelle tue mani, tutti i luoghi in cui abitano gli uomini, le bestie della campagna e gli uccelli del cielo, e ti ha fatto dominare sopra tutti loro: la testa d’oro sei tu”.
Il capo della statua in oro simboleggia Nabucodonosor e il suo regno.
Daniele 2:39: “Dopo di te sorgerà un altro regno, inferiore al tuo”.
All’impero neobabilonese succederà sulla scena mondiale quello medo-persiano di Ciro. Il quale rimarrà per molto tempo a predominare la scena mondiale.
“poi un terzo regno, di bronzo, che dominerà sulla terra”.
Ecco qui che compare il regno greco-macedone di Alessandro Magno. Subito colpisce la descrizione, davvero molto pertinente: “dominerà su tutta la terra”. Inarrestabile, il macedone riuscì a conquistare tutto il mondo allora conosciuto e la leggenda dice che pianse perché non vi erano più terre da conquistare.
Daniele 2:40: “poi vi sarà un quarto regno, forte come il ferro; poiché, come il ferro spezza e abbatte ogni cosa, così, pari al ferro che tutto frantuma, esso spezzerà ogni cosa”.
Daniele vede anche l’ascesa della potenza romana, riportando un dettaglio caratteristico di questo impero: la sua forza e inarrestabile avanzata.
Aver interpretato il sogno al re babilonese permetterà a Daniele, come fu per Giuseppe, di occupare presto un posto di tutto rilievo all’interno della corte.
Più avanti, nello stesso libro, sono descritte altre due visioni che completano la prima, arricchendola di dettagli che entusiasmano gli esegeti biblici, ma non meno gli storici.
Al capitolo 7 Daniele vede i medesimi quattro regni del sogno del re, ma stavolta nel simbolismo rappresentato da quattro diversi animali.
Il leone è Babilonia. L’impero persiano un orso. Il regno di Alessandro è visto come un leopardo.
Daniele 7:6: “Dopo questo, io guardavo e vidi un’altra bestia simile a un leopardo con quattro ali d’uccello sul dorso; aveva quattro teste e le fu dato il dominio”.
Sebbene con tipici connotati da vaticinio, la descrizione del regno di Alessandro e dei suoi successori è qui straordinariamente pertinente. Le ali d’uccello, infatti, descrivono la rapidità della inarrestabile conquista alessandrina: in soltanto dieci anni tutto il mondo era stato vinto. Le quattro teste il repentino smembrarsi dell’impero alla morte di Alessandro.
L’attenzione di questa seconda profezia di cui Daniele è ancora quasi passivamente depositario è, però, il quarto regno, quello di Roma. È invece nei capitoli che seguono, da 8 a 11 che il profeta si sofferma interamente sull’ascesa greca, dalla stessa figura di Alessandro, fino alle vicende delle monarchie elleniche che seguono, perché avranno un ruolo fondamentale per il destino di Israele, che si troverà proprio a metà strada fra due regni e le loro ambizioni, quelle dei tolomei e dei seleucidi.
In Daniele 8 leggiamo della nascita dell’impero greco-macedone. La stessa figura di Alessandro viene citata.
Daniele 8:5-7: “Mentre stavo considerando questo, ecco venire dall’occidente un capro, che percorreva tutta la terra senza toccare il suolo; questo capro aveva un grosso corno fra gli occhi. Il capro si avvicinò al montone dalle due corna, che avevo visto in piedi davanti al fiume, e gli si avventò addosso, con tutta la sua forza.Lo vidi avvicinarsi al montone, infierire contro di lui, colpirlo e spezzargli le due corna; il montone non ebbe la forza di resistergli e il capro lo gettò a terra e lo calpestò; non ci fu nessuno che potesse liberare il montone dal potere di quello”.
Nella descrizione del profeta viene detto qualcosa di straordinario: una potenza occidentale, la prima della storia dell’umanità, compare sulla scena medio-orientale. Essa avanza su tutta la terra in modo tanto rapido che non tocca nemmeno il suolo. Quale modo più appropriato di descrivere la rapidità della conquista di Alessandro, che in appena dieci anni prese possesso di tutto il mondo conosciuto.
Il grosso corno, nell’antichità simbolo di potenza, è proprio Alessandro Magno. Egli riuscirà a prevalere sulla potenza medo-persiana qui vista come un montone, e lo farà in modo rapido e definitivo.
Circa l’identità di questi simboli profetici non abbiamo alcun dubbio. Poco più in là nello stesso libro, infatti, troviamo l’interpretazione che perfettamente combacia con il dato storico.
Daniel 8:20-21: “Il montone con due corna, che tu hai visto, rappresenta i re di Media e di Persia. Il capro irsuto è il re di Grecia; e il suo gran corno, fra i suoi occhi, è il primo re”.
Da storico (dilettante) quale sono, mi sfugge il perché Daniele specifichi la presenza della componente dei Medi all’interno di un impero che certamente nella sua parte più eclatante vide senz’altro un deciso e netto prevalere dell’elemento persiano. Probabilmente, o la storia profana non ci permette di dare altrettanta rilevanza alla presenza dei Medi nell’impero o questa caratteristica viene esaltata per impedirci di confondere questo con qualsiasi altro regno che il lettore possa cercare di trovare nei simbolismi. Tale necessità è evidente nel fatto che qui venga dichiarata apertamente l’identità delle due potenze mondiali viste.
Giuseppe Flavio è uno storico giudeo vissuto a cavallo del primo millennio. Egli trasmette una lunga narrazione che getta ulteriore luce su alcuni dettagli, sul perché Alessandro risparmiò Gerusalemme, mentre dichiara indirettamente l’autenticità delle profezie di Daniele.
Antichità giudaiche, libro undicesimo: “E quando Alessandro ebbe preso Gaza, si affrettò verso Gerusalemme. […] Quando Alessandro fu in prossimità della città, il sommo sacerdote uscì in processione, con i sacerdoti e una moltitudine di cittadini. […] Essa raggiunse un luogo chiamato Safa, che, tradotto in greco (la lingua nella quale scrive lo storico, ndt) significa “prospetto”, perché da lì si ha una vista perfetta sia della città sia del tempio […] Quando Alessandro vide da lontano la moltitudine vestita di bianco, mentre i sacerdoti erano vestiti di lino, e il sommo sacerdote di porpora e scarlatto, con la sua mitra in testa che aveva la placca d’oro sulla quale era inciso il nome di Dio, egli si avvicinò e mostrò reverenza per quel nome e salutò il sommo sacerdote. E così fecero i giudei tutti insieme, con una sola voce, salutarono Alessandro […] Egli entrò nella città e quando salì nel tempio offrì dei sacrifici a Dio, secondo le direttive del sommo sacerdote, e trattò con onore sia il sommo sacerdote che gli altri sacerdoti. E quando gli venne mostrato il libro di Daniele, dove Daniele aveva dichiarato che uno dei greci avrebbe distrutto l’impero dei persiani, egli ritenne che si parlasse di lui”. Ho tradotto dall’opera The Works of Josephus, Complete and Unabridged, translated by William Whiston, A.M.
Purtroppo non solo la gloria di Alessandro, ma anche la sua altrettanto veloce caduta viene descritta in Daniele.
Daniele 8:8 “Il capro si irrobustì ma, quando fu al culmine della sua potenza, il suo gran corno si spezzò; al suo posto spuntarono quattro grandi corna verso i quattro venti del cielo”.
Daniele 8:22 “Le quattro corna, sorte al posto di quello spezzato, sono quattro regni che sorgeranno da questa nazione, ma non con la stessa sua potenza”.
Fu proprio così che accadde: al culmine della sua potenza e del suo successo, a trentatré anni, Alessandro morì, in Babilonia. Alcuni dicono per una febbre, altri sostengono per un complotto. Ad ogni modo, le parole di Daniele si avverarono alla lettera. Infatti non avendo eredi, furono i generali a spartirsi il grande impero, lasciandosi indietro, ovviamente, la magnificenza di quanto costruito da Alessandro. Ma, allo stesso tempo, continuando quell’opera da lui iniziata, l’ellenizzazione del mondo intero che ha determinato la cultura del mondo occidentale da allora fino ai nostri giorni.
Qui di seguito il libro che ho pubblicato anni fa su Daniele.
IL LIBRO DI DANIELE – Commentario storico-profetico – di Giuseppe Guarino
Lo studio del libro del profeta Daniele è essenziale per una corretta comprensione delle profezie messianiche sia della prima venuta del Messia sia del suo ritorno. Il commentario raccoglie informazioni storiche che attestano l’affidabilità del testo biblico, prove patristiche dell’antichità dell’interpretazione dei brani messianici e collegamenti con le profezie del Nuovo Testamento.
La Bibbia è stata scritta da vari autori in diversi momenti storici, località geografiche, e in tre lingue diverse: ebraico, aramaico e greco. Ma per chi la studia con cuore aperto, è chiaro che essa è un solo libro, con un solo intento e un solo messaggio. Alcuni l’hanno definita la lettera d’amore scritta da Dio all’uomo, e potremmo anche considerarla tale. Leggere quindi la Bibbia in tutta la sua interezza è fondamentale, per noi cristiani sarebbe poco produttivo leggerla soltanto in parte. I Vangeli e gli altri scritti apostolici sono fondamentali per conoscere la persona ed il pensiero di Gesù, la sua missione, il senso della sua incarnazione, ma nascono dalla fede che troviamo nell’Antico Testamento. Le Scritture ebraiche contengono tantissime profezie messianiche avveratesi in Gesù, nostro Signore e Salvatore: queste sono una potente testimonianza sulla sua persona e missione. Disse Gesù: “… se credeste a Mosè, credereste anche a me; poiché egli ha scritto di me” (Giovanni 5:46). “Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento” (Matteo 5:17).
Leggere la Genesi è importante, così come i profeti, ma è leggendo Matteo, Marco, Luca e Giovanni e gli scritti Paolo, e persino l’Apocalisse, che apprendiamo il senso cristologico di molti brani dell’Antico Testamento e il messaggio cristocentrico di tutta la Scrittura. Impariamo inoltre che sebbene molte profezie sul Messia si siano avverate in Cristo, ve ne sono ancora molte che si avvereranno al suo ritorno, promesso ai suoi fedeli in molti brani del Nuovo Testamento.
L’assistenza dello Spirito Santo
Capisco che un approccio “razionale” allo studio della Bibbia sarebbe più in linea con i tempi che viviamo. Ma parliamo di un “libro” con un messaggio spirituale e avvicinarsi al suo studio senza tenerne conto sarebbe “irrazionale”. Del resto, onestamente, credo che se non si considerino le Scritture Parola di Dio non vale proprio la pena studiarle. Leggerle una volta, due, alcuni libri, per cultura si; ma studiarle senza riconoscerne l’autorità spirituale sarebbe masochismo puro.
Gesù ci ha detto che nello studio della Sua Parola non saremmo stati soli.
Guardate gli apostoli. Gesù li ha chiamati e poi non li ha semplicemente abbandonati a se stessi, non li ha mandati senza ammaestrarli in maniera personale. Per anni Gesù parlò pubblicamente al popolo, ma si intrattenne con i suoi discepoli per spiegare il senso dei suoi insegnamenti.
Vi sarebbe stato un momento in cui Gesù li avrebbe dovuti abbandonare. Promise quindi “un altro consolatore”, lo Spirito Santo, suo vero vicario, sostituto, che avrebbe assistito i credenti proprio come aveva fatto lui con gli apostoli.
Essendo la Bibbia un libro spirituale, abbiamo bisogno che lo Spirito di Dio e di Cristo, ravvivi il nostro spirito, apra i nostri occhi spirituali e ci faccia comprendere la Parola di Dio.
Sebbene sia sensato e produttivo leggere la Bibbia per trovarvi Dio, ha poco senso studiarla se non si crede. Molti studiosi infatti arrivano ad assurde conclusioni o teorie proprio per il fatto che la esaminano senza quella fondamentale chiave di lettura che è la sua spiritualità, il fatto che essa parla soprattutto allo spirito, mentre apre il nostro intelletto alle comprensione delle cose di Dio. Se Mauro Biglino legge la Bibbia e non vi trova Dio ma gli extraterrestri è perché la durezza del suo cuore non gli permette di capire, il suo spirito è morto, soccombe al suo intelletto e alla seduzione di esaltare se stesso e la sua conoscenza personale. L’uomo spirituale, invece, legge la Bibbia e Dio gli dona pace e forza, serenità, gioia, lo guida nella quotidianità, lo conforta, lo assiste, lo sostiene… Perché la conoscenza biblica non è “gnosi” o semplicemente “cultura”. La Bibbia è la chiave che mediante la nostra fede e attraverso il ministero dello Spirito Santo che ci guida, ci spalanca le porte del cielo e ci permette di avere accesso alla presenza, in Cristo, del nostro meraviglioso Dio e Padre. È inoltre una road map che ci guida nel tortuoso cammino della vita. Perché la conoscenza biblica non è e non può essere fine a se stessa ma trova un senso ed un riscontro nella quotidianità del credente – 2 Timoteo 3:16-17.
Esegesi, ermeneutica e significato del testo biblico per il credente.
“In filologia, l’esegesi (in greco antico: ἐξήγησις) è l’interpretazione critica di testi finalizzata alla comprensione del loro significato. Campi di applicazione possono essere, ad esempio, la legislazione (“esegesi giuridica”), la storia (“esegesi delle fonti storiche del Medioevo”), la letteratura (“esegesi manzoniana”) o la religione (“esegesi biblica”). In quest’ultimo caso, l’esegesi ha una forte affinità con l’ermeneutica, intesa come tecnica per la corretta esegesi dei testi sacri”. Fonte: Wikipedia alla voce “esegesi”.
La Bibbia dice quello che dice. Leggendola parla al nostro cuore. Leggerla ci cambia, in modi che a volte non riusciamo a spiegare, nemmeno a noi stessi, né tantomeno descrivere.
Vi è un’esegesi, una comprensione e interpretazione del testo biblico che viene dallo studio delle lingue originali e dal contesto storico, culturale, ecc., che indaga in maniera quasi “scientifica” per pervenire alla corretta e persino oggettiva comprensione di ciò che l’autore voleva dire in prima istanza. Ma la Bibbia non è un testo come altri e la ricchezza di significati è immensa, significati universali e personali. Dio parla ai cuori attraverso la Sua Parola in maniere meravigliose, ad un livello spirituale che conduce alla consapevolezza dell’amore di Dio e comunione con il Padre.
Il giorno della Pentecoste Pietro annunciò il Vangelo ripieno dello Spirito Santo e qualcosa di unico nella storia dell’umanità accadde: ognuno che ascoltava, essendo presente per la festa giudaica gente di ogni dove, udiva il vangelo nella sua propria lingua. Lo stesso miracolo non si ripete forse ogni volta che un uomo di Dio annuncia la Parola guidato dallo Spirito Santo? A volte, la domenica, parli con le persone e ognuno è lì a dirti che le parole del sermone erano proprio per lui, una risposta a quello che accadeva nella sua vita. Eppure ognuno ha problemi diversi, domande diverse, preghiere diverse. Non dobbiamo quindi sottovalutare la potenza della Parola di Dio, così com’è, per iscritto così come quando è annunciata. Infatti, non è nel libro, nelle parole in se e per se che vi è potenza, ma è l’opera dello Spirito Santo nei nostri cuori. Vi sono studiosi che conoscono la Bibbia a memoria, ma il loro spirito è morto, non è sensibile alle parole dello Spirito Santo, accumulano semplicemente nozioni su nozioni, teorie, dottrine, ecc. Non è per questo che Dio ci ha dato la Sua Parola. Essere istruiti e dotti è meraviglioso – ho dedicato tutta la mia vita a questo, come attestano i tanti libri che ho scritto (circa 60) – ma non è per questo fine che dobbiamo studiare la Bibbia. Paolo a Timoteo lo spiega chiaramente: “… perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.” (2 Timoteo 3:17)
Sempre più gente fa riferimento al testo originale, alle lingue ebraica, greca, e si riempie la bocca di termini forse più per impressionare che per spiegare la Parola di Dio al credente medio. È per questo che quasi trent’anni fa ho iniziato a studiare il greco biblico. E mi sono convinto di una cosa: un uomo o donna di Dio che aprono la Bibbia e la leggono con preghiera e con cuore aperto capiranno, ciberanno il loro spirito, non per essere un dottore e accumulare conoscenza su conoscenza, ma per essere sempre più in comunione con Dio e parlare con franchezza del Vangelo che li ha salvati
Premesso questo, bisogna aggiungere che se alla virtù aggiungiamo la conoscenza non facciamo bene, ma benissimo. Purché non perdiamo di vista il fatto che tutto ciò che studiamo ha un solo fine, pratico, quotidiano, nel nostro vissuto.
Da anni il motto dei miei studi è stato: “crescendo nella conoscenza di Dio” (Colossesi 4:10). In greco questa frase è ancora più forte perché utilizza un termine “ἐπίγνωσις” nel nostro alfabeto lo translitteriamo “epignosis”. Paolo qui oppone alla “gnosi” in senso stretto, il cuore del movimento gnostico del primo secolo, ma possiamo anche riferirlo alla conoscenza in senso generale, l’ “epignosi”, una conoscenza migliore, superiore potremmo dire, che ha come oggetto Dio.
Alcuni sembrano essere contrari o indifferenti all’istruzione, alla scolarizzazione, allo studio. Io la penso diversamente. La conoscenza che accumuliamo nella nostra vita dobbiamo semplicemente utilizzarla in modo diverso rispetto ai non credenti. Se il dotto che non crede in Dio ha nella sua conoscenza motivo di orgoglio e occasione di prevaricazione per chi sa meno, nel credente la conoscenza, anche quella appresa fra i banchi di scuola, deve essere vista come spunto per essere migliore, facendo poi confluire ciò che sappiamo in un più affinato metodo e capacità per lo studio della conoscenza migliore, quella di Dio. Ciò non per raggiungere posizioni e fregiarci di titoli – ben vengano, ma non solo il fine per chi è credente e sa – ma per renderci persone migliori, credenti più consapevoli e mettere al servizio del corpo di Cristo ciò che abbiamo appreso.
Chi snobba lo studio e la conoscenza fa un torto a chi fra i nostri migliori fratelli nella fede ci ha preceduto e ha lottato affinché tutti potessero avere libero accesso alle Sacre Scritture e avere l’istruzione necessaria per poterle leggere e comprendere. La comprensione della Bibbia passa per il nostro spirito, ma bisogna che venga adeguatamente affinata con lo studio per meglio comprendere cosa dicono le Scritture.
Studio serio e sistematico
Purtroppo a causa della nostra cultura, noi italiani spesso confondiamo la conoscenza con il titolo che la dovrebbe attestare (sebbene attesti solo il livello di istruzione) o la professione che esercitiamo. Può essere così, ma non deve per forza essere così. Molti infatti affermano che gli apostoli erano dei pescatori, dovendo ciò per forza di cose farci concludere che fossero degli ignoranti illetterati. Mentre tali non erano. Un ebreo del primo secolo cresceva all’ombra dell’istruzione della Sinagoga, che era un vero e proprio centro culturale. Lì si studiavano le Scritture, si discuteva, si veniva istruiti. Un ebreo parlava aramaico, ma anche l’ebraico, necessario per comprendere le Scritture. Chi poi viveva in zone come la Galilea era esposto a frequenti contatti con mercanti, viaggiatori e marinai e comprendere e saper parlare il greco era cosa comune, esso era infatti la lingua franca parlata in tutto il mondo di allora.
A prescindere dal livello culturale personale degli apostoli, Gesù li chiamò, ma non li mandò immediatamente. In quanto “rabbi”, maestro, li istruì personalmente. Il Signore infatti per tre anni e più ammaestrò personalmente i suoi discepoli sulle cose di Dio. Gli apostoli hanno avuto il migliore insegnante che si potesse sperare di avere e, quindi, la migliore istruzione possibile. Istruzione non convenzionale, specifica, ma che li rendeva atti al compito per il quale Dio li aveva scelti.
Quando Gesù ammaestrava alle folle, poi i discepoli in disparte lo interrogavano, approfondivano, volevano capire il senso più profondo delle parole del loro maestro. Per questa loro buona volontà Gesù li premiava: “a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli” (Matteo 13:11). La qualità più importante degli apostoli era il loro desiderio di voler sapere le cose di Dio e farlo con ogni umiltà e intelligenza: invece di riflettere, cercare di capire da se, piuttosto che pensare di poter fare da soli, andavano dal loro Maestro e approfondivano il senso delle sue parole, dei suoi insegnamenti.
Nel vangelo di Matteo in particolare possiamo vedere come Gesù prima chiama gli apostoli, essi lo seguono e lui comincia ad ammaestrarli. Lo fa in maniera graduale. Leggendo un padre della Chiesa mi rimase impressa una sua affermazione: “troppa luce acceca”. Bisogna esporsi gradualmente alla luce, perché altrimenti non saremo illuminati ma accecati. Ed è gradualmente che Gesù si rivela ai discepoli. Interroga Pietro quando già siamo al capitolo 16 di Matteo, dopo che molte cose erano accadute e Gesù aveva già insegnato molto, sia in pubblico, sia in privato.
Dopo che Pietro ha apertamente affermato che Gesù è il Messia promesso, il Cristo, Gesù fa una sconvolgente affermazione: “ordinò ai suoi discepoli di non dire a nessuno che egli era il Cristo” (Matteo 16:20). Aggiunge Matteo anche una preziosa precisazione: “Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molte cose da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti, degli scribi, ed essere ucciso, e risuscitare il terzo giorno” (Matteo 16:21).
Vedete come Gesù procede per gradi nell’istruzione dei suoi discepoli.
Consideriamo ad esempio il fatto che annuncia il suo ritorno in Matteo solo quando siamo al capitolo 24. Dopo la sua resurrezione gli conferisce il grande mandato, Matteo 28:19, insegna ancora loro le cose che riguardano il regno di Dio, Atti 1:3.
Come ogni corso di studio superiore che si rispetti, bisogna che vi sia una cerimonia di laurea e la discussione di una tesi. Lo stesso è accaduto agli apostoli nel giorno della Pentecoste, quando furono ripieni dello Spirito Santo e Pietro annunciò il Cristo in un discorso pubblico (la sua tesi di laurea) che annunciò pubblicamente il Vangelo (Atti 2) dimostrando ciò che diceva con ampie citazioni dall’Antico Testamento.
Studiare la Bibbia oggi
Oggi abbiamo a nostra disposizione una quantità di mezzi per studiare la Bibbia da fare paura. Vi sono percorsi classici: seminari, corsi di laurea. Vi sono vere e proprie facoltà di teologia. Noi evangelici siamo all’avanguardia in questo senso, sebbene la conoscenza della lingua inglese sia molto importante, quasi fondamentale se si vuole giungere a certi livelli accademici.
Ma anche lo studio personale è molto facilitato.
Youtube è un mezzo validissimo per approfondire le lingue originali, sia ebraico che greco.
Le App e i software da pc sono sussidi preziosissimi. Biblehub.com mette a disposizione versioni bibliche, traduzioni interlineari, ecc. E-sword è il software che uso personalmente. Mi permettere di accedere a molte versioni bibliche, incluse quelle originali, a commentari, dizionari biblici, ecc.
Oggi poi, anche grazie ad Amazon, è facile reperire qualsiasi testo che ci serva per approfondimento o studio.
Insomma, parafrasando un vecchio motto “chi vuol esser ignorante, ignorante sia” ma lo è senza valide giustificazioni.
Una cosa, però, mi colpisce e devo dirla. Nei miei molti anni di studio ho davvero letto molto. Ma non so se ho letto libri più belli e testi più emozionanti degli scritti dei padri della Chiesa. Si tratta degli scrittori cristiani dei primi secoli. Ed è una cosa singolare che i loro scritti siano così profondi e di cultura sebbene siano stati prodotti all’inizio del percorso della Chiesa. Invito chi voglia studiare il cristianesimo seriamente a reperire i loro testi. Parlo di Giustino, Clemente, Ippolito, Ireneo, l’epistola a Diogneto, il Didaché, ecc. Io stesso ho curato l’edizione e la pubblicazione di vari scritti di patristica. Questi primi cristiani ci hanno dato delle lezioni importantissime ed è anche grazie a loro che oggi il cristianesimo ha radici così solide. Con pochissimi mezzi a loro disposizione, ma con una grande fede e una profonda cultura messa al servizio della Chiesa, si sono prodigati per testimoniare – molti anche con il martirio – la Verità delle Scritture, che essi – che non hanno app e computer – citavano abbondantemente. Leggendo i loro scritti ci rendiamo conto della loro grande cultura e che i primi cristiani erano tutt’altro che ignoranti e muovevano i loro primi passi in un mondo fatto di persone certamente non ignoranti.
Oggi quindi, come non mai, poche scuse per essere testimoni ignoranti della nostra fede, e ogni opportunità per essere istruiti, preparati, testimoni di Cristo equipaggiati degli strumenti necessari, spirituali e intellettuali, per combattere il buon combattimento della vita cristiana.
Per chi volesse approfondire:
LA BIBBIA un’introduzione di Giuseppe Guarino
La Bibbia è più che un libro. Chi ha creduto sa che può cambiare le vite. Persone dedite all’ uso di droghe, all’alcol, al furto, persone che avvertivano un vuoto interiore incolmabile … la Bibbia ha cambiato le esistenze di milioni nel mondo, dando speranza e in questa vita e in quella futura. Coloro che si dedicano allo studio di queste pagine sacre con cuore sincero, sanno che Dio parla attraverso le sue righe: bisogna soltanto essere disposti ad ascoltare. L’uomo deve soltanto raccogliere la sfida di Dio: “…mettetemi alla prova in questo, dice l’Eterno degli eserciti; e vedrete s’io non v’apro le cateratte del cielo e non riverso su voi tanta benedizione che non vi sia più dove riporla.” (Malachia 3:10)
La frase biblica “occhio per occhio, dente per dente”, la cosiddetta “legge del taglione” è una delle parti più spesso utilizzate per giustificare la propria rabbia per un torto subito, per invocare sentimenti di vendetta o per motivare gli sforzi di rivalsa personale. Altri, però, sono lo spirito e il contesto nel quale questa affermazione viene concepita. Brevemente, in meno spazio che mi sarà possibile, cercherò di rendere giustizia alla Parola di Dio ed al suo autentico significato, legale e morale e di ricollegarlo al senso della nostra fede cristiana.
La frase “incriminata” si trova nell’Antico Testamento. Citiamo due brani per esteso.
“occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, scottatura per scottatura, ferita per ferita, contusione per contusione. Se uno colpisce l’occhio del suo schiavo o l’occhio della sua schiava e glielo fa perdere, li lascerà andare liberi in compenso dell’occhio perduto. Se fa cadere un dente al suo schiavo o un dente alla sua schiava, li lascerà andare liberi in compenso del dente perduto.”. Esodo 21:24-27.
“Quando uno avrà fatto una lesione al suo prossimo, gli sarà fatto come egli ha fatto: frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente; gli si farà la stessa lesione che egli ha fatto all’altro”. (Levitico 24:19-20)
Non credo di dire nulla di sorprendente quando affermo che qui la Parola di Dio, tramite Mosè, sta stabilendo un principio giuridico di equità, valido fino ai nostri giorni. E’, infatti, vero che anche oggi, per rendere giustizia a chi ha subito un danno, ma per punire adeguatamente chi lo ha causato, la legge deve stabilire un risarcimento o una punizione proporzionali al danno arrecato. Ciò garantisce un principio di rispetto per il diritto di chi ha subito un torto ad essere adeguatamente risarcito, ma sancisce anche che chi ha sbagliato non può essere punito a dismisura, sproporzionatamente, rispetto al reato che ha commesso.
Un’altra non ovvia chiave di lettura per le parole della Legge mosaica è che la stessa limita il desiderio di “vendetta” o di “risarcimento” del danneggiato, rimettendolo nelle mani della giustizia costituita, che diviene garante dell’equità nei rapporti sociali, la definizione dell’entità reale del danno e la quantificazione del risarcimento o la somministrazione della pena conseguente. Siamo in un contesto giuridico molto evoluto, lontani dall’interpretazione ed uso semplicistici di questa frase in cui scade l’uomo comune, ma anche dalla strumentalizzazione in contesti più impegnati.
È mia opinione che la composizione originale della legge mosaica risalga alla seconda metà del XVI secolo a.C. Ma il codice di Mosè non è il più antico della storia.
La terza dinastia di Ur (Ur III) ha regnato su un vasto territorio dell’antica Mesopotamia fra il 2120 ed 2000 a.C. Appartiene a questo periodo il famoso codice di leggi attribuito al sovrano fondatore della dinastia Ur-Nammu. (Per onore della cronaca, va detto che il professor Pettinato concorda con chi oggi è più propenso ad attribuire invece il codice al figlio del grande sovrano, Shulgi. I libri di scuola ed i testi ci metteranno un po’ a recepire questo fatto ed è per questo, che, sebbene io sia convinto dalle argomentazioni di questo grande studioso, propongo l’attribuzione tradizionale). Il codice di leggi raccolte per la vasta e complessa organizzazione statale di UR III prevedeva il medesimo principio dell’ occhio per occhio.
Più incerta è la datazione del regno babilonese di Hammurabi. Gli studiosi non concordano sulla data esatta del suo regno, ma di sicuro è più antico del periodo in cui visse Mosè. Il famoso codice di leggi di Hammurabi prevedeva apertamente qualcosa di molto simile alla legge mosaica. Le leggi che vi troviamo erano numerate; vediamo cosa prevedevano quelle che riguardano la nostra discussione.
legge 196. Se un uomo toglie l’occhio ad un uomo, gli sarà tolto un occhio.
Legge 197. Se spezza l’osso di un uomo, gli sarà spezzato un osso.
legge 200. Se un uomo spezza un dente di un suo pari, anche il suo dente verrà spezzato.
La Bibbia non solo è la Parola di Dio, ma si presenta anche come un valido testo giuridico, concepito per la nazione di Israele, perfettamente in armonia con le esigenze del periodo nel quale è stata elaborata. La legge mosaica permetteva un’equa amministrazione della giustizia, indispensabile per un’organizzazione statale complessa che si rispetti.
Alla luce di quanto detto, comprendiamo meglio il contesto storico e sociale (indispensabile per una corretta comprensione di qualsiasi sistema giuridico o codice di leggi) nel quale vanno inquadrate le parole di Mosè e della Sacra Scrittura. L’utilizzo gratuito della frase oggetto della nostra discussione da parte di alcuni, oggi, altra realtà storica, non solo non è rispettoso della Parola di Dio, ma tradisce il vero ed autentico senso della legge che Dio volle per il suo popolo, al quale, in quel momento storico delegava un’amministrazione equa della giustizia, non lasciando alcuno spazio a violenti sentimenti di vendetta personale.
È doveroso, però, non fermarsi a questa semplice analisi del testo che stiamo considerando, ma rivederlo anche alla luce di ulteriori fatti.
Scrisse infatti l’apostolo Giovanni: “Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo”. (Giovanni 1:17).
In un momento storico ben preciso, il Signore ha inviato il suo Figlio. Questo evento ha sconvolto la storia, ma ha sconvolto anche i termini della relazione fra Dio e gli uomini stabiliti nella Legge mosaica.
“Dio, dopo aver parlato anticamente molte volte e in molte maniere ai padri per mezzo dei profeti, in questi ultimi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio”. (Ebrei 1:1).
Per noi cristiani le parole di Gesù hanno una rilevanza assoluta. Le sue interpretazioni della Torah (la Legge mosaica) sono più che commenti o interpretazioni nello stile rabbinico: sono la maniera in cui noi dobbiamo comprendere il vero senso di quelle parole e viverle nell’era che ha già visto la manifestazione del Cristo (Messia) promesso – tutt’altro rispetto a quello in cui quelle legge vennero promulgate.
Gesù rilesse così le parole “occhio per occhio”: “Voi avete udito che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico: non contrastate il malvagio; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra; e a chi vuol litigare con te e prenderti la tunica, lasciagli anche il mantello. Se uno ti costringe a fare un miglio, fanne con lui due. Dà a chi ti chiede, e a chi desidera un prestito da te, non voltar le spalle. Voi avete udito che fu detto: “Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici, [benedite coloro che vi maledicono, fate del bene a quelli che vi odiano,] e pregate per quelli [che vi maltrattano e] che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; poiché egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Se infatti amate quelli che vi amano, che premio ne avete? Non fanno lo stesso anche i pubblicani? E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno anche i pagani altrettanto? Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste”. (Matteo 5:38-48).
Le parole di Gesù sono molto profonde ma, diciamocelo francamente, a prima vista, utopistiche. Eppure anche queste debbono esser viste nel loro contesto. Gesù aveva detto apertamente: “Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento”. (Matteo 5:17). Le parole di Gesù hanno un senso più profondo di quello della semplice enunciazione di un principio in un codice. Nel suo discorso della montagna, il Signore non sta reinterpretando la Legge mosaica, non la sta criticando o annullando. Al contrario, parla delle leggi del regno di Dio, dove il cuore dell’uomo è completamente dato a Dio ed il suo senso di giustizia supera le realtà terrene per considerare sempre la prospettiva di Dio, giusto ed ultimo giudice.
Anche i profeti dell’Antico Testamento avevano compreso che la Legge (anche quella mosaica) poteva imporsi all’uomo ma non cambiare l’uomo. Mentre toccava al Signore stesso compiere questo miracolo. L’epistola agli Ebrei cita l’Antico Testamento quando vi leggiamo: “Questo è il patto che farò con loro dopo quei giorni, dice il Signore, metterò le mie leggi nei loro cuori e le scriverò nelle loro menti”. (Ebrei 10:16)
Il periodo al quale fa riferimento l’autore di Ebrei (secondo me Paolo), è quello messianico.
Il Signore mette nel nostro cuore la sua legge, il desiderio di mettere in pratica un’altra legge, quella dell’amore e del perdono, insegnataci a parole e con i fatti dal Signore Gesù. È una legge personale, spirituale, che non conosce coercizioni o imposizioni esterne, ma che nasce dal cuore. E’ una legge che può esistere solo nel regno di Dio, nella sua manifestazione perfetta al compimento dei tempi, al ritorno del Signore Gesù. Ma è una realtà che, in una certa misura, anche oggi la Chiesa si sforza di anticipare al mondo. E’ una legge così complessa, difficile, perfetta, che Gesù non ce lo nasconde, cercare di obbedirla e di viverla significa cercare la stessa perfezione che è propria di Dio.
Dal punto di vista squisitamente legislativo, la legge di Mosè si proponeva di organizzare l’amministrazione della giustizia in Israele. Con la venuta di Gesù, però, la Legge è stata elevata ad una realtà spirituale del cristiano che si sforza, con l’aiuto dello Spirito Santo promesso a tutti i credenti, di vivere nel suo quotidiano non solo la giustizia di Dio, ma soprattutto il Suo amore e la Sua bontà. Purtroppo va detto che la miseria della condizione umana regolarmente ci delude e per quell’ideale che tutti desideriamo, la Parola di Dio ci conforta nelle parole dell’apostolo Pietro: “secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e nuova terra, nei quali abiti la giustizia”. (2 Pietro 3:13).
Gli Elohim di Mauro Biglino negli scritti dell’apostolo Paolodi Giuseppe Guarino
Da tempo mi viene chiesto di dire qualcosa sulle idee che con particolare successo sta diffondendo il dott.Mauro Biglino. Confesso che a me non va di fare contestazione diretta e non capisco lo scandalo di molti credenti. E mi rendo conto che chi difende la fede ma non approfondisce, non cresce, non studia, poi si trova a pagare lo scotto ed essere confuso da chi tira fuori dal cilindro un po’ di greco ed ebraico.
Innanzi tutto ogni catena ha i suoi anelli deboli. Chi ha studiato la Bibbia, come è chiaro che ha fatto Biglino, sa dove andare a colpire. Non va di certo ad intaccare gli anelli più forti, ma usa i più deboli per tentare di spezzare la catena.
Veniamo quindi ad una discussione in concreto, visto che da qualche parte devo cominciare.
Ho aperto youtube e mi sono imbattuto in una sua conferenza che ha avuto luogo a Savona il 28 Marzo 2015. Per chi volesse vedere il video, questo il link
Egli qui afferma, proprio all’inizio del video, che Paolo dice che vi sono molti (in greco) Theoi, quindi “dèi”. Siamo in 1 Corinzi 8. Mette quindi in relazione la parola greca Theoi con quella ebraica Elohim, dicendo che la seconda è una traduzione della prima. Ed ecco che Paolo direbbe che vi sono molti “dèi”, molti “Elohim”, che altri non sarebbero se non i componenti delle gerarchie aliene immaginate da Biglino dietro le parole dell’Antico Testamento.
La sua premessa è davvero precisa: è Paolo che dice questa cosa e non lui e siamo noi credenti a dare autorità alle parole dell’apostolo. Quindi l’autorità dietro le sue idee (di Biglino) sarebbe quella dell’apostolo Paolo stesso.
Poi lo studioso continua citando Ebrei 13:2. Egli sostiene che lì Paolo stia parlando di angeli e che questi siano un gruppo con un particolare grado all’interno dell’ordine gerarchico degli Elohim, preposti a far eseguire o ad eseguire loro stessi gli ordini degli Elohim. Gli angeli sono talmente simili a noi che qualcuno può averli ospitati in casa senza saperlo.
Fin qui quello che sostiene Biglino. Ora vediamo invece cosa dice realmente la Bibbia.
Leggiamo per esteso 1 Corinzi 8 e vediamo che succede.
“Ora, riguardo alle cose sacrificate agli idoli, noi sappiamo che tutti abbiamo conoscenza; la conoscenza gonfia, ma l’amore edifica. Ora, se uno pensa di sapere qualche cosa, non sa ancora nulla di come egli dovrebbe sapere. Ma se uno ama Dio, egli è da lui conosciuto. Perciò quanto al mangiare le cose sacrificate agli idoli, noi sappiamo che l’idolo non è nulla nel mondo, e che non vi è alcun altro Dio, se non uno solo, E infatti, anche se vi sono i cosiddetti dèi sia in cielo che in terra (come vi sono molti dèi e molti signori), per noi c’è un solo Dio, il Padre dal quale sono tutte le cose e noi in lui; e un solo Signore, Gesù Cristo, per mezzo del quale sono tutte le cose, e noi esistiamo per mezzo di lui”. (1 Corinzi 8:1-6 Nuova Diodati)
Dal contesto nel quale Paolo fa l’affermazione estrapolata dallo studioso, comprendiamo il suo chiaro intento. 1. Stabilire che coloro che alcuni sostengono essere dèi, tali non sono. 2. Noi cristiani adoriamo e serviamo un solo Dio. E mi chiedo subito come si fa a vedere delle affermazioni politeiste in un brano così chiaramente contro il politeismo?
Erano gli gnostici che immaginavano successive emanazioni di divinità inferiori, provenienti da un essere supremo, con diverse gerarchie “celesti”. Paolo contestò apertamente questa concezione.
“Egli (Gesù) è l’immagine del Dio invisibile, il primogenito di ogni creatura; poiché in lui sono state create tutte le cose che sono nei cieli e sulla terra, le visibili e le invisibili: troni, signorie, principati, potenze; tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui”. (Colossesi 1:15-16)
Paolo doveva esprimersi in questo modo per spiazzare in un colpo solo gli attacchi, se non addirittura le contaminazioni di pensiero gnostico-pagano, cui erano esposti i credenti di alcune zone tradizionalmente imbevute di strani culti e concezioni filosofiche di vario genere.
Vediamo cosa dice il testo di 1 Corinzi 8:1-6 in greco, la lingua originale nella quale l’epistola è stata scritta.
La parola greca θεοὶ, theoi, dèi, viene tradotta nel Nuovo Testamento ebraico con אלהים, Elohim. Ma è anche importante aggiungere che “κύριοι”, “signori”, viene tradotta אדנים. Per questa seconda espressione Paolo utilizza, quindi, il plurale della parola ebraica אדנ. Nel Nuovo Testamento ebraico questa stessa parola, al plurale, è utilizzata anche in Matteo 6:4 e Luca 16:13.
La semplice realtà del rapporto fra il greco θεοι e l’ebraico אלהים è che Paolo non può tradurre il greco in maniera efficace perché, in un certo senso, il termine ebraico non ha singolare o plurale. La conferma ce lo da il fatto che il Nuovo Testamento in ebraico traduce invece perfettamente al plurale “κύριοι” con il corrispondente ebraico אדנים che ha anche la forma al singolare אדנ. Quindi questo fatto che egli parli di una pluralità di dèi è parzialmente vera, e vedremo adesso in che senso; ma di sicuro non sta parlando del Dio unico dell’Antico Testamento.
Prima di fare l’affermazione incriminata di 1 Corinzi 8:5, l’apostolo Paolo aveva scritto:
“non vi è alcun altro Dio, se non uno solo” (1 Corinzi 8:4 – Nuova Diodati)
Nella versione ebraica del Nuovo Testamento, leggiamo che per noi di Dio (אלהים) ve ne è uno solo (אחד). Qui la parola ebraica אלהים traduce quella greca al singolare Θεὸς, theos: “Dio”.
Più chiaro di così come avrebbe dovuto esprimere il suo monoteismo l’apostolo? La traduzione ebraica del Nuovo Testamento ci fa inoltre comprendere che Paolo fa chiaramente eco alla confessione monoteista veterotestamentaria di Deuteronomio 6:4 che dice:
שׁמע ישׂראל יהוה אלהינו יהוה אחד
In italiano: “Ascolta, Israele: Il SIGNORE, il nostro Dio, è l’unico SIGNORE”. (Deuteronomio 6:4).
Quindi, mettendo da parte l’idea che la Bibbia sia ispirata e Parola di Dio, chiediamoci semplicemente: Ma Paolo è un completo idiota perché afferma una cosa e l’esatto contrario immediatamente dopo? O, forse, invece, c’è chi vuole fargli dire, con giri di parole ed estrapolazioni, cose che in realtà non dice?
Io direi che la seconda ipotesi è quella corretta.
Il greco di Paolo è perfettamente chiaro ed anche la traduzione italiana:
“Poiché, sebbene vi siano cosiddetti dèi, sia in cielo sia in terra, come infatti ci sono molti dèi e signori …”
La seconda parte della frase mantiene il senso della precedente evitando la ripetizione. Cioè i “molti dèi” e i molti “signori” di cui parla alla fine della frase sono quelli cui aveva appena fatto riferimento: i “cosiddetti dèi”. In questo senso la frase è perfettamente in armonia con la dichiarazione di fede monoteistica che l’ha preceduta.
Soffermiamoci ancora un attimo su 1 Corinzi 8:4 leggendo attentamente il testo greco originale:
Il verbo essere in greco può sottintendersi. Quindi la frase corrisponde in italiano a:
“perché nessun altro è Dio se non uno”.
Qui il greco è, purtroppo, come accade in diversi punti, intraducibile nella totalità del suo significato. Perché quando Paolo scrive che non vi è altro Dio utilizza la parola greca ἕτερος. Ora mentre “altro” è in italiano l’unico modo di dire … “altro”, lo stesso non vale per il greco.
Diamo uno sguardo al testo greco di un’altra epistola di Paolo.
“Mi meraviglio che da colui che vi ha chiamati mediante la grazia di Cristo, passiate così presto ad un altro evangelo, il quale non è un altro evangelo; ma vi sono alcuni che vi turbano e vogliono pervertire l’evangelo di Cristo.”(Galati 1:6-7 Nuova Diodati)
A una prima lettura, questa frase non ha molto senso. Perché l’evangelo è un altro o non è un altro evangelo? Il contesto potrebbe aiutare a comprendere cosa vuol dire l’apostolo anche in italiano; ma il greco è chiarissimo. Infatti il primo “altro” è “ἕτερον” (ἕτερος nella sua declinazione determinata dal caso nella frase greca. Lo dico per chi la differenza nella consonante finale potrebbe suggerire che si tratti di due parole diverse) mentre il secondo è ἄλλο.
Poche persone possono vantare una conoscenza del greco del Nuovo Testamento come J. B. Lightfoot, D.D., D.L.C., L.L.D. In merito a questa possibile distinzione, questa estrema esattezza della lingua greca, egli commenta: ἕτερος, ovvero in questo caso specifico la sua declinazione: “ἕτερον implica una distinzione di genere, che non è contemplata in ἄλλο. La distinzione primaria fra le parole sembra essere che ἄλλος è un “altro oltre”, ἕτερος un altro come “uno dei due”. Quindi ἄλλος aggiunge, mentre ἕτερος distingue”.
(Questo l’originale inglese della citazione che ho tradotto: “ἕτερον implies a difference of kind, which is not involved in ἄλλο. The primary distinction between the words appears to be, that ἄλλος is another one as ‘one besides’, ἕτερος another as ‘one of two.’ Thus ἄλλος adds, while ἕτερος distinguishes.”)
Un altro dettaglio va notato: Θεὸς, Theos, non è preceduto dall’articolo. In greco non esiste l’articolo indeterminativo, ma solo l’articolo e, sebbene sia l’antenato del nostro aggettivo dimostrativo, per semplicità diremo che assomiglia molto al nostro articolo determinativo. Ora, l’assenza dell’articolo davanti ad un sostantivo può voler dire due cose: che si parla di qualcosa di generico o si vuol sottolineare qualità. In questo caso è ovvio che Paolo non parli di “un Dio”, bensì che si voglia attirare l’attenzione sulla qualità di Dio.
Quindi se vogliamo espandere il testo di 1 Corinzi 8:4 potremmo tradurre il senso di quello che implica la terminologia greca di Paolo.
“Perché non vi è nessun altro che possiede la qualità di essere Dio come l’unico e solo vero Dio.”
Paolo scriveva a dei credenti che vivevano circondati dalle molte divinità adorate dai pagani. Pagani intellettualmente consapevoli delle loro credenze, capaci di esprimere concetti filosofici complessi e giustificare il proprio comportamento con un linguaggio che era stato in grado di partorire la filosofia più sofisticata della storia dell’umanità. La terminologia dell’apostolo ne tiene il dovuto conto: è precisa, attenta, pertinente. La sua difesa del monoteismo, della fede nel Dio unico che è soltanto lui Dio e non un altro Dio da aggiungere al pantheon, è assoluta.
Le affermazioni di Biglino sono errate, imprecise. Egli stravolge il senso delle parole di Paolo. Ma testo e contesto sono lì per chiunque voglia capire realmente cosa intendeva dire l’apostolo.
Per concludere, il fatto che la parola ebraica Elohim sia una forma plurale non implica che il testo biblico parli di più “dèi”. La versione Septuaginta (abbr. LXX) della Bibbia è molto antica, in particolare la parte iniziale, la Torah, il Pentateuco. Si tratta infatti di un progetto di traduzione per arricchire la biblioteca di Alessandria d’Egitto sponsorizzato dal faraone Tolomeo Filadelfo intorno alla metà del terzo secolo a.C. La parola ebraica Elohim (אלהים) venne tradotta dalla LXX “ho theos” (ὁ θεὸς), Dio, senza esitazione:
Perché Elohim è accompagnato da un verbo nella forma singolare! Perché il politeismo o altre fantasie sulla pluralità di esseri in Genesi 1:1 e seguenti, non si trovano nell’Antico Testamento, né nel resto dei libri della Bibbia. Perché degli ebrei bilingue che vivevano nella città più intellettualmente progredita del mondo di allora, sapevano quello che facevano quando traducevano gli scritti di Mosè più di un italiano che vive nel XXI secolo. Perché nel verso che viene dopo, “lo Spirito di Dio” che “aleggiava sulla superficie delle acque” non è femmina soltanto perché la parola ebraica Spirito (רוח) è al femminile. Infatti traducendo in greco essa diviene neutra, perché neutra è la parola corrispondente in greco, πνεῦμα. Perché Filone Alessandrino, filosofo sofisticato, ebreo che viveva ad Alessandria ed autore di moltissimi libri che difendono il Dio unico di Israele non può non aver capito quello che invece risulta così chiaro ad un italiano oltre due millenni dopo. Perché l’Antico Testamento riferisce a Dio attributi di unicità inequivocabili.
Concludo questa discussione con una nota forse un po’ provocatoria. Visto che il dott. Biglino ama citare gli scritti ebraico-cristiani e farlo per il proprio tornaconto, io gli propongo di far proprio il consiglio di Paolo: “la conoscenza gonfia, ma l’amore edifica”. Perché la conoscenza non gli manca, ma l’amore per chi lo ascolta si.
Qui sopra la copertina di uno dei fumetti ispirati alle teorie degli alieni nella Bibbia di Mauro Biglino
ALIENI E BIBBIA
Una discussione ispirata alle teorie di Mauro Biglino sulla presunta assenza del Dio cristiano dalle pagine della Bibbia.
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Come farei senza il mio amico Riccardo! Ci sarebbe un po’ meno follia nella mia esistenza, ma certamente mi mancherebbe qualcosa. Di recente mi ha sottoposto degli interessanti interventi pubblicati su internet contro l’affidabilità dell’Antico Testamento, fatti da una persona che può vantare delle credenziali di tutto rispetto.
All’inizio avevo pensato ad una discussione seria e ad una confutazione sistematica. Poi invece ho cambiato idea. Molto meglio una discussione generica ed anche un po’ divertita – visto che, mi spiace, ma la prima cosa che mi suscita chi legge la Bibbia e vi scopre degli alieni che sbarcano in Palestina, è il riso. Senza offendere nessuno, né le loro competenze; ma certamente provo poco interesse per certi tipi di conclusioni che mi appaiono a dir poco ridicole.
Personalmente studio la Bibbia da oltre trent’anni. Lo faccio perché la reputo essere la Parola di Dio – poi cosa significhi questa affermazione e quali concrete conseguenze ciò abbia, è una delicatissima questione fatta di suggerimenti, supposizioni, convinzioni e posizioni inamovibili, ma troppo poco spesso, come invece ritengo io dovrebbe essere, di semplice meravigliata osservazione.
Se la Bibbia non fosse la Parola di Dio, devo confessare che io non la studierei. Mi troverei altro da fare. Non percepirei, infatti, il senso di un libro che dalla prima all’ultima pagina mi dice che sono un peccatore e che ho bisogno di Dio per redimermi; un libro che continuamente addita tre quarti dei miei comportamenti e li condanna, spingendomi ad uniformarmi ad un set of rules che dovrebbero avvicinarmi alla santità di un Dio che non so nemmeno se esiste …
Non è così che chi non crede dovrebbe vedere la Bibbia?
Quindi non riesco a capire perché tanto interesse e tanto sforzo per demolirla. Non si annoiano di andare a leggere e studiare un testo solo per trovarne le pecche?
Avere trovato – o ritenere di avere trovato – delle apparenti contraddizioni non può invalidare l’idea che la Bibbia sia la Parola di Dio, se non per chi riteneva a priori che essa non lo fosse. (Prima bisognerebbe chiarire: a, cosa significa errore; b, cosa significa contraddizione).
Da anni leggo fumetti Marvel e devo dire che nelle intricate trame del Marvel Universe non ho rinvenuto contraddizioni; ma questo non fa di quella letteratura popolare la Parola di Dio. Ho seguito con grandissimo entusiasmo – parlo sempre di fumetti Marvel – la Secret Invasion che interessò i miei super-eroi preferiti qualche anno fa: la razza aliena degli Skrull si è prima infiltrata per decenni fra gli esseri umani, prima di sferrare un ultimo massiccio attacco per la conquista della terra. Ho letto quei fumetti facendo leva su quella che i tecnici definiscono “sospensione dell’incredulità” e li ho trovati avvincenti ed emozionanti. (ps. Non ho trovato contraddizioni, ma continuo a non credere che quelle pubblicazioni possano essere la Parola di Dio – qualcuno pensa il contrario?).
Da fan della letteratura di fantascienza quale sono sempre stato (ho letto il mio primo romanzo Urania a circa otto anni) non riesco ad immaginare quel tipo di narrazione senza alieni. Ho visto Independence Day almeno dieci volte. Il mio film preferito è The Forbidden Planet, che ritengo sia una delle storie di fantascienza più avvincenti di tutti i tempi.
Ma non mi si può dire che nella Bibbia si parla di alieni e che non me la debba ridere se qualcuno prova pure a dimostrarlo. Scusami Riccardo, non mi si può nemmeno chiedere di provare a prendere seriamente chi fa affermazioni di questo genere e perdere tempo a confutarlo. Se si è così digiuni di conoscenza biblica, ma anche così ben disposti verso lo straordinario da credere cose tanto assurde, che senso ha proporre semplicemente la mia parola contro quella di un altro?
Ho visto che vi sono persone che aspettano soltanto che qualcuno venga a dargli un motivo per non credere. E’ una semplice quanto triste verità: sono poche le cercare la Verità e disposte ad accettarla per quella che è.
Mi ci vuole coraggio e forza per non cercare delle scappatoie ed ammettere che la Bibbia è la Parola di Dio e che è bene che io cerchi il mio Dio per rimediare al mio stato cronico di peccatore. E’ un po’ mortificante per il nostro Io, no? Ma se è la Verità io che ci posso fare? Posso solo accettarla o non accettarla. E, lo sappiamo, me lo dice l’esperienza, non è per nulla facile. La religione è facile per tutti, l’adozione di uno stile di vita contrario alla nostra natura è tutt’altra cosa. Purtroppo il messaggio della Bibbia è questo.
Eppure, forse ci Sono! Eureka! Ho trovato! Finalmente ho compreso. Ora so! Riccardo, forse siamo noi gli alieni.
Se mi passi la Bibbia ti dimostro che Abramo proveniva da degli alieni terra e che la sua discendenza sta soltanto raccogliendo il numero necessario di individui per colonizzare questo mondo secondo i canoni giusti. E la resurrezione altro non è che il finale richiamo in vita degli alieni degni di ripopolare la terra vissuti su questo pianeta negli ultimi millenni e chi non ha il codice genetico giusto verrà buttato via.
Che te ne pare come teoria?
Riccardo se mi passi una Bibbia te la dimostro. Ti sommergo di parole e ti faccio tanti di quei riferimenti storici e linguistici che se ti gira la testa mi spiace, ma lo faccio per dimostrarti quello che dico.
Capisci allora amico mio, perché anziché confutare quello che dice un altro sulla Bibbia preferisco parlartene semplicemente, spiegandoti perché io credo che sia la Parola di Dio? E che ognuno creda quello che vuole – non è proprio la libertà la prima delle qualità che il Dio della Bibbia riconosce alla sua creatura? Come per dirgli dal libro della Genesi, subito: “io ti ho fatto, poi fai quello che vuoi. Se sei libero, sono io che ti do anche quella libertà che sei così tanto convinto che ti renda indipendente da me.”
La Genesi
Mi spiace dirlo – mi vergogno quasi – davanti all’uomo del XXI secolo, ma io adoro il libro della Genesi. L’inizio lapidario del Sefer Berescit (il Libro del Principio, come si chiama in ebraico) mi incanta da decenni.
“Nel principio Dio creò i cieli e la terra” (Genesi 1:1)
Che pessima traduzione! E c’è chi si lamenta che il termine “Elohim” venga qui tradotto semplicemente “Dio” e che nasconda di più? Ma il resto della frase è tradotto bene? Diciamo che questa è forse la migliore versione che la lingua italiana permette di fare. Quindi il limite non è dell’ebraico, della lingua originale; piuttosto dell’italiano.
Poverino anche il greco, così sofisticato, lingua complessa ed elegante, ma in tutt’alta direzione di quella ebraica, in questo punto, anche lei lascia così tanto a desiderare.
La versione dei LXX (si legge: Settanta) rende il brano così:
Ἐν ἀρχῇ ἐποίησεν ὁ θεὸς τὸν οὐρανὸν καὶ τὴν γῆν
La Bibbia greca dei LXX è una traduzione di tutto rispetto. E’ stata approntata nel III secolo a.C. ed è quindi la più antica versione dell’Antico Testamento che conosciamo. E’ vero, quindi, che i masoreti vocalizzarono molti, moltissimi anni dopo il testo ebraico; ma se la loro vocalizzazione corrisponde a quella che è la versione greca di quasi un millennio prima, evidentemente il loro lavoro deve essere stato ben fatto – nah, sono troppo ottimista: dovrei dire invece: “evidentemente c’è speranza che essi abbiano provato a far bene il loro lavoro”. E aggiungerei: se c’è chi dubita del loro lavoro, di ebrei dediti allo studio dell’Antico Testamento e conoscitori della loro lingua e probabilmente in possesso di chissà quali documenti non più esistenti, quanto affidamento posso fare io su un italiano che impara l’ebraico tremila e cinquecento anni dopo la Torah, la Legge di Mosè, e sostiene di averne trovato l’autentico significato?
Se poi il testo dei masoreti è confermato, nella sostanza, dai ritrovamenti di Qumran (non sai di cosa sto parlando? Ahi, ahi, ahi1), che portano la testimonianza manoscritta dell’Antico Testamento indietro di oltre mille anni rispetto alle prove precedentemente in nostro possesso, allora forse ci sono dei buoni motivi per ritenere che gli ebrei abbiano coscienziosamente ottemperato al loro compito di preservare le loro Sacre Scritture – e non che si siano adoperati per corromperle o adattarle.
Il fatto che le copie sopravvissute dei manoscritti biblici non siano tutte perfettamente identiche, ma che vi siano delle differenze fra loro, è proprio quello che mi aspetto da un testo tramandato fedelmente, ma non frutto di una congiura. Sei i manoscritti e le tradizioni ci avessero tramandato delle copie manoscritte perfettamente uguali io sentirei puzza di complotto. Ma diversi testimoni indipendenti – anzi persino in contrasto l’uno con l’altro – che danno la medesima testimonianza sulla sostanza dei fatti, hanno tutta la probabilità di essere attendibili.
Un’ultima cosa ancora.
Mettendo da parte il numero delle divergenze fra le varie tradizioni manoscritte e quella della Settanta, della traduzione in greco dell’Antico Testamento, non è forse vero che possiamo contare su una certezza del contenuto del testo veterotestamentario per oltre il suo 90%. Ciò non lo sostiene la zia Petunia soltanto, ma anche qualche studioso vagamente più competente.
“… il 90% o più del testo che esiste senza variazioni deve essere tenuto presente”. “Da una parte è importante riconoscere la possibile esistenza di errori negli antichi manoscritti, antiche traduzioni e persino nelle moderne edizioni, dall’altra ciò non distrugge la credibilità delle Scritture ispirate, che siano l’Antico o il Nuovo Testamento. La stragrande maggioranza del testo dell’Antico Testamento è certa e le varianti che esistono possono, nella maggioranza dei casi, considerarsi letture primarie e secondarie.”, Ellis R. Brotzman, Old Testament Textual Criticism, A practical Introduction, p. 23-24.
Vi è un testo altrettanto antico, o anche antico la metà di anni, o la metà della metà di quegli anni che possa vantare un primato di questo genere?
Qualcuno se la prende a male se dico di “no”? C’è libertà di opinione?
E qualcuno, se non è d’accordo, se la prende a male se gli chiedo di dimostrarmi per iscritto il contrario?
La Settanta, quindi, conferma la sostanza della tradizione del testo Masoretico, quello che oggi troviamo tradotto nelle nostre Bibbie. E, almeno per Genesi 1:1, concorda con la traduzione comunemente accettata che ricalca la tradizione della vocalizzazione di Genesi 1:1 del testo masoretico.
Ma abbiamo appena iniziato.
Ho infatti fatto un’affermazione piuttosto forte, dicendo che la versione in italiano traduce male questo lapidario inizio della Bibbia. L’ho detto e allora perdo anche un po’ di tempo a dimostrarlo – sperando di trovare un lettore curioso a sufficienza da volermi seguire.
Questo l’inizio del “libro dell’inizio” in ebraico:
בראשׁית ברא אלהים את השׁמים ואת הארץ׃
Capisco che può non sembrare facile a primo impatto. Non vi preoccupate, non lo sarà neanche al secondo, o al terzo. Ma allora dove sarebbe il bello?
L’ebraico ha un alfabeto composto da 22 consonanti – si, proprio così, niente vocali, mi spiace: allora sarebbe tutto troppo facile!
Si legge da destra verso sinistra. E, per chi pensa semplicemente che “si legge al contrario”, gli voglio dire che in Inghilterra sono convinti che in Italia: “guidiamo al contrario”.
בראשׁית
translitterando nel nostro alfabeto abbiamo
T Y CS H R B
Ora capovolgiamo tutto B R H SC Y T
Come noterà subito il lettore, mancano le vocali – ho utilizzato la “y” e non la “i “proprio per sottolineare questo fatto. Sul perché manchino nell’alfabeto ebraico l’ho già ipotizzato in altri miei scritti ed esula dai confini naturali della nostra discussione. Il fatto è, quindi, questo: mancano le vocali. Purtroppo le vocali sono essenziali per facilitare la lettura di una qualsiasi parola. (Mi viene in mente un’altra teoria: forse gli alieni non parlano con le vocali e si esprimono solo con consonanti e da qui l’alfabeto biblico. Quindi un alieno ad un altro alieno gli dice: pssm l’cq e quello lo capisce. Purtroppo se lo dice ad un terrestre rischia di morire di sete.)
E’ ovvio che gli ebrei abbiano tramandato la lettura corretta delle parole oralmente. Per osservare un fenomeno simile più da vicino ci possiamo rivolgere alla vicinissima lingua inglese. In inglese il fatto che vi siano le vocali nelle parole scritte non è che voglia dire molto e, la pronuncia dei vocaboli è tramandata oralmente o con segni convenzionali nei dizionari – che comunque non potranno mai prendere il posto del suono della parola udito in prima persona. E’ stato questo che ha dato vita alle varianti British e American English. In Inghilterra “missile” si pronuncia “missail”, in America “missil”. Can’t è “kant” in British, e “kent” in American English. E potremmo continuare. Non c’è, quindi, da gridare allo scandalo se i masoreti, ad un certo punto, abbiano fermato la pronuncia delle parole ebraiche, fissandola. Tra l’altro va detto che l’inserimento di vocali diverse non genera parole diverse. Come nell’inglese, l’utilizzo di una vocale al posto di un’altra non cambia il senso della parola né l’ortografia, bensì la pronuncia soltanto.
Potenzialmente anche la scelta di una vocale per un’altra (e non possiamo illuderci che esistesse per ogni parola una sola, invariabile pronuncia) non avrebbe modificato la parola. I masoreti poi non osarono toccare il testo biblico consonantico. semplicemente dei segni convenzionali che ne aiutavano la lettura. Questo il testo dopo l’intervento dei masoreti.
בְּרֵאשִׁית
Questa la traslitterazione (bene o male) nella nostra lingua:
TYCSHeReB
Ovvero, nel nostro senso di marcia:
BeReHSCYT
L’esattezza del significato di questa parola, del raggruppamento delle prime sei consonanti della Bibbia, ci viene anche dagli aperti riferimenti che troviamo in altri libri biblici. Nel Nuovo Testamento, per noi cristiani un riferimento autorevole, in Giovanni 1:1, per citare un esempio veloce.
Continuando a leggere Genesi 1:1 incontriamo la seconda parola della Bibbia.
בָּרָא
“Barà”. Essa è tradotta sia in italiano che in greco con il corrispondente “creò”. Ma l’ebreo Pincas Lapide ha delle (lecite) rimostranze in proposito: “La lingua materna della Bibbia non conosce alcuna formazione dei tempi del verbo nel senso delle lingue indo-europee […] “Egli rinnova ogni giorno l’opera della sua creazione”: ecco una riflessione di fondo della letteratura rabbinica, basata sulle intraducibili parole di apertura della Bibbia.” Pinchas Lapide, Bibbia tradotta Bibbia tradita, Edizioni Dehoniane Bologna, pag.86.Evitiamo qui i passaggi già davanti al verbo “creare” infatti sulla vocalizzazione e diciamo subito che ci troviamo ebraico. Come appare evidente, il verbo sta precedendo il soggetto; ciò accade per regole grammaticali della lingua ebraica.
Confesso che ho un amore particolare per Genesi 1:1. A quei poveretti dei miei figli l’ho insegnato in italiano, inglese, ebraico e greco. Nella mia “follia” d’amore per la Parola di Dio sono convinto che in un certo senso, tutta l’essenza della nostra fede sia in questa meravigliosa frase, che qui vi sia l’inizio di tutto, ma anche il presente e la certezza del compimento di tutto.
Visto che stiamo anche interessandoci di significati reconditi nel testo, vi è un’interpretazione ebraica che proprio qui vale la pena considerare. Teniamo presente che quello che noi traduciamo “creò” si scrive in ebraico con tre consonanti. Queste tre consonanti sono anche le iniziali di tre parole ebraiche: ב, ben, figlio; ר, ruah, spirito; א, elohim, dio. E’ da stupirsi se alcuni interpreti ebraici vedessero in questa parola un riferimento ad una “trinità composta da Dio, Figlio e Spirito”?
אלהים
Eccoci adesso alla terza parola, quella incriminata: Elohim. Il finale di parola in “im” (ים) ci rivela l’uso del plurale ebraico. Da qui la speculazione sul fatto che qui non si parli qui di un singolo individuo, bensì di un gruppo di individui.
Questo giochino con le lingue, possibile sfruttando la radice delle parole, la loro etimologia, è pericoloso! Lo Spirito di Dio in ebraico è chiamato Ruah. Ora la parola nell’originale è al femminile. Quindi alcuni nell’antichità pensarono bene di comprendere che Dio (uomo) unendosi al suo Spirito (donna), avessero generato il Figlio.
In italiano la parola “Dio” viene dal nome latino che definiva il dio pagano Giove, ma nessuno intende menzionare Giove quando in italiano dice Dio. Poi è vero che Elohim è al plurale; ma soltanto all’origine del termine, non nell’uso biblico. Infatti è seguito dal verbo al singolare. E non sono io a dirlo, ma tutti i traduttori della Bibbia dall’alba dei tempi a stamattina quando mi sono alzato. La LXX che abbiamo già citato e la cui importanza per la comprensione del testo ebraico, o meglio, per la comprensione del testo ebraico da fonti indipendenti da quella palestinese o masoretica, è indiscussa, traduce Elohim con ho theos, “Dio” al singolare e preceduto dall’articolo. Mi perdonerete se riconosco all’antica versione greca della Bibbia un’autorità superiore a quella di un mio conterraneo vissuto 2300 anni dopo.
Più coerentemente con il significato dell’originale si può azzardare a dire che il plurale utilizzato per questo primo nome di Dio che compare nella Scrittura, abbia in sé il seme della complessità e grandezza del nostro Dio (pluralis tantum, lo chiama Lapide) e anche (perché no?) della Trinità che il Nuovo Testamento ci rivelerà, dispiegando davanti a noi credenti nuove possibilità di lettura per i dati della Parola di Dio.
Continuiamo con la quarta parola.
הַשָּׁמַיִם
Anche la parola “cielo” è al plurale. Notate l’“im” (ים) finale che non necessariamente implica una pluralità di cieli, ma la grandezza del cielo stesso – è una sfumatura dell’originale.
Ci fermiamo qui nell’esame di Genesi 1:1.
C’è ancora qualcuno che dubita che nella Bibbia Elohim fosse un solo Dio? Non è un problema della Bibbia il non essere compresa, piuttosto un limite dell’uomo incapace di leggerla con serenità, lasciando che parli al suo cuore oltre che al suo cervello.
Per questo Gesù scelse dei pescatori come suoi discepoli. Noi religiosi – mi ci metto anche io in mezzo – noi che studiamo troppo, a volte perdiamo di vista la grandezza che è nella semplicità della fede di cui Dio ha bisogno per operare in noi. I religiosi del tempo di Gesù erano troppo presi a guardare al microscopio la Legge di Dio per vedere l’elefante che gli stava davanti. Anche qui, la semplicità della Scrittura è tutto quanto c’è da capire.
La confessione di fede degli ebrei tratta dal libro del Deuteronomio è un inno a questa verità!
“Ascolta, Israele: Il SIGNORE, il nostro Dio, è l’unico SIGNORE”. (Deuteronomio 6:4).
Questo il testo in ebraico:
שׁמע ישׂראל יהוה אלהינו יהוה אחד׃
Questo brano della Scrittura è citato da Gesù stesso, quindi oltre alla traduzione in greco dei LXX abbiamo anche la sua versione greca nel Nuovo Testamento: coincidono, comunque.
Lo confesso, anche questo verso l’ho imposto ai miei figli. Ma solo in ebraico stavolta. Non mi sembra che qui Dio sia molto conciliante. Lo vedo piuttosto esclusivista. Non appare per nulla interessato alle possibili aperture verso altri possibili “dei” alieni. Se veramente egli è un alieno che si passa per “dio”, deve avere un caratterino un po’ difficile e non starà simpatico a nessuno degli altri “dei” alieni. Sarà un povero dio alieno emarginato e solo.
Ma poi mi chiedo: ma quanti anni ha questo “dio”? O forse gli alieni impersonano questo “dio” a turno. Magari si divertono a farlo. Tirano a sorte per chi farà il “dio” degli ebrei questa settimana. E mi chiedo anche: Li pagano? Gli riconoscono la trasferta, lo straordinario e il notturno? Non hanno altri interessi nella vita? Non hanno ferie? Non ci sono sindacati che tutelano questi dei alieni dallo sfruttamento?
Continuiamo la lettura della Genesi.
“La terra era informe e vuota, le tenebre coprivano la faccia dell’abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque.” (Genesi 1:2)
Abbiamo detto che in ebraico originale “spirito” è una parola di genere femminile. Una cosa non mi è chiara: se abbiamo tanti Elohim, come mai abbiamo un solo spirito femmina”? E che fa questo spirito? Prende un disco volante, curiosa di vedere cosa hanno fatto i suoi Elohim in questo mondo nuovo, ma continua a girovagare, perché evidentemente non trova parcheggio. Ma torna a casa per ora di cena e nessuno si arrabbia.
Ma se mettiamo da parte gli effetti nocivi della parmigiana di nonna mangiata in dosi eccessive e le allucinazioni che possono portare a partorire idee come quella che ho appena rappresentato, e guardiamo il testo biblico con meravigliata semplicità, saremo sconvolti dalle frasi che seguono. Perché accade davvero qualcosa di straordinario:
“Dio disse: “Sia luce!” E luce fu”.
Dio vide che la luce era buona; e Dio separò la luce dalle tenebre.
Dio chiamò la luce “giorno” e le tenebre “notte”. Fu sera, poi fu mattina: primo giorno”.
(Genesi 1:3-5)
Che grandiosa solennità nella semplicità delle parole della Scrittura. Credetemi è solo per non uscire fuori tema e non mettere a dura prova la pazienza del lettore (mia moglie si è alzata ed è andata via appena ho iniziato a leggere quello che sto scrivendo) e non commenterò seriamente questo brano. Un libro non basterebbe – e non sto scherzando stavolta.
Invece mi mantengo all’interno del tema della nostra discussione. Vediamo cosa riesco ad immaginare su questo brano … Ecco, ci sono, mi pare di vederli: gli Elohim tutti in coro, dopo svariate prove in tal senso, gridano “sia la luce” e la luce compare dal nulla. Che sollievo per tutti. Poveri Elohim chissà da quanto stavano al buio. Il fatto era che non c’erano i soldi, che non c’era dove pagare la bolletta della luce e nessuno che la fornisse. Menomale poi che ad uno venne l’idea di concentrarsi, crederci tutti insieme e creare la luce. Di una cosa mi sono convinto anche io, gli Elohim sono persone speciali: sono sempre d’accordo nel come fare le cose. Non litigano mai, sono sempre lì tutti concordi per quello che fanno e nel giudizio di quello che fanno. Fossero così i politici italiani! Forse ci vorrebbero proprio dei governanti alieni per riuscire a governare bene!
Mah!
Mi spiace, rimango dell’idea che l’aderenza ossessivamente letterale al possibile “plurale” della parola utilizzata dagli ebrei per Dio all’inizio delle Sacre Scritture sia fuori luogo come il contesto, le antiche traduzioni, il Nuovo Testamento ed il buon senso ci insegnano.
Altre notizie dalla Genesi e dall’Antico Testamento
Sefer Berescit è davvero un libro sorprendente. Mi spiace che alcuni non se ne accorgano. Se qualcuno vede poi un pasticcio successo con gli alberi della Genesi, io che ci posso fare?
Ma i masoreti che potevano fare qualcosa, perché non l’hanno fatta? Com’è possibile che il primo italiano che mette mano alla Bibbia si accorga di un errore fatto alla fonte, mentre i masoreti non l’abbiano notato e corretto? Forse che l’errore è apparente? Forse i masoreti sono stati fedeli nel loro lavoro non osando intaccare il testo, tramandarlo al meglio delle loro conoscenze, alla generazioni future?
C’è chi si confonde perché vi sono ben due alberi in mezzo al giardino dell’Eden? Come se il fatto che a casa mia vi sia una sedia impedisca la possibilità che ve ne sia un’altra. Boh. E ancora, se il testo dei masoreti non è affidabile perché hanno fatto quello che volevano, perché non hanno modificato, sistemandolo una tale evidente contraddizione? Forse che la contraddizione la vede chi la vuole vedere?
L’albero della conoscenza del bene e del male, l’albero proibito, deve trovarsi per forza accanto, o persino nello stesso posto dove si trovava quello della vita – o che scelta ci sarebbe stata da fare? Se sono lontani, che ci vuole a girare al largo da quello proibito? Invece purtroppo il peccato è sempre lì accanto alla cosa buona da fare. Nella Bibbia poi non è la prima volta che due cose si trovano nello stesso posto. Ma non vi dico dov’è un altro esempio. Vi do solo un indizio: si trova dall’altra parte esatta delle vostre Bibbie.
Mettendo a raffronto i vari brani sarà evidente.
Genesi 2:9, “Dio il SIGNORE fece spuntare dal suolo ogni sorta d’alberi piacevoli a vedersi e buoni per nutrirsi, tra i quali l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male.”
Genesi 2:16-17, “Dio il SIGNORE ordinò all’uomo: “Mangia pure da ogni albero del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai.”
Genesi 3:2-3, “La donna rispose al serpente: “Del frutto degli alberi del giardino ne possiamo mangiare; ma del frutto dell’albero che è in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non ne mangiate e non lo toccate, altrimenti morirete.”
Devo confessare che non vedo pasticci, ma semplicemente il fatto che sia l’albero della vita che quello della conoscenza del bene e del male si trovassero al centro del giardino, come comunque mi fa già capire Genesi 2:9, dove “in mezzo al giardino” può benissimo riguardare entrambi gli alberi, nonostante la costruzione nella nostra lingua non agevoli la comprensione in questo senso. E per questa difficoltà la Bibbia non sarebbe la Parola di Dio? Magari tutti i nemici dell’ispirazione della Scrittura fossero così teneri e sostenessero posizioni così vulnerabili e poco convincenti!
Ora io ho discusso le contraddizioni e gli errori. Qualcuno vorrebbe discutere con me altri dettagli che io ritengo molto più interessanti e pertinenti?
Genesi 3:15, ad esempio, che legge: “Io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra la tua progenie e la progenie di lei; questa progenie ti schiaccerà il capo e tu le ferirai il calcagno”.
Gli amanti della razionalità mi sanno spiegare questo brano? Da millenni qui viene visto il cenno all’opera di Gesù compiuta sulla croce 2000 anni fa, ma sempre 1500 anni dopo che le pagine della Genesi furono scritte. Adesso non sto scherzando: come vi ponete davanti ad una possibilità tanto incredibile? Forse le Scritture sono davvero la Parola di Dio e lo Spirito Santo ha lasciato questa testimonianza in esse, con delle previsioni sugli eventi che sarebbero accaduti secoli dopo la composizione delle pagine della Genesi?
Il capitolo 22 di Genesi è un altro brano della Bibbia che mi tocca profondamente.
Prima di leggerlo bisogna capirne i retroscena, il contesto storico. Era uso nei tempi remoti offrire il proprio primogenito alle divinità; ciò per vari motivi: per espiare delle colpe, o chiedere delle grazie. Per questo Abraamo non sussulta alla richiesta del suo Dio; semmai non la capisce. Ma fa come gli viene chiesto, forse con il timore che in difetto potrebbe patirne le conseguenze sia lui che tutto il suo popolo. Ma la prospettiva di Dio è diversa. Egli chiama Abraamo ad una speranza vera e spirituale e, anche nel mostrargli che Egli è diverso dalle false divinità adorate dai pagani, lo rende veicolo per tramandare nei secoli il senso dell’opera che egli compirà un giorno in Gesù Cristo, Suo Figlio Unigenito. Guardate come il brano qui profetizza della persona di Gesù di Nazareth.
“E Dio disse: “Prendi ora tuo figlio, il tuo unico, colui che ami, Isacco, e va’ nel paese di Moria, e offrilo là in olocausto sopra uno dei monti che ti dirò” (Genesi 22:2)
Gesù venne offerto anch’egli su un monte, il Golgota.
“Abraamo prese la legna per l’olocausto e la mise addosso a Isacco suo figlio, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tutti e due insieme”. (Genesi 22:6)
Anche Gesù Figlio di Dio portò la croce.
“Isacco parlò ad Abraamo suo padre e disse: “Padre mio!” Abraamo rispose: “Eccomi qui, figlio mio”. E Isacco: “Ecco il fuoco e la legna; ma dov’è l’agnello per l’olocausto?” (Genesi 22:7)
“Abraamo rispose: “Figlio mio, Dio stesso si provvederà l’agnello per l’olocausto”. E proseguirono tutti e due insieme”. (Genesi 22:8)
Le parole di Abraamo che lo Spirito Santo ha tramandato nelle nostre Bibbie sono una indiscutibile profezia che rimanda il lettore biblico all’agnello di Dio che Dio stesso avrebbe provveduto 2000 anni circa dopo quanto stava accadendo in quel momento ad Abraamo. “Figlio mio, Dio stesso si provvederà l’agnello per l’olocausto” è certo Abraamo, il padre della nostra fede. E non è stato così che è accaduto nell’offerta volontaria di Gesù Cristo sulla croce?
“Giunsero al luogo che Dio gli aveva detto. Abraamo costruì l’altare e vi accomodò la legna; legò Isacco suo figlio, e lo mise sull’altare, sopra la legna”. (Genesi 22:9)
Isacco viene messo sul legno per essere offerto, come Gesù sarà un giorno offerto sul legno della croce.
Coincidenze?
Di queste “coincidenze” è pieno l’Antico Testamento, a migliaia. Ma la cosa più incredibile avviene quando una profezia specifica che colui che le avrebbe adempiute tutte, chiamato Messia, sarebbe venuto da un luogo chiamato Betlemme una piccola cittadina di Israele.
“Ma da te, o Betlemme, Efrata, piccola per essere tra le migliaia di Giuda, da te mi uscirà colui che sarà dominatore in Israele, le cui origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni”. (Michea 5:2 o 5:1, dipende dall’edizione della Bibbia che utilizzate)
A complicare le cose sul numero incredibile di profezie messianiche viene questa a restringere il campo, annunciando che il Messia sarebbe nato in un piccolo villaggio.
La venuta di Gesù e il suo essere il Messia promesso viene previsto nell’Antico Testamento in dettaglio, così esattamente, da rendere impossibile l’adempimento di quelle profezie per qualsiasi altro essere umano che non sia il Gesù dei vangeli. Vi sono individui più pazienti di me che hanno raccolto queste profezie e le hanno studiate in dettaglio; alcuni hanno utilizzato formule matematiche per ricavarne le probabilità che quanto si è adempiuto in Gesù di Nazareth si possa adempiere ancora in un’altra persona. Io sono molto sintetico, però, e ritengo che per chi voglia vederlo, l’Antico Testamento rende sufficienti, sorprendenti previsioni da convincermi che veramente lo Spirito di Dio ha annunciato nelle sue pagine l’arrivo dell’agnello di Dio di cui parlò allora Abraamo a suo figlio e che quel uomo allora chiamato Gesù Cristo fosse veramente – lo è in realtà anche adesso – il Figlio del Dio Vivente e Vero.
Ma la grandezza della Rivelazione della Tanakh (è chiamato così dagli ebrei l’Antico Testamento) non si esaurisce qui.
Tornando indietro ai primi capitoli della Genesi, leggere di Dio che parla con l’uomo è già interessante, ma apprendere addirittura che egli passeggia nel giardino di Eden è davvero meraviglioso.
Quando Giovanni scrisse il suo vangelo disse in pratica al mondo: “avete letto che Dio si è più volte fatto vedere dalle sue creature come uomo. Ecco, ora è accaduto di nuovo in Gesù di Nazareth, che è Dio e Signore, ma ha camminato fra noi perché la fede in Lui non fosse in qualcuno di astratto ma in un Dio vero che sa anche farsi Uomo vero per nostro amore.” Lui lo disse in termini più tecnici, vediamo quali sono.
“Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta”. (Giovanni 1:1-3)
Il principio è ovviamente quello di Genesi 1:1. Quindi indirettamente Giovanni conferma la lettura masoretica della prima parola della Bibbia. Chi è poi questa “parola”? Purtroppo questa traduce il greco “logos”, singolare, maschile che è un termine ben più significativo del nostro semplice “parola”. Ma qualcosa il testo in questione lo dice anche in italiano. Infatti non è forse vero che Dio creò ogni cosa tramite la sua parola? Abbiamo appunto letto
“Dio disse: “Sia luce!” E luce fu”.
Partendo da questo dato, senza i limiti imposti dalla nostra lingua, ma con la potenzialità dell’idioma e cultura ebraici, gli studiosi ebrei immaginarono il “dialogo” di Dio col suo popolo che si svolgeva tramite la sua “parola”, anche nelle apparizioni di Dio all’uomo in forma umana. Ciò è lontano dalla logica occidentale, legata al bisogno del vedere, ma non a quella ebraica, più interessata all’udire. In Genesi 3:8, 3:10, non si dice che l’uomo vide Dio, bensì che lo udì! La nostra mente corre subito alla ricerca del contatto visivo fra i due, ma è totalmente tralasciato nella Scrittura.
Sull’argomento cito me stesso, se non altro per non dovere riscrivere tutto daccapo: “Per le informazioni sulle posizioni del giudaismo in merito alla Parola, o logos (Memra, in aramaico) ho ritenuto opportuno attingere all’enciclopedia giudaica disponibile al seguente indirizzo internet: www.jewishencyclopedia.com/articles/10618-memra
E’ un riferimento tanto semplice ed accessibile quanto autorevole. Non possiamo, però, speculare troppo sul significato che attribuisce la religione ebraica alla “Parola” di Dio, “Logos” in greco, Memra in ebraico. Ma allo stesso tempo non siamo autorizzati nemmeno a sminuire il contributo che trasmette la fede ebraica al cristianesimo per la comprensione della corretta lettura dell’apostolo Giovanni.
Il suddetto riferimento scrive così:
“La Parola”, intesa nel senso di parola diretta al fine della creazione o della direzione, o discorso di Dio che manifesta il suo potere nel mondo della materia o del pensiero; è un termine usato in particolar modo nel Targum come sostituto di “il Signore” quando si vuole evitare un antropomorfismo”.
Alcuni punti importanti nello stesso articolo sono:
“La Mishnah, con riferimento ai dieci brani di Genesi (capitolo 1), che cominciano con “E Dio disse”, parla dei dieci “ma’amarot’ (=discorsi) mediante i quali il mondo era stato creato”. Ancora più in là leggiamo sull’uso del Targum: “Nel Targum la Memra appare costantemente come la manifestazione del potere divino, o come messaggero di Dio al posto di Dio stesso, dove il predicato non è in conformità con la dignità o la spiritualità della Deità.”
Il continuo di questo articolo è troppo interessante per non continuare a citarlo – almeno in parte.
“Invece di quanto dice la Scrittura “Voi non avete creduto nel Signore”, Targ. Deut. 1:32 legge “Voi non avete creduto nella parola del Signore […] nella Memra l’uomo pone la sua fiducia (Targ. Gen. 15:6; Targ. Ger. in Es. 14:31; Ger. 39:18, 49:11)”.
Alcuni altri brani che vengono proposti nel Targum e che sostituiscono “Memra” sono: Deut. 18:19, 2 Sam. 6:7, 1 Re 18:24, Osea 13:14, Esodo 19:17, Gen. 3:8, Deut. 4:33, 36, 5:21, Isaia 6:8, Esodo 31:13, 17, Gen. 20:3, Isaia 48:13, Gen.15:1, 6, Esodo 3:12, 4:12, 15. Qualcun altro merita però di essere citato: La Memra “precede Israele nel deserto (Targ. Ger. in Es. 20:1); benedice Israele (Targ. Ger. in Num. 23:8) […] “Nella Memra sarà la salvezza (Targ. Zac. 12:5)”
Quando Abraamo incontrò Dio che gli annunciava la distruzione di Sodoma e Gomorra,
quegli altri non era che la “parola” di Dio fatta uomo. E tantissimi altri esempi vi sono nella Scrittura. Il Dio invisibile si rende visibile, indossa anche le sembianze di un uomo spesse volte, preludendo all’incarnazione in Gesù.
Scrive infatti Giovanni:
“E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre.” (Giovanni 1:14).
Gesù stesso disse di essere stato lui ad apparire ad Abraamo quando quegli venne a conoscenza dell’intento di Dio di distruggere Sodoma e Gomorra.
“Abraamo, vostro padre, ha gioito nell’attesa di vedere il mio giorno; e l’ha visto, e se n’è rallegrato”. I Giudei gli dissero: “Tu non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abraamo?” Gesù disse loro: “In verità, in verità vi dico: prima che Abraamo fosse nato, io sono”. Allora essi presero delle pietre per tirargliele; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio.” (Giovanni 8:56-59)
Gesù parla in modo tipicamente ebraico quando dice che Abraamo ha visto il suo giorno; ciò significa nel nostro modo di esprimerci che Abraamo lo aveva incontrato personalmente. Anche quando Gesù è trasfigurato sul monte e gli appaiono Mosè ed Elia, non sono per lui degli sconosciuti, perché evidentemente, in quanto manifestazione visibile di Dio in forma umana già nell’Antico Testamento, essi lo conoscevano.
E tornando al concetto cui facevo cenno poco fa, dell’udire come senso principale della percezione per la mentalità ebraica, leggiamo l’affermazione di Giovanni che conclude così il prologo al suo vangelo incentrato su chi è la “parola” di Dio e sul suo ruolo di tramite fra Dio e l’uomo:
“Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Figlio, che è nel seno del Padre è colui che l’ha dichiarato”. (Giovanni 1:18)
La traduzione stavolta è mia. La Nuova Riveduta e la Nuova Diodati traducono la parte finale di questo verso: “è quello che l’ha fatto conoscere”; ma io non sono d’accordo. La frase in greco è “ κεĩνος ξηγήσατο”. Lo stesso verbo in Atti 15:14 viene tradotto con “raccontato” dalla Nuova Diodati, “riferito” dalla Nuova Riveduta. Essendo Gesù la Parola di Dio, ha “dichiarato” la persona del Padre, rivelandolo in maniera intellegibile alla sua creatura.
Paolo nello scrivere alla chiesa di Colosse, soddisfa però anche il bisogno non ebraico di comprendere il senso della rivelazione di Dio in Gesù, affermando:
“Egli è l’immagine del Dio invisibile.” (Colossesi 1:15)
Allora … come va? Vediamo ancora gli alieni o cominciamo a scorgere la meravigliosa armonia delle Scritture ebraico-cristiane che ci rivelano Dio e il suo amore per noi anche nei suoi antroporfismi, nei suoi sforzi di vestirsi di umano (nel linguaggio e nelle manifestazioni) per rendersi comprensibile alla sua creatura?
Se l’uomo non ci riesce a vedere tanto amore, né ad udire la voce di Dio e dello Spirito Santo, non è proprio colpa di Dio. Se poi nella lettura della Parola di Dio troviamo solo gli alieni … meglio se non commento, meglio se non dico nulla in proposito.
Il Nome di Dio
Non ho ancora finito. In ultimo – non so in quanti siate arrivati fino a qui – vediamo il nome personale del Dio ebraico come ce lo preserva la narrazione dell’incontro fra Dio e Mosè. E poi prometto di chiudere.
Mi immagino quanti alieni siano serviti per questo incontro. Effetti speciali, fumi, fiamme e trucco per il protagonista. Effetti sonori per rendere la voce più suggestiva. E non si poteva sbagliare la prima o andava perso tutto il lavoro. Chissà le risate poi dietro la scena per Mosè che c’aveva creduto. Ma è stato solo l’inizio, perché poi le cose sono andate male e Faraone non ha lasciato andare gli ebrei e tutti a ridere dietro all’alieno che faceva da dio agli ebrei quella settimana. E allora lui si è intestardito e ha coinvolto tutti gli alieni disponibili per le piaghe in Egitto. La soddisfazione quando riuscì a fare uscire Israele dall’Egitto e dimostrò a tutti gli altri cosa sapeva fare! Gli dei dell’Egitto non devono più averlo salutato al bar degli alieni per un bel po’.
Ma proprio immaginiamo che degli extraterrestri non abbiano nulla di meglio da fare che mischiarsi con le nostre faccende tutto il tempo? O forse non hanno la tv e siamo noi il loro intrattenimento. Ma tutta sta fatica … non gli costerebbe meno farsi Sky alieno?
Basta così. Chiudo qui la mia discussione semiseria. Concludo invece questo articolo proprio discutendo del nome di Dio, ma facendolo con la serietà che un momento tanto importante della storia dell’incontro fra Dio e l’uomo merita. Leggiamo da Esodo capitolo 3.
“Mosè disse a Dio: “Ecco, quando sarò andato dai figli d’Israele e avrò detto loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato da voi”, se essi dicono: “Qual è il suo nome?” che cosa risponderò loro?” Dio disse a Mosè: “Io sono colui che sono“. Poi disse: “Dirai così ai figli d’Israele: “l’IO SONO mi ha mandato da voi””. Dio disse ancora a Mosè: “Dirai così ai figli d’Israele: “Il SIGNORE (YHWH, nell’originale ebraico), il Dio dei vostri padri, il Dio d’Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe mi ha mandato da voi”. Tale è il mio nome in eterno; così sarò invocato di generazione in generazione.” (Esodo 3:13-15).
Qui Dio dice di se stesso: “Io sono colui che sono”. Dice di dire ad Israele: “l’io sono mi ha mandato da voi”. E dice che bisognerà riferirsi a lui come: “YHWH (“Colui che è, che era e che verrà” – seguo qui la lezione di Giovanni in Apocalisse 1:8), il Dio dei vostri padri, il Dio di Abraamo, di Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe”.
In questo brano Dio spiega la sua grandezza nel suo essere indescrivibile, incontenibile all’interno di alcuna definizione umana di sé che il Nome nel senso ebraico contempla. Eppure allo stesso tempo da al suo popolo una certezza: ci sono stato, ci sono e ci sarò. Detto in altri termini: ho iniziato qualcosa ieri, la sto facendo oggi, la porterò a compimento domani. Con altre parole: sono stato con voi in passato, lo sono ancora oggi, lo sarò domani. Per questo egli è il Dio di Abraamo, perché a lui egli diede le promesse; di Isacco perché è l’adempimento della promessa di una discendenza al patriarca; di Giacobbe perché un giorno adempirà tutte le promesse fatte a Giacobbe ed alla sua discendenza.
Quanta meravigliosa grandezza nel testo biblico quando lo si legge con cuore ben disposto alla Verità del Dio d’amore che si fa parole per rivelarsi alla sua creatura!
Se si legge la Sacra Scrittura in cerca di errori, sono certo che con molta probabilità si troveranno. Non è la stessa Parola di Dio a dirci che “chi cerca trova”? Ma se la leggiamo permettendo allo Spirito Santo che l’ha ispirata di parlare al nostro cuore ed al nostro spirito, allora si schiuderà davanti ai nostri occhi un mondo nuovo e come quel uomo che ricevette guarigione da Gesù saremo autorizzati a dire, anche a chi complica la vita al prossimo con discorsi sofisticati ed intricati:
“una cosa so, che ero cieco e ora ci vedo”. (Giovanni 9:25)
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Note:
1 A Qumran sono stati ritrovati, in 11 grotte, una serie di manoscritti risalenti fino al III secolo a.C.
Quanto amiamo la Verità? L’amiamo a sufficienza da essere pronti a sopportare le conseguenze che essa spesso porta con sé?
Gesù non ci ha mai mentito. Non ha detto che la verità ci avrebbe reso ricchi e nemmeno felici, ma liberi. Gesù dice sempre la verità, a chi lo ascolta, a chi lo vuole seguire. Anche a costo di perdere questo o quel discepolo.
Noi esseri umani raramente diciamo tutta la verità e spesso per paura di perdere i nostri amici o persone care. Per non metterci in aperto contrasto con chi la pensa diversamente. La verità la perdoniamo solo quando viene dalla bocca dei bambini. Spesso se qualcuno ci dice le cose come stanno, anche se sappiamo in fondo in fondo che quella persona ha ragione, storciamo il naso e forse ci sentiamo addirittura offesi.
Essere pronti ad accettare la Verità significa essere pronti ad accettarne le conseguenze. La libertà, poi, da che mondo è mondo, ha comunque un prezzo.
Nell’antichità lo schiavo poteva pagare per la sua libertà, letteralmente acquistarla.
Per questo la Scrittura ci dice: “sapendo che non con cose corruttibili, come argento od oro, siete stati riscattati dal vostro vano modo di vivere tramandatovi dai padri, ma col prezioso sangue di Cristo, come di Agnello senza difetto e senza macchia” (1 Pietro 1: 18-19). Come vediamo è proprio con in mente il possibile riscatto dello schiavo che Pietro spiega il prezzo che Cristo ha pagato per liberarci dalla schiavitù del peccato e per essere liberi di servire Dio.
Gesù stesso l’ha detto chiaramente: “Gesù rispose loro: «In verità, in verità vi dico: Chi fa il peccato è schiavo del peccato”.
Non facilmente l’uomo si accorge di essere schiavo del peccato. La più efficace catena è, infatti, quella che non si vede; e la più grande schiavitù è quella che riesce a darti l’illusione di essere libero.
Tempo fa uscì uno dei miei film preferiti, Matrix. Non so quante volte l’ho visto! Anzi, molto probabilmente, adesso lo andrò a rivedere. Una cosa che mi colpì furono i tanti riferimenti biblici, troppi per essere casuali. Riferimenti evidenti nei nomi dei protagonisti e non solo, ma anche meno evidenti nella narrazione stessa: un po’ una parabola della falsa libertà nella quale l’uomo odierno si vanta di vivere.
Il protagonista della storia a un certo punto incontra Morpheus che gli offre due opzioni: la pillola rossa o la pillola blu.
Sapere la verità ha un prezzo: rendersi conto che tutto ciò che fino a quel momento si pensava fosse vero, reale e libertà era invece soltanto una messa in scena, una schiavitù – a volte piacevole, ma pur sempre schiavitù.
In inglese c’è un detto: “Ignorance is bliss”. Noi in italiano diciamo: “beata ignoranza”. Ma in inglese è più incisivo: ignoranza è beatitudine.
In un certo senso lo conferma anche la Bibbia. Salomone fu un uomo saggio e sapeva: “Poiché dove c’è molta sapienza c’è molto affanno e chi aumenta la conoscenza, aumenta il dolore”. (Ecclesiaste 1:18)
Per questo dicevo all’inizio che bisogna amare la libertà per essere disposti a pagare il prezzo che comporta riconoscerla e accettarla.
Ma esiste UNA Verità? E, per essere ancora più diretti: esiste LA verità?
Pilato ebbe un dialogo con Gesù davvero significativo. Mi ha sempre affascinato e assume un ruolo non secondario nel Vangelo di Giovanni. Pilato aveva una mentalità “greca”, dipendente, come quella dei nostri giorni, da un sincretismo quasi necessario per adattarsi alla realtà multiforme che ci circonda. Eppure, sono convinto, che allora come oggi il nostro spirito in un certo senso si rifiuta di sentirsi acquietato dalla nostra razionalità e lotta per la ricerca di una Verità, insinuando sempre il dubbio che la Verità esista e sia conoscibile.
Pilato in tutta la drammaticità del rincorrersi degli eventi che seguono l’arresto di Gesù decide di avere un colloquio privato con lui. Lo interroga. “Per questo sono io nato, e per questo son venuto nel mondo, per testimoniar della verità; chiunque è della verità ascolta la mia voce”.[1]
Molto probabilmente questo dialogo si è svolto in greco ed è proprio la forza espressiva del greco che lo rende così intenso.
Gesù afferma di essere venuto nel mondo per testimoniare della Verità. La domanda di Pilato sembra mettere in dubbio che vi sia, che vi possa essere “una” Verità. Una maniera davvero attualissima di confrontare le affermazioni del Signore. Anche oggi, in un mondo intriso di sentimenti sincretisti e razionalità, la pretesa di Gesù e del cristianesimo viene mal vista. Eppure Gesù ebbe ad affermare con chiarezza: “Io sono la Via, la Verità e la Vita” (Giovanni 14:6), una frase che non sconvolgeva allora meno di quanto non sconvolga oggi.
Mi vanto di avere scoperto Egle Mirabella come scrittrice. Lo era prima di incontrarmi, sicuramente; ma non lo sapeva. Abbiamo studiato insieme un po’ di greco e quello che dice sulla Verità nel suo ultimo libro è davvero istruttivo: “La parola greca Aletheia greca è formata dalla “a” privativo e “Lethe” la dea del oblio, della dimenticanza”.[3]
(Il linguaggio di Egle è più complesso del mio. Lo spirito greco che guida la sua indagine è invece in me pragmatismo ebraico, mitigato da un universalismo greco che è l’espressione del mio desiderio di essere compreso e dal bisogno di rendere il messaggio evangelico il più comprensibile possibile.)
La parola greca “verità” ha in sé i due latenti significati: è qualcosa che ci priva dell’oblio. Ciò ci riconduce a quanto abbiamo detto all’inizio. Ma allo stesso tempo Egle ci segnala una cosa in più, la Verità ci fa ricordare chi siamo davvero, da dove proveniamo. La Verità ci riporta, ha in sé la forza di riportarci allo stato di libertà di cui godevano in quel primordiale giardino, quando Dio camminava con noi e nulla turbava il nostro stato di comunione con lui.
Gesù quindi disse in maniera lapidaria: “Conoscerete la Verità e la Verità vi renderà liberi” (Giovanni 8:32).
Quanto è grande il nostro amore per la verità? Lo è al punto di essere pronti ad affrontare le spiacevoli conseguenze che il sapere potrebbe comportare?
Vangelo di Matteo Capitolo 3Note di Giuseppe Guarino
Questo il terzo capitolo del Vangelo di Matteo, con le note al testo a seguire. Il Vangelo va letto con attenzione e il commento è soltanto un aiuto e la comprensione la dobbiamo principalmente allo Spirito Santo e al suo perfetto ministero.
La proclamazione del regno dei cieli
Giovanni Battista
Capitolo 3
1 Or in quei giorni venne Giovanni Battista, che predicava nel deserto della Giudea,
2 e diceva: “Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino![1]”
3 Questi infatti è colui di cui parlò il profeta Isaia quando disse: “Una voce di uno che grida nel deserto: “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri””.
4 Or Giovanni stesso portava un vestito di peli di cammello e una cintura di cuoio intorno ai lombi e il suo cibo erano locuste e miele selvatico.
5 Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la regione adiacente il Giordano accorrevano a lui,
6 ed erano battezzati da lui nel Giordano, confessando i loro peccati.
7 Ma egli, vedendo molti dei farisei, e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: “Razza di vipere, chi vi ha mostrato a fuggire dall’ira a venire?
8 Fate dunque frutti degni di ravvedimento!
9 E non pensate di dir fra voi stessi: “Noi abbiamo Abrahamo per padre” perché io vi dico che Dio può far sorgere dei figli di Abrahamo anche da queste pietre.
10 E la scure è già posta alla radice degli alberi; ogni albero dunque che non fa buon frutto, sarà tagliato e gettato nel fuoco,
11 Io vi battezzo in acqua, per il ravvedimento; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno neanche di portare i suoi sandali, egli vi battezzerà con lo Spirito Santo[2], e col fuoco.
12 Egli ha in mano il suo ventilabro e pulirà interamente la sua aia; raccoglierà il suo grano nel granaio, ma arderà la pula con fuoco inestinguibile”.
Il battesimo di Gesù
13 Allora Gesù venne dalla Galilea al Giordano da Giovanni per essere da lui battezzato.
14 Ma Giovanni gli si opponeva fortemente dicendo: “Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?”.
15 E Gesù, rispondendo, gli disse: “Lascia fare per ora, perché così ci conviene adempiere ogni giustizia”. Allora egli lo lasciò fare.
16 E Gesù, appena fu battezzato uscì fuori dall’acqua[3]; ed ecco i cieli gli si aprirono, ed egli vide lo Spirito di DIO scendere come una colomba e venire su di lui;
17 ed ecco una voce dal cielo che disse: “Questi è il mio amato Figlio[4], nel quale mi sono compiaciuto”[5].
NOTE
[1] Qual è questo “regno dei cieli” che il cui arrivo è prossimo? Il riferimento al libro di Daniele è evidente. Nel sogno che il Signore fece interpretare al profeta esule in Babilonia, veniva previsto che alla fine di una successione di regni, “il Dio del cielo farà sorgere un regno, che non sarà mai distrutto; questo regno non sarà lasciato a un altro popolo, ma frantumerà e annienterà tutti quei regni, e sussisterà in eterno”. (Daniele 2:44)
[2] I fratelli di fede pentecostale (ai quali appartengono) preferiscono leggere questo brano “vi battezzerà nello Spirito Santo” piuttosto che “con lo Spirito Santo”. Entrambe le letture sono possibili, ma, visto il senso della parola originale che da vita alla traslitterazione “battesimo” e il senso della frase in generale, sono più propenso per “nello Spirito Santo”.
[3] Sembra superfluo dirlo, perché la parola Battesimo, nella nostra lingua potremmo tradurla quasi “immersione”, ma, ove mai vi fosse bisogno di prove, qui le abbiamo che il battesimo originario, praticato già nel giudaismo prima ancora che nel cristianesimo, fosse un rito di immersione. Gesù infatti “esce” fuori dall’acqua. Capisco, vivendo in Italia, che agli occhi dei fedeli cattolici, i quali sono abituati al battesimo per aspersione, questo sembra un dettaglio di poco conto. Non lo è però, perché quando il battesimo è praticato per aspersione ed agli infanti – mentre nella Bibbia tutti i battezzati sono adulti che hanno creduto, battezzati per immersione – si perde il senso profondo di quest’atto della fede giudaica incorporato nella nuova fede cristiana come segno primo della propria, volontaria adesione alla Chiesa di Cristo.
[4] Gesù è il Figlio di Dio in un senso in cui nessun altro può mai esserlo. E’ per questo che Giovanni, nel suo vangelo, aggiunge la parola Unigenito al Figlio, per sottolineare proprio l’unicità dell’essere Figlio di Gesù.
[5] Le tre persone della Trinità sono qui presenti, il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo
Questo il secondo capitolo di Matteo, con le note al testo a seguire. Il Vangelo va letto con attenzione e il commento è soltanto un aiuto e la comprensione la dobbiamo principalmente allo Spirito Santo e al suo perfetto ministero.
I savi d’oriente cercano Gesù, il re dei giudei
Capitolo 2
1 Ora, dopo che Gesù era nato in Betlemme di Giudea al tempo del re Erode, ecco dei magi[1] dall’oriente arrivarono a Gerusalemme,
2 dicendo: “Dov’è il re dei Giudei che è nato? Poiché noi abbiamo visto la sua stella in oriente e siamo venuti per adorarlo”.
3 All’udire ciò, il re Erode fu turbato, e tutta Gerusalemme con lui.
4 E, radunati tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi, del popolo, s’informò da loro dove doveva nascere il Cristo.
5 Ed essi gli dissero: “In Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta:
6 “E tu, Betlemme terra di Giuda, non sei certo la minima fra i principi di Giuda, perché da te uscirà un capo, che pascerà il mio popolo Israele””[2].
7 Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, domandò loro con esattezza da quanto tempo la stella era apparsa.
8 E, mandandoli a Betlemme, disse loro “Andate e domandate diligentemente del bambino, e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, affinché io pure venga ad adorarlo”.
9 Ed essi, udito il re, partirono; ed ecco, la stella che avevano veduta in oriente andava davanti a loro finché, giunta sul luogo dov’era il bambino, vi si fermò.
10 Quando essi videro la stella, si rallegrarono di grandissima gioia.
11 E, entrati nella casa[3], trovarono il bambino con Maria sua madre e, prostratisi, lo adorarono[4]. Poi aperti i loro tesori, gli offrirono doni: oro, incenso e mirra.
12 Quindi, divinamente avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.
Fuga in Egitto
13 Ora, dopo che furono partiti, ecco un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: “Alzati, prendi il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e rimani là finché io non ti avvertirò, perché Erode cercherà il bambino per farlo morire”.
14 Egli dunque, destatosi, prese il bambino e sua madre di notte, e si rifugiò in Egitto.
15 E rimase là fino alla morte di Erode, affinché si adempisse quello che fu detto dal Signore per mezzo del profeta, che dice: “Ho chiamato il mio figlio fuori dall’Egitto”.
16 Allora Erode, vedendosi beffato dai magi, si adirò grandemente e mandò a far uccidere tutti i bambini che erano in Betlemme e in tutti i suoi dintorni, dall’età di due anni in giù, secondo il tempo del quale si era diligentemente informato dai magi[5].
17 Allora si adempì quello che fu detto dal profeta Geremia che dice:
18 “Un grido è stato udito in Rama, un lamento, un pianto e un grande cordoglio; Rachele piange i suoi figli e rifiuta di essere consolata, perché non sono più”.
Ritorno in patria, a Nazaret
19 Ora, morto Erode, ecco un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto,
20 e gli disse: “Alzati, prendi il bambino e sua madre e va’nel paese d’Israele, perché coloro che cercavano la vita del bambino sono morti”.
21 Ed egli, alzatosi, prese il bambino e sua madre e venne nel paese d’Israele;
22 ma, avendo udito che Archelao regnava in Giudea al posto di Erode suo padre, ebbe paura di andare là. E, divinamente avvertito in sogno, si rifugiò nel territorio della Galilea,
23 e, giunto là, abitò in una città detta Nazaret, affinché si adempisse quello che era stato detto dai profeti: “Egli sarà chiamato Nazareno”[6].
NOTE
[1] Un’altra maniera di tradurre la parola “magi”, che è quasi una traslitterazione del greco originale, sarebbe “savi”. La Bibbia non ci dice quanti siano questi uomini che venivano dall’oriente per adorare il neonato re dei Giudei, né i loro nomi. Certo il loro arrivo è provvidenziale. Saranno i doni che fanno al neonato re, oro, incenso e mirra, prodotti di indiscusso valore, a fornire a Giuseppe i mezzi per poter trasferire la propria famiglia in Egitto.
Chi siano in realtà questi savi non c’è dato saperlo e come facevano a sapere che quella stella li stava conducendo al re dei giudei è solo argomento di supposizioni. Personalmente ho maturato la convinzione che questi uomini appartenessero alla medesima categoria di savi cui era appartenuto in tempi remoti Daniele, l’esule giudeo in Babilonia. Avendo questo grande profeta di Dio ricevuto delle profezie che annunciavano proprio l’arrivo del Messia promesso, deve aver collegato i suoi studi alla scienza babilonese – molto avanzata, come attestano i ritrovamenti oggi disponibili presso il British Museum – e riferito l’arrivo del re promesso ad un fenomeno astrale, che avrebbe avuto molto più senso per gli “scienziati” babilonesi di una oscura profezia ebraica (quella delle Settanta Settimane). Annotata l’attesa astronomica nei dettagliati rapporti degli osservatori babilonesi, giunto il tempo, questi savi devono aver ritenuto opportuno andare ad omaggiare il neonato.
L’intento di Matteo è chiaro: anche le stelle hanno reso testimonianza all’arrivo del Messia tanto atteso da Israele, concorrendo ai segni che ne confermano l’avvenuta nascita.
In un’appendice che riporto alla fine di questo libro, riprendo la mia teoria sull’origine delle credenze dei savi orientali citati da Matteo.
[2] Matteo mette in bocca allo stesso clero giudaico la profezia che Gesù avvera con la sua nascita. La troviamo nel profeta Michea.
[3] E’ chiaro che è trascorso un certo periodo dalla nascita di Gesù fino all’arrivo dei magi. Adesso la piccola famiglia vive in una casa e Giuseppe non è in quel momento presente. Si ritiene di solito che la narrazione occorra quando Gesù ha all’incirca due anni; ma non è certo.
[4] Di qualsiasi forma di culto fu oggetto Gesù, questa venne riservata a lui. Per quanto rispetto ed affetto susciti la meravigliosa figura di Maria, ciò non ci autorizza in nessun modo a renderla oggetto di qualsiasi forma di culto, venerazione o adorazione che possiamo chiamarla. In altri brani della Scrittura gli apostoli stessi (Atti degli Apostoli ) e persino gli angeli (Apocalisse) hanno rifiutato di essere adorati!
[5] Compare già dalle prime pagine del Vangelo di Matteo uno degli argomenti portanti della sua narrazione: il rifiuto del Messia da parte di Israele e l’apertura agli stranieri, ai Gentili, che al contrario l’avrebbero accolto.
[6] Nessuna traccia scritta di questa profezia al di fuori della citazione in questo vangelo. Credo sia possibile che, come ha fatto nella narrazione dei magi, l’evangelista voglia dimostrare che Gesù è il Messia promesso anche perché avvera una profezia, trasmessa magari soltanto oralmente ed in quel periodo particolarmente popolare e ciò spiegherebbe l’affermazione di Matteo. Ma è solo una supposizione. I duemila anni che ci separano da questa narrazione rendono davvero difficile potersi illudere di riuscire a comprendere tutto.